Fotografia e mercato. Tiratura o non tiratura?

Il tema della tiratura è argomento molto dibattuto, specie in campo fotografico, laddove la riproducibilità è connaturata al medium stesso. Ecco qualche esempio attorno a dei “casi studio”.

Luigi Ghirri, Capri 1982
Luigi Ghirri, Capri 1982

La tiratura è un termine che la fotografia ha mutuato dalla grafica. Generalmente riferito ai giornali e alle riviste, la tiratura indica il numero di copie stampate, per l’appunto “tirate”. La tiratura è recentemente balzata alle cronache per la vicenda del quotidiano economico più importante del nostro Paese, Il Sole 24 Ore, che pare abbia largheggiato nel dichiarare una tiratura decisamente più vasta rispetto alla produzione reale.
Nel mondo dell’arte contemporanea, la tiratura riguarda la produzione di multipli generalmente nel campo della grafica; questo ancora prima che si parlasse di tiratura per la fotografia. A garanzia di un limitato e conosciuto numero di copie, le stampe moderne vengono numerate con una doppia cifra: la prima si riferisce a quale posizione occupa quella copia nella sequenza prodotta, la seconda indica il totale delle copie prodotte (ad esempio, 3/5). Capita poi di trovare delle stampe che riportano la scritta P.A. (prova d’artista) o A.P. (artist proof). Queste dovrebbero essere le diverse prove di avvicinamento alla qualità della stampa definitiva che servirà di riferimento per le copie in tiratura.

Anche la produzione fotografica contemporanea si è adeguata alle regole della tiratura, portandosi dietro certe ambiguità che già erano della grafica, prima fra tutte la questione della prova d’artista”.

La fotografia, che a lungo si è tenuta lontana da queste problematiche perché aveva altri campi d’interesse – la cronaca o la moda –, con l’entrata nel mondo delle fine arts ha dovuto adeguarsi a nuove regole. Abbiamo già affrontato la questione del vintage, della fotografia cioè stampata negli stessi anni di produzione del negativo. Il fatto che fossero pochissime le copie prodotte subito dopo lo scatto garantisce, per la fotografia storicizzata, da un lato la qualità dei materiali originali, dall’altro la rarità del pezzo. Oggi però non è più così: infatti, a seconda della fortuna dello scatto, un fotografo può decidere di produrre tutte le immagini che desidera. Ciò non esclude che alcuni fotografi non abbiano voluto adeguarsi a questa regola, in particolare quelli provenienti dal fotogiornalismo, primo fra tutti Berengo Gardin, rivendicando per la fotografia la libertà di riproduzione.
Ovviamente ogni autore è libero di decidere del proprio lavoro, ma è indubbio che il collezionista, con la crescita esponenziale dei prezzi, abbia bisogno di sapere quante copie di quell’immagine da lui acquistata ci siano in circolazione. Quindi anche la produzione fotografica contemporanea si è adeguata alle regole della tiratura, portandosi dietro certe ambiguità che già erano della grafica, prima fra tutte la questione della prova d’artista. Non riveliamo nulla che non sia già noto ai più, dicendo che questa è da sempre stata la scorciatoia per produrre più stampe rispetto a quelle imposte dalla regola della tiratura. E non si capisce perché le prove di stampa fatte per arrivare a ottenere la qualità desiderata non vengano successivamente distrutte invece di circolare sul mercato. Gli artisti che oggi lavorano con la fotografia sono quanto mai attenti nel garantire tirature “reali” e limitate a tre, massimo cinque copie, in questo sorvegliati dalle gallerie, che giustamente si fanno garanti della qualità e della quantità della produzione.

IL CASO DI GHIRRI

Tutto questo riguarda però prassi relativamente recenti, perché, se andiamo a guardare i nostri autori oggi più quotati, primo fra tutti Luigi Ghirri, ritroviamo tirature bizzarre e decisamente di fantasia. Non dobbiamo tuttavia pensare che questo venisse fatto per truffare il collezionista; al contrario, le tirature dichiarate – spesso numericamente rilevanti, a volte trenta o addirittura ottanta – non hanno mai raggiunto le due, tre copie. Si trattava piuttosto di un suggerimento dato ai nostri autori da chi pensava di conoscere il mercato internazionale, che si traduceva, per un mondo all’epoca inesperto e provinciale, in numeri applicati casualmente sul bordo delle fotografie. Nell’asta di fotografia di Sotheby’s New York (4 aprile 2017), in nota al lotto 182 di Luigi Ghirri viene riportato: “Si conoscono poche stampe di questo soggetto. Si ritiene che solo un piccolo numero sia stato prodotto di questa edizione mai realizzata”. Queste inesattezze non sempre spaventano i compratori, che sono nella maggior parte dei casi molto ben informati. Una conferma ci viene proprio dal caso del top lot di Ghirri, Tellaro (1980, venduto a 41mila euro nonostante riportasse una fantomatica tiratura 2/30 (Lempertz, 30 maggio 2014).

Silvia Berselli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #37

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Silvia Berselli
Silvia Berselli, laureata in Storia dell'Arte, si occupa da molti anni ci conservazione, restauro e valorizzazione della fotografia. La sua formazione è avvenuta presso l'International Museum of Photography di Rochester New York e l'Atelier de Restauration des Photographies del Comune di Parigi. Ha insegnato per un decennio Restauro della fotografia all’Accademia di Bella Arti di Brera a Milano e Storia e Tecnica della Fotografia all’Università di Udine. Per le case d’aste Bloomsbury, Minerva e Bolaffi ha diretto i rispettivi dipartimenti di Fotografia. Attualmente ricopre questo incarico per la casa d’Aste Il Ponte di Milano. E’ perito per il settore fotografico di Axa Assicurazioni. Ha collaborato con numerose istituzioni del Ministero dei Beni Culturali, la Biennale di Venezia, l’Istituto Centrale per il Restauro, la Calcografia Nazionale, l’Archivio Fotografico della Pinacoteca di Brera. Per conto del Centre National de l’Audiovisuel di Lussemburgo ha curato il recupero della mostra “The Family of Man” realizzata dal Metropolitan Museum di New York. Per l’editore Zanichelli ha pubblicato nel 2000 il volume l’Archivio Fotografico”.