Dalla chiesa al museo e ritorno: la storia della Madonna del Parto di Piero della Francesca

Sta facendo discutere la sentenza del Consiglio di Stato che sancisce il ritorno della Madonna del Parto di Piero della Francesca nel luogo per cui è stata dipinta. L’affresco lascerà quindi il museo di Monterchi per tornare nella cappella di Santa Maria di Momentana, a breve distanza

La Madonna del Parto, di Piero della Francesca
La Madonna del Parto, di Piero della Francesca

I rapporti tra musei e spazi sacri sono da sempre complessi e percorsi da frequenti tensioni. Le cattedrali di epoca medievale (e ancor prima i templi greci e romani) furono gli antesignani dei musei: presso di loro veniva radunato e custodito tutto ciò che la comunità riteneva meraviglioso, unico, degno di esser rimembrato e tramandato. Dal Rinascimento in avanti l’idea di museo ha preso a strutturarsi, e sempre più opere d’arte sacra sono divenute (anche) oggetti da collezione: prima i dipinti, poi, con l’affermazione di un interesse per la storia della Chiesa delle origini, i reperti che testimoniano gli usi e la fede dei più antichi cristiani.
Il nobiluomo seicentesco Francesco Gualdi avvertì tutta l’ambiguità dello status di questi manufatti e, pur arso come pochi dal sacro fuoco del collezionismo, non esitò a far uscire dal proprio museo diversi sarcofagi paleocristiani, che sistemò all’interno o nei portici di alcune basiliche romane, perché tornassero a essere pezzi sacri, oggetto della devozione dei fedeli, più che della curiosità dei conoscitori (“ut esset sanctitate loci venerabilior”, si legge nell’iscrizione che accompagna una di queste donazioni, “perché sia degno di maggiore venerazione per la santità del luogo”). Ma la storia si muoveva ormai in tutt’altra direzione, e subì una decisa accelerazione con le spoliazioni napoleoniche prima e con l’eversione dell’asse ecclesiastico poi, quando le pale a decine lasciarono gli altari e trovarono posto nelle sale museali (l’esempio napoleonico di Brera costituisce il caso italiano più significativo in questo senso).

“Occorre prendere atto della complessità della fruizione delle opere e occorre fare in modo che tale complessità abbia modo di dispiegarsi”.

In questi ultimi decenni, e anzi anni, la situazione appare in forte evoluzione: all’interno di un quadro più vasto in cui il concetto di restituzione assume una sempre maggiore centralità, a vari livelli (dalla riconsegna delle opere sottratte dai nazisti alla repatriation dei reperti frutto delle razzie coloniali) e in cui la volontà di ricostruire i contesti di origine trova spazio anche nelle politiche ministeriali nostrane, come prova in particolare il progetto 100 opere tornano a casa, si è affacciata più volte l’idea di ricondurre opere d’arte sacra esposte nei musei negli spazi ecclesiali per i quali furono realizzate. Ne aveva parlato, in maniera un po’ precipitosa, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt nel 2020; ora è una sentenza del Consiglio di Stato a riportare d’attualità il tema. Il celebre affresco di Piero della Francesca raffigurante la Madonna del Parto deve lasciare il museo che lo custodisce (e che è consacrato praticamente per intero a questa sola opera) e deve tornare nella chiesa in cui fu realizzato intorno alla metà del Quattrocento, ovvero la cappella di Santa Maria di Momentana, posta a breve distanza dal borgo di Monterchi (Arezzo), nell’area dove sorge il cimitero del paese.
La sentenza giunge a mettere la parola fine a una vicenda particolarmente complessa, che ha visto contrapposti il Comune, la Diocesi e la Soprintendenza e che ha vissuto un momento di svolta nel 1992, quando l’affresco è stato trasferito nel museo. La musealizzazione, o meglio questa musealizzazione, non è mai apparsa, ai più, una soluzione soddisfacente. Lasciamo pure da parte il fatto che la mossa è sembrata obbedire in maniera smaccata a una logica di sfruttamento commerciale del bene (facciamo i soldi con Piero, mettendo a pagamento l’accesso al suo affresco). Il punto è piuttosto un altro: il museo della Madonna del Parto è bruttino. Le condizioni di fruizione dell’opera sono, è vero, piuttosto buone e sicuramente migliori di quelle che si registravano in chiesa. Ma il museo ha pur sempre sede in un modesto edificio scolastico di epoca fascista, che stona terribilmente con l’altezza vertiginosa del capolavoro e che non ha mai perso, per quanti sforzi siano stati fatti, un’aria da rifugio temporaneo, di fortuna. Si parlava allora di trasferire l’opera nel poco distante monastero di San Benedetto, un edificio antico, corredato di una chiesa in cui l’affresco avrebbe potuto forse trovare una collocazione più consona… Ma la sentenza allontana (definitivamente, si direbbe) questa ipotesi.

FRUIZIONE DELLE OPERE E PROSPETTIVE ECONOMICHE

E allora che l’opera torni nel luogo dove Piero la dipinse, benché della chiesa originaria non sia rimasto nulla. Si riannoderà così il filo della fortissima devozione popolare per questa immagine, venerata con grande attaccamento dalle partorienti: una devozione che il trasferimento dell’opera nel museo aveva, se non proprio annullato, fortemente ridimensionato. Questo aspetto può sembrarci, comprensibilmente, ‘strano’, l’espressione di un approccio superstizioso al sacro. Eppure è un aspetto che ha giocato un ruolo fondamentale nella genesi dell’opera e nella sua fruizione plurisecolare. Che l’affresco torni quindi a essere “sanctitate loci venerabilior”: il che naturalmente non contrasta con una sua fruizione laica, estetica, storico-artistica. Occorre prendere atto della complessità della fruizione delle opere e occorre fare in modo che tale complessità abbia modo di dispiegarsi.
Occorre, soprattutto, che adesso Comune, Diocesi e Soprintendenza depongano l’ascia di guerra e collaborino affinché tale duplice fruizione avvenga nel migliore dei modi: in condizioni ottimali di conservazione e di sicurezza, con un’adeguata illuminazione ed efficaci apparati comunicativi. D’altra parte, non è simpatico liquidare con un’alzata di spalle l’argomento commerciale al quale tanto tengono il Comune di Monterchi e una buona parte della comunità: al di là degli introiti provenienti dal biglietto del museo che ora verranno a mancare, l’allontanamento dell’opera dal centro del paese metterà a rischio quell’afflusso di visitatori tra le strade del borgo che ha recato grande giovamento a ristoratori e negozianti. Anche questo aspetto, pertanto, andrà tenuto presente, e in questo senso il ritorno in chiesa dell’opera può rappresentare una sfida: a collegare più strettamente il borgo alla chiesa, magari attraverso un suggestivo percorso pedonale nel verde, e ad articolare maggiormente l’offerta culturale, turistica e ricettiva di Monterchi, in modo da renderla meno piero-centrica e con l’obiettivo di favorire un turismo lento, con soggiorni più lunghi sul territorio, lontani dalla logica della ‘toccata e fuga’.

Fabrizio Federici

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale e, tra il 2016 e il 2018, borsista post-doc presso la Bibliotheca Hertziana di Roma. È l'amministratore della pagina social Mo(n)stre.