Obiettivi sul Giappone. Il festival Kyotographie

Il nuovo appuntamento con il festival giapponese intitolato alla fotografia conferma il ruolo di primo piano giocato da Kyoto nell’ambito dell’arte contemporanea. Una panoramica sulle mostre e gli artisti che hanno animato la rassegna nipponica.

Kyotographie 2016 - Thierry Bouët - Horikawa Oike - ©Takuya Oshima
Kyotographie 2016 - Thierry Bouët - Horikawa Oike - ©Takuya Oshima

FOTOGRAFIA E TEMPO
Dal 23 aprile al 22 maggio a Kyoto si è tenuta la quarta edizione di Kyotographie, international photography festival 2016. Come nel passato, il festival ha preso vita in varie sedi (musei, teatri, templi, gallerie, case tradizionali), ed è stato arricchito da numerosi eventi collaterali, quali alcuni laboratori e masterclass fotografici, e KG+, una sorta di Fringe festival della fotografia di Kyoto. Ma, soprattutto, come nel passato, Kyotographie conferma come l’antica capitale imperiale, in parallelo e in competizione con Tokyo, stia diventando un centro importante per l’arte contemporanea giapponese e internazionale.
Circle of Life – il titolo dell’edizione di quest’anno – evoca una specifica immagine del tempo, ma anche i legami che tutti gli esseri, animati e inanimati, annodano con i propri simili, in un tutto armonico che assume le sembianze di un mandala. Così in un ipotetico mala (il rosario buddista), Tea and Life in Meji Period, dalla collezione fotografica del Guimet National Museum of Asian Arts, è un grano che s’infila accanto a The First Hour, le fotografie dei primi minuti di vita di alcuni neonati di Thierry Bouët, e a Will — Kikujiro Fukushima, a photojournalist, le testimonianze delle vittime delle guerre e del nucleare, che chiedono pace.

Kyotographie 2016 - Magnum Photographers -Mumeisha - photo ©Takuya Oshima
Kyotographie 2016 – Magnum Photographers -Mumeisha – photo ©Takuya Oshima

TRE MOSTRE AZZECCATE
Fra le tredici mostre, tre meritano una particolare attenzione: Exile, Tryadhavan e Plankton.
Per Exile: 1945 to Today By Magnum Photographers, l’allestimento all’interno di un’antica machiya, la casa tradizionale giapponese, è intriso di significato. Stampate su blocchi di legno, le fotografie sono state disposte lungo una linea serpentina in cui le immagini stesse sembrano essersi messe in viaggio. Sono le fotografie dei rifugiati, dal secondo dopoguerra ai nostri giorni. Il visitatore può sceglierne alcune, toccarle, prenderle in mano, girarle verso la luce e guardarle, deponendole poi in un posto diverso dal precedente. Ciò significa avvicinarsi alle storie contenute in quelle immagini, prendendosi in un certo senso cura del soggetto fotografato: se si potesse cambiare il percorso dei rifugiati, spostando soltanto quei blocchi, forse si cambierebbe la storia delle loro vite.

KOGA, LA PENOMBRA, IL TEMPO
Non distante, in un’altra machiya, è allestita la personale di Eriko Koga, Tryadhavan, una parola sanscrita per indicare il legame tra presente, passato, e futuro: il passato che si rivela nel presente, e il futuro come manifestazione del passato. In Tryadhavan fa riflettere la scelta della sede dell’allestimento: uno spazio d’intimità. La penombra creata dai fusuma (le porte scorrevoli), e dai misu (le stuoie di bambù che riparano dal sole gli interni della casa), invoglia a sentire il fluire del tempo in cui la vita e la morte si compenetrano. La mostra documenta la storia della maternità della fotografa, o meglio la fisicità del suo corpo materno, e la scansione quotidiana dei giorni di attesa, fra le tracce visibili e invisibili dello scorrere del tempo. Le stagioni scorrono nei dettagli: in Giappone si riconoscono delicatamente da un fiore, o dagli ornamenti dei templi buddisti.

Kyotographie 2016 - Christian Sardet, Shiro Takatani, Ryuichi Sakamoto - Kyoto Municipal Museum of Art - photo ©Takuya Oshima
Kyotographie 2016 – Christian Sardet, Shiro Takatani, Ryuichi Sakamoto – Kyoto Municipal Museum of Art – photo ©Takuya Oshima

IL PLANKTON E SAKAMOTO
Infine Plankton: A Drifting World at the Origin of Life, dove le fotografie del biologo e scrittore Christian Sardet si distribuiscono tra una mostra di micro e macro-fotografia sugli organismi acquatici e una video-installazione di Shiro Takatani e Ryuichi Sakamoto. Le creature dell’acqua somigliano a delle costellazioni e ricordano l’origine del mondo. Nei video posti a terra di Takatani-Sakamoto, le immagini dei plancton si sfaldano partendo dal bordo degli schermi e gradualmente si trasformano in linee colorate, tornando all’origine e, al contempo, rimandando all’assimilazione e alla separazione fra gli esseri viventi, in tre parole, al “ciclo della vita”.

Daniela Shalom Vagata

www.kyotographie.jp

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Daniela Shalom Vagata
Professore associato specifico di lingua e letteratura italiana all’Università di Kyoto, vive in Giappone dal 2006. Laureata all’Università di Bologna in letteratura italiana, indirizzo filologico, ha successivamente conseguito un Master negli Stati Uniti in letteratura e cinema, e un dottorato di ricerca presso l'Università di Bologna con una tesi sul commento alle “Grazie” di Ugo Foscolo. Scrive per Argo. Rivista d’Esplorazione ed è redattrice della rivista per la quale ha curato l’inserto multimediale “Watershape”. Ha iniziato a studiare danza da adulta, a Kyoto, e la danza le ha aperto le porte della conoscenza delle arti performative in Giappone e in Oriente.