Elogio dell’ombra. La nuova monografia di Antonio Marchetti Lamera

L’artista lombardo Antonio Marchetti Lamera raccoglie un’ampia documentazione della sua più recente indagine pittorica in un volume, fresco di stampa, curato da Angela Madesani e progettato da Armando Milani. Confermando un approccio al reale che parte dallo strumento fotografico per giungere infine alla pittura.

Antonio Marchetti Lamera, Raggi ombrosi, 2015
Antonio Marchetti Lamera, Raggi ombrosi, 2015

Antonio Marchetti Lamera (Torre Pallavicina, 1964,) predilige la pittura cercando un dialogo costante tra un’indagine aniconica e un dialogo con la realtà, che declina mediante un’osservazione ravvicinata e costante delle ombre, quelle più impercettibili, appartenenti al quotidiano. D’altronde, come ribadisce Angela Madesani, nel suo testo, Marchetti Lamera è un osservatore, e ciò è emerso a chiare lettere nella recente mostra ospitata nella Nuova Galleria Morone di Milano.

La sua monografia si intitola Raggi ombrosi. Perché?
Raggi ombrosi è il titolo dei miei ultimi lavori. È un omaggio a Leonardo da Vinci, che definiva con tale ossimoro le ombre. Queste ultime, a detta del grande artista rinascimentale, sono privazione di luce poiché allontanano i raggi luminosi ed emettono raggi ombrosi, che si allargano nell’aria e sono di tante varietà, quante quelle delle ombre originali da cui derivano.

Da molti anni la sua ricerca indaga un distillato di realtà, che però si astrae grazie a un processo creativo che include altri linguaggi per poi approdare alla pittura. Quali sono gli step che precedono la nascita di un dipinto?
La pittura per me è solo uno strumento all’interno di un sistema di regole definite, che con un uso prolungato può determinarsi come tale, come direbbe Rosalind Krauss. Il mio processo creativo ha inizio con la fotografia, prosegue con un lavoro manuale, che include nelle sue fasi intermedie principalmente il disegno.

Antonio Marchetti Lamera - Raggi ombrosi - courtesy Armando Milani
Antonio Marchetti Lamera – Raggi ombrosi – courtesy Armando Milani

Perché sceglie la fotografia come linguaggio primario di studio della realtà?
La fotografia è il mezzo più idoneo a catturare e rendere immobili le ombre che depongono al loro interno una sorta di mobilità latente, la quale contiene virtualmente tutte le velocità, le spegne e le custodisce. In sintesi, la fotografia impedisce al tempo di scorrere e mi permette di passare alla fase successiva del mio lavoro che definirei “disegno mobile”; le forme possono dirsi in continuo divenire; si sovrappongono, si scompongono, interagiscono tra loro, diventano trama di un racconto, un’animazione, come dei fotogrammi di una realtà che muta ogni istante il proprio aspetto; un mondo che si pone tra il visibile e il dissimulato. È una riflessione sulla mutevolezza inarrestabile dell’ambiente attraverso il variare delle ombre.

Il volume è curato da Angela Madesani, critica d’arte che segue il suo lavoro da molti anni. Immagino quindi che il libro sia il frutto di un lavoro comune. Com’è andata?
Angela Madesani, oltre a essere la curatrice con cui collaboro da anni, è una mia carissima amica; credo sia fondamentale stabilire solidi rapporti umani prima che professionali. So che sembra un’utopia in uno mondo dell’arte sempre più  caratterizzato dall’individualismo, ma il legame con Angela dimostra che è possibile. Con lei ho condiviso ogni passaggio del libro fin dalla sua origine.

Antonio Marchetti Lamera nel suo studio ai Bocs di Cosenza per la residenza de I Martedì Critici
Antonio Marchetti Lamera nel suo studio ai Bocs di Cosenza per la residenza de I Martedì Critici

Che ruolo hanno la critica d’arte e la curatela nel percorso di un artista e nel suo lavoro in particolare?
Sempre più assistiamo a una sorta di ribaltamento dei ruoli; il curatore, senza volerne sminuire l’importanza, molto spesso, decide della visibilità di un artista nelle mostre, e conseguentemente della qualità del suo lavoro. Credo sia fondamentale ristabilire un equilibrio tra le parti.

