Un’altra prospettiva su Renato Guttuso. A Pavia

Pavia, Scuderie del Castello Visconteo – fino al 18 dicembre 2016. Cinquanta opere, tutte nature morte, per rileggere l’opera del pittore siciliano. Una mostra tematica che fa scoprire anche un Guttuso diverso. Come nel caso del peculiare omaggio a Morandi.

Renato Guttuso, Natura morta, 1966 – Varese, Fondazione Pellin © Renato Guttuso by SIAE 2016
Renato Guttuso, Natura morta, 1966 – Varese, Fondazione Pellin © Renato Guttuso by SIAE 2016

OLTRE LE MODE
Le oscillazioni del gusto seguono percorsi inspiegabili, spesso eterodiretti. Prendiamo Renato Guttuso (Bagheria, 1911 – Roma, 1987): fino agli Anni Ottanta pittore italiano per antonomasia nell’immaginario collettivo di massa, poi sempre meno considerato. Un ripensamento causato in gran parte da motivi ideologici, ma che si autogiustifica attribuendo proprio alle stesse ragioni il successo che ebbe un tempo Guttuso.
Sono dunque benvenute le iniziative che ripropongono e riesaminano l’opera del pittore siciliano, il cui valore complessivo va oltre le mode culturali. La mostra in corso alle Scuderie del Castello di Pavia non è un’antologica, ma una ben congegnata mostra tematica sulle nature morte. Non una rassegna di capolavori, ma comunque una selezione di cinquanta opere di qualità, molte importanti o sorprendenti.

UN APPROCCIO SENSUALE ALLE COSE
Le nature morte sono una parte fondamentale dell’opera dell’artista. Ma il fatto che la mostra si concentri solo su un filone permette di scoprire un Guttuso diverso da quello cui si pensa abitualmente. Escludendo i quadri di figura e le scene collettive, si entra in un gioco di ripetizioni e variazioni che fa cogliere in filigrana l’essenza del suo linguaggio. Quasi nella sua materialità: i dipinti si sperimentano con un approccio che ha molto a che fare con la sensualità – più che di riferimenti sessuali allegorici, peraltro frequenti, è questione di colori, forme, intersezioni di linee e superfici.
Il percorso si apre con uno dei dipinti preparatori per la Vucciria, Peperoni del 1974 – prologo che rappresenta una posizione mediana, di sintesi, rispetto alle variazioni di stile compiute negli anni. E dopo un paio di opere giovanili, si entra nel vivo, a partire dai lavori di fine Anni Trenta-inizio Quaranta, con la loro impagabile densità di colori e geometrie (è il caso, ad esempio, di Sedia, bucranio e tavolo verde del 1938, in prestito dal Mart).

Renato Guttuso, Natura morta, 1966 – Varese, Fondazione Pellin © Renato Guttuso by SIAE 2016
Renato Guttuso, Natura morta, 1966 – Varese, Fondazione Pellin © Renato Guttuso by SIAE 2016

OMAGGIO A MORANDI
Il colore è struttura, sin da queste prime opere. E lo rimane fino agli ultimi anni, nonostante le continue variazioni. Nelle campiture regolari della Natura morta del 1947 (esempio di stile picassiano rivisitato con autonomia); nei pomodori di Finestra a Riano Flaminio (1951), in cui la pennellata è più lavorata, oppure nel ruvido Aphelandra (1965); ma anche nei quadri degli Anni Ottanta in cui il colore è più diffuso, atmosferico.
Nel percorso della mostra, poi, sono molti i dipinti che sorprendono per il distanziamento dalla poetica guttusiana più abituale. Citiamo il desolato e assieme maestoso Due peperoni del 1960, in cui predomina l’assenza; i Teschi sul caminetto del 1986, quasi un quadro alla Clemente; e, soprattutto, Da Morandi del 1965, omaggio al maestro bolognese che costituisce un incontro tra due figure diversissime ma solo in apparenza opposte. La mescolanza tra i due stili trovata da Guttuso nel suo quadro-tributo è delle più curiose.

Stefano Castelli

Pavia // fino al 18 dicembre 2016
Renato Guttuso – La forza delle cose
a cura di Fabio Carapezza Guttuso e Susanna Zatti
Catalogo Skira
SCUDERIE DEL CASTELLO VISCONTEO
Viale XI Febbraio 35
0382 33676
[email protected]
www.scuderiepavia.com

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/55915/guttuso-la-forza-delle-cose/

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.

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