Tra mito e realtà. Il Giappone come l’antica Grecia, a Milano

Mudec, Milano – fino al 2 febbraio 2020. Sconfinamenti e scambi tra Sol Levante ed Europa: è il trionfo del Giapponismo, a cavallo tra Ottocento e secolo scorso.

Galileo Chini, Paravento Turandot, fronte. Photo Carlotta Coppo. Courtesy Mudec, Milano
Galileo Chini, Paravento Turandot, fronte. Photo Carlotta Coppo. Courtesy Mudec, Milano

Impressioni d’Oriente è la mostra che il Mudec dedica all’intenso scambio artistico e culturale che si verificò da metà Ottocento agli inizi del Novecento tra Europa e Giappone. Fra le tante rassegna che celebrano l’amore per l’Oriente e il cosiddetto Giapponismo, questa mostra si inserisce in un contesto, come il Museo delle Culture, che guarda ai fenomeni artistici e agli scenari extra-europei con un approccio fortemente etnografico e antropologico.
Allo stesso tempo l’esposizione si radica nel territorio lombardo, nella storia di Milano e dei suoi collezionisti, celebrando le figure di Henri Cernuschi, banchiere milanese che diede vita al Museo omonimo a Parigi, e del Conte Passalacqua, che nell’Ottocento costituì un vero e proprio museo privato giapponese.
È una mostra dal carattere interdisciplinare che racconta, attraverso oggetti d’arte e d’arredo, opere pittoriche e scultoree, nonché stampe e illustrazioni, la fascinazione nei confronti di un mondo lontano, immaginato come un’antica Grecia da cui l’Occidente potesse trarre nuovamente ispirazione. Non mancano riferimenti anche all’influsso occidentale subito dagli stessi artisti giapponesi in seguito all’apertura dei porti e ai conseguenti scambi con l’Europa e l’America, immagini di bellezze femminili e architetture moderne come ricorrono in Itō Shinsui e Shiro Kasamatsu.

Gerolamo Induno, La giapponesina. Photo Carlotta Coppo. Courtesy Mudec, Milano
Gerolamo Induno, La giapponesina. Photo Carlotta Coppo. Courtesy Mudec, Milano

MODE E NUOVI LINGUAGGI

Il Giapponismo rappresenta una questione molto più complessa ed estesa rispetto al campo strettamente artistico, inglobando la moda, il gusto, facendo saltare le distinzioni tra belle arti e arti decorative. Il fascino esercitato dall’Oriente compare ovunque, in un’acconciatura, in un abito, in un paravento, nelle riviste che circolavano al tempo, nella rappresentazione di un paesaggio in cui la prospettiva cessa di essere il fattore organizzativo e compositivo dominante, nella musica di Madama Butterfly di Puccini.
Non solo pittura, dunque, ma anche oggetti delle collezioni Cernuschi e Passalacqua, insieme agli abiti dell’Atelier Fortuny. La moda orientaleggiante entra anche nelle arti maggiori attraverso la figura femminile abbigliata con il kimono, come accade nelle opere di Vincenzo Gemito e Gerolamo Induno. Tra gli autori non compaiono solo quelli vicini all’Impressionismo e al Post-Impressionismo, ma anche accademici come Léon François Comerre, attratti dall’esotismo delle immagini. Non mancano gli accostamenti più consueti, Toulouse-Lautrec con la sua predilezione per la linea e le campiture piatte di colore e il punto di vista rialzato, come nelle famose vedute del Giappone di Utagawa Hiroshige.

LE CONVERGENZE

Documentazione scientifica ed evasione fantastica si intrecciano continuamente tra loro. Tutte le particolari convergenze che si crearono tra linguaggi artistici e culture differenti vengono ricostruite sulla traccia della storia dei trattati commerciali e delle Esposizioni Universali. A restare impressi nella memoria sono anche i protagonisti di questa esperienza come i coniugi Ragusa, il conte Primoli e in Francia Siegfried Bing, con la sua rivista Le Japon Artistique.

Antonella Palladino

Evento correlato
Nome eventoImpressioni d’Oriente. Arte e collezionismo tra Europa e Giappone
Vernissage30/09/2019 su invito
Duratadal 30/09/2019 al 02/02/2020
CuratoriPaola Zatti, Flemming Friborg
Generearte moderna
Spazio espositivoMUDEC - MUSEO DELLE CULTURE
IndirizzoVia Tortona 56 20144 - Milano - Lombardia
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Antonella Palladino
Dopo la laurea in Conservazione dei beni culturali, negli anni napoletani svolge degli stage presso la Fondazione Morra e il Pan, collabora poi come assistente con la galleria Umberto Di Marino. Fondamentale si rivela essere l’esperienza presso l’ufficio comunicazione del Mart di Rovereto. È assistente di Filippo Tattoni-Marcozzi per un breve e felice periodo. Si trasferisce in Trentino Alto-Adige e inizia l’attività di critico scrivendo per diverse riviste tra cui Artribune e Juliet Art Magazine. Cura delle mostre per la galleria Paolo Erbetta, Stop Motion di Alessio Rota e Noisy di Gianluca Capozzi. A Benevento presenta Lichtkammer dell’altoatesino Harry Thaler. Per ora lascia il Trentino e inizia una nuova avventura.