Chi era Federico Barocci, il precursore del barocco (che bucava le scadenze ma dipingeva da dio)
A 450 anni dalla realizzazione della Madonna del Popolo (oggi agli Uffizi), Officina Libraria pubblica il carteggio dell’artista che racconta una figura irregolare, indomabile, inaffidabile ma impeccabile nella pittura
Farsi fare un quadro da lui è un’impresa che richiede pazienza. Ne sanno qualcosa i rettori della Fraternita dei Laici di Arezzo. Dalla stipula del contratto per la Madonna del Popolo alla consegna della pala d’altare passano quattro anni, tre in più del previsto, scanditi dal crescente nervosismo dei committenti: “Veniamo a recordargli con questa l’obbligo suo et desiderio nostro”. Lui giustifica gli estenuanti ritardi con una malattia che ne rallenta e talvolta interrompe il lavoro. Di cosa si tratti con è chiaro. Sostiene, e certe fonti confermano, di essere stato avvelenato. Fatto sta che “la mia mala disposizione mi tormenta sempre”. Ogni giustificazione è buona anche per rimandare i viaggi. Troppo freddo. Troppo caldo. Troppi impegni. Troppo faticoso “cavalcare costì”.
Inaffidabile sui tempi, è impeccabile nei modi. Dipinge da dio. Ma è anche diligente nei disegni preparatori, e nella cura dei cartoni. Preciso nella scelta dei legni di supporto (stagionati al punto giusto) e delle cornici. Attento alla condizione delle luci negli ambienti dove le opere saranno collocate (“l’invetriata dipinta in muodo alcuno me piace”). Efficiente nella logistica: trasporti e imballaggi di sicurezza. La Madonna del Popolo arriverà infine ad Arezzo, a dorso di mulo, “armata come machina da guerra”.

Chi è Federico Barocci
Lui è Federico Barocci (1533 circa-1612), genio della pittura europea tra manierismo e barocco. Trascorre la vita nella sua Urbino, salvo un soggiorno di quattro anni a Roma.
Ma a dispetto della storiografia seicentesca che lo dice isolato, defilato, solitario, è in fecondo contatto coi potenti del suo tempo. Nobili, cardinali, sovrani. Rodolfo II lo vorrebbe a Praga, Filippo II all’Escorial. Ma lui sta bene coi duchi della Rovere, dei quali si dichiara, con orgogliosa riverenza, “sudito et servitore”.
La sua pittura coniuga virtuosismo manierista e populismo cattolico, nel segno di una libera adesione alla Controriforma. I suoi quadri sorprendono per fantasia d’invenzione e originalità cromatica, e suscitano tenerezza. Il suo “zelo devoto” (Argan) “eccita lo spirito e la divozione”, come prescrivevano le Instructiones dettate agli artisti dal Concilio di Trento.
Curiosi episodi della sua vita quotidiana emergono ora dal “Carteggio di Federico Barocci” pubblicato da Officina Libraria per la cura di Barbara Agosti, Anna Maria Ambrosini Massari e Camilla Colzani, frutto di una “campagna di ricerca sulle fonti relative all’attività, alla fama e alla fortuna” dell’artista promossa dalle università di Urbino e Roma Tor Vergata. Una ricerca – sottolineano le studiose – che “fa risaltare come mai prima la posizione centrale occupata dal maestro urbinate sulla scena artistica italiana e europea tra gli ultimi due decenni del Cinquecento e l’avvio del nuovo secolo”.
Il carteggio di Barocci
Le lettere raccolte sono una sessantina. Ottobre 1567: Barocci scrive a Giulio Veterani, segretario di Guidubaldo II della Rovere. Il duca gli ha chiesto di realizzare una copia di un quadro di Tiziano (non sappiamo quale). Incarico a prima vista di secondo piano, ma Federico accetta volentieri. Ama Tiziano. Copiare il maestro non è una diminutio, ma un onore, e un utile esercizio. E dunque: “Questa mattina ho consegnato al fattor di Urbino li doi quadretti che li mandi in mano di Vostra Signoria, cioè l’originale di mano di Tiziano et la copia cavata da quello di mia mano”. Anche in questo caso, la consegna avviene in ritardo rispetto ai tempi pattuiti. Stavolta Federico si giustifica col maltempo. “Io sono tardato tanto ad ammandarli perché non erano ancora sciutti alcuni colori per la grande humidità et piogge”.
Il nucleo più corposo del carteggio riguarda il complicato rapporto tra Barocci e i rettori della Fraternita dei Laici di Arezzo. Inizia nell’ottobre 1574, con la richiesta di dipingere una “tavola con figure che rappresentino il mistero della Misericordia”. E con alcune domande pratiche, circa i tempi e il compenso: “Quando si potria incominciare et quando finire…e che spesa la giudica”. Barocci accetta l’incarico, non il soggetto. Preferisce una iconografia di “più bella invenzione”.