Da qualche anno è anche sindaco a Torre Pallavicina, dove nel Palazzo Barbò, con la curatela di Angela Madesani, avete proposto mostre d’arte contemporanea di ampio respiro. Ci può raccontare qualcosa in più di questa esperienza?
Quella che sembrava la follia di un artista prestato al senso civico si è trasformata nella realtà più tangibile. Le splendide sale di questo palazzo rinascimentale, dall’inizio del mio mandato, ovvero dal 2011, sono diventate un importante spazio espositivo. Alla mostra inaugurale dedicata a Piero Manzoni – artista nato a pochi chilometri da Torre Pallavicina – per il cinquantesimo anno della sua morte, curata da Alberto Dambruoso, ne sono seguite altre quattro, sotto la direzione di Angela Madesani.
In ordine temporale sono passati Maurizio Donzelli, Massimo Minini con una mostra di fotografie della sua collezione privata, Piero Almeoni e quest’anno, a chiusura del mio mandato, una mostra in collaborazione con Hélène de Franchis di Studio la Città di Verona. Sempre più questo edificio si configura come luogo ideale per lanciare sfide ad artisti e galleristi che, stregati da tanta bellezza, sono ben felici di cimentarsi con i suoi spazi inventando nuove proposte di allestimento, dove passato e presente convivono in perfetta armonia.

Lorenzo Madaro

www.antoniomarchettilamera.it

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Lorenzo Madaro
Lorenzo Madaro è curatore d’arte contemporanea e docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di belle arti di Catania. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È critico d’arte dell’edizione romana de “La Repubblica” e di “Robinson”, settimanale culturale del quotidiano Repubblica; collabora anche con Arte Mondadori, Artribune, Espoarte, Atp Diary e altre riviste ed è consulente del Polo biblio-museale di Lecce per attività curatoriali e di comunicazione. Nel 2021 è stato membro della commissione di selezione del Premio Termoli, insieme a Giacinto Di Pietrantonio, Alberto Garutti e Paola Ugolini, a cura di Laura Cherubini; e nello stesso anno Advisor del Premio Oliviero curato da Stefano Raimondi. Nel 2020 è stato tra gli autori ospiti del Festival della letteratura di Mantova, con un intervento incentrato su alcune lettere inedite di Germano Celant dedicate a due artisti italiani degli anni Sessanta, Umberto Bignardi e Concetto Pozzati. Tra le mostre recenti curate o coordinate, Gianni Berengo Gardin. Vera fotografia (Castello, Otranto 2020); Umberto Bignardi. Sperimentazioni visuali a Roma (1963-1967) (Galleria Bianconi, Milano 2020); Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro (Galleria Fabbri, Milano, 2019); ‘900 in Italia. Da De Chirico a Fontana (Castello di Otranto, 2018); To Keep At Bay (Galleria Bianconi, Milano 2018); Spazi igroscopici (Galleria Bianconi, Milano 2017); Mario Schifano e la Pop Art italiana (Castello Carlo V, Lecce, 2017); Edoardo De Candia Amo Odio Oro (Complesso monumentale di San Francesco della Scarpa, Lecce, 2017); Natalino Tondo Spazio N Dimensionale (Galleria Davide Gallo, Milano, 2017); Andy Warhol e Maria Mulas (Castello Carlo V, Lecce 2016), Principi di aderenza (Castello Silvestri, Calcio - Bergamo 2016), Leandro unico primitivo (promossa dal Mibact in diversi musei pugliesi, 2016); Spazi. Il multiverso degli spazi indipendenti in Italia (Fabbrica del Vapore, Milano 2015). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce. Ha pubblicato diversi cataloghi, saggi e contributi critici su artisti del Novecento e della stretta contemporaneità e insegnato Storia dell’arte contemporanea, Fenomenologia delle arti contemporanee e Storia e metodologia della critica d’arte all’Accademia di Belle Arti di Lecce.