La Madonna del Popolo di Barocci
Sarà la Madonna del Popolo, oggi agli Uffizi. Avverte che lavorerà a Urbino, e che “bisogna haver patienza”. A inizio 1575 ecco la firma del contratto. Quattrocento scudi, pagati e rate: 200 subito, 100 nel giro di otto mesi per l’avanzamento lavori, 100 a opera conclusa. Scadenza fissata a un anno. Quando però il lavoro non è neppure iniziato. La Fraternita scalpita: “Si degni di rispondere et dare qualche informazione”. E siamo al febbraio del 1576. Barocci comunica di aver “finito tutti li disegni et condotto il cartone quasi al fine”. Aggiunge: “Harei potuto incominciare a dipingere” se avessi trovato “tavole ben staggionate”. A giugno le tavole sono pronte, e il pittore ha steso la prima imprimitura. Ma procede a rilento. E gli aretini sono sempre più seccati. A settembre Barocci gli scrive: “Spero in Dio di satisfarli, se bene serò un poco lunghetto, habbi patienza”. E siamo all’aprile del 1578: “Dio laudato” la tavola “se ritrova a bonissimo termine”, e scusate ancora il ritardo, dovuto alla “mia indispositione”. Chiede intanto il pagamento della seconda rata, che gli viene negata. Sarà saldata all’arrivo dell’opera ad Arezzo, nel giugno del 1579. Tutto risolto, finalmente? Ahinoi, no. La tavola, protestano i rettori, non è “di quella bona qualità che ci si aspettava”. Ci sono già cadute di colore, forse a causa dell’insufficiente stagionatura del legno.
La personalità di Barocci
L’infelice esperienza suggerisce a Barocci prudenza in vista di nuovi incarichi. Così, quando un padre oratoriano gli ordina un quadro per la chiesa romana di Santa Maria in Vallicella (la Visitazione), accetta ma mette le mani avanti: “Mi duole non poter fare presto come sarebbe loro desiderio”. E rinuncia all’anticipo: “Circa li denari ancora non li voglio pigliare”. E insomma, è sempre lui che decide, detta tempi e condizioni. Barocci, scrive Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, “non è uno di quelli uomini che il padrone possa farli fare quel che vorrebbe”, niente può “altarar la sua natura e l’humor suo”.
Lo stesso Francesco Maria lo consulta circa il prezzo di un colore, il salatissimo azzurro oltremarino. Uno dei pittori di corte, Federico Zuccaro, gli ha chiesto di acquistarne una gran quantità a Venezia, dove il prezzo è più caro. Il duca si chiede se ne valga la pena. Barocci risponde che no. Va bene anche quello che “costa anco meno, non ci conoscendo, quando è in opera, differenza tra l’uno e l’altro che importi”. In un’altra lettera, ancora al duca, il pittore sterza sull’interesse privato: gli raccomanda il cognato per un posto di lavoro “in uno di quegli officii qual più gli piacerà”.

Barocci e i Borromeo
Un giorno a scrivergli è il cardinale Federico Borromeo, esponente di una ricca e potente famiglia lombarda, raffinato collezionista, futuro arcivescovo di Milano (lo incontriamo nei Promessi Sposi) e fondatore della Pinacoteca Ambrosiana, uno dei primi musei europei. Gli domanda, “con tutta la comodità sua” (devono averlo informato sui ritmi del maestro) un quadro per la propria raccolta personale. Sapendolo sensibile alla spiritualità francescana, lo fa contattare da un frate cappuccino. Barocci stavolta si sbriga in fretta. In pochi mesi consegna a Roma, dove Federico viveva, una meravigliosa Natività, oggi all’Ambrosiana, replica di quella già dipinta per Francesco Maria della Rovere e da questi donata alla regina Margherita d’Austria, consorte di Filippo III di Spagna (il quadro è al Prado). “È bellissimo”, scrive Borromeo nella lettera di ringraziamento.
Ma la lettera più bella è quella di Matteo Senarega, committente della Crocefissione ordinata a Barocci per il Duomo genovese di San Lorenzo (dove da allora si trova): “Un difetto solo ha la tavola, che per haver del Divino, lodi umane non vi arrivano: vive per questo involta fra silentio e maraviglia”.
Armando Besio
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