“Se la malattia è scomoda, la vita è scomoda”. Intervista all’artista Maria Rapicavoli, in mostra a New York
Il cancro come attivatore, poi la nascita di una serie di opere che parlano di biologia, di esistenza e di essere in un tutto con la natura. A New York, fino al 28 novembre, si svolge la mostra Low Tide di Maria Domenica Rapicavoli. Intervista all’artista
Lunghe passeggiate in riva al mare, sperimentazioni sulla materia e sulla parola, l’esperienza della malattia si traducono in una mostra a New York. A dare il là è un’artista italiana, Maria Domenica Rapicavoli, nata a Catania e residente nella Grande Mela. Dove presenta, presso la Sofy Gallery, Low Tide, una personale a cura di Mariacristina Ferraioli che parla di corpo, tempo, sessualità, natura e di quanto siamo parte del tutto, del destino, di scienza e biologia, delle cose che si portano a compimento, della vita e del suo flusso esistenziale. E di malattia. Non è tuttavia una mostra sul cancro, ma la vicenda attivatrice che fa scattare le cose, portando anche l’artista a dipingere per la prima volta dopo vent’anni. Ne abbiamo parlato con Rapicavoli in questa intervista.

La mostra di Maria Domenica Rapicavoli a New York
Low Tide, il progetto che presenti alla Sofy Gallery di New York, parte da una storia personale.
Parlare di me e della mostra è la stessa cosa. Quando Mariacristina Ferraioli mi ha invitata a ragionare su un nuovo progetto non avevo in mente nulla in particolare. La verità è che avendo trascorso l’anno 2025 tra chemioterapie e interventi non ero perfettamente a mio agio e, presumo, che sia anche normale così. Però ero felicissima di tornare a lavorare, anche se non mi sentivo in grado di farlo, di rimettere in moto il cervello. Tutta la parte intellettuale e creativa… era quella ad esser addormentata.
Questa mostra, dunque, è una sorta di risveglio.
Esatto. Lo scorso anno mi è stato diagnosticato un tumore. Ora sono in remissione e sto bene. La diagnosi però allora era per me totalmente inaspettata, quindi il percorso è stato lungo e complesso. La vicenda che ti racconto è stata esplosiva ed è esplosa nella mostra. Poteva non esserci, ma io di solito racconto cose che per me hanno urgenza d’esser raccontate. E non hanno a che vedere solo con me e il mio corpo.
E con cosa allora?
Nel mio lavoro ho parlato della militarizzazione dei cieli, dei fenomeni migratori, dei maxiprocessi, della mafia.
Tutte questioni a te familiari.
Sono cose che sento molto forti, che hanno bisogno di essere messe in evidenza. Cerco di renderle più universali. E il cancro non sfugge a questa logica. Quando ho cominciato a condividere la mia esperienza personale mi sono resa conto che si tratta purtroppo di una piaga molto diffusa, più di quanto si pensi. Mi sono resa conto che in realtà molte persone condividevano la mia condizione e che avevamo tutti le stesse paure.
Tra queste c’era anche quella nei confronti del lavoro…
Certo, non riuscivo a fare nulla. In studio sono andata pochissimo. A un certo punto però qualcosa è cambiato. E ho deciso che avevo bisogno di sfogare la mia energia manuale e creativa. Quindi sono andata a lavorare in uno studio di ceramica. Ho lavorato questo materiale, poi la porcellana, utilizzavo entrambe come fosse plastilina, come fosse il play-doh dei bambini. Lavoravo, mi rilassavo, tornavo a casa. Ed è stato così che mentre lavoravo è venuta fuori l’esigenza di raccontare ciò che mi stava accadendo. Sono partita a creare una serie di scritte in porcellana, quali I am scared o fear. La semplicità mi veniva in soccorso. Le lettere assumevano la forma dei neon che sono qui a New York un po’ ovunque. Li copiavo, smaltando le mie scritte con colori molto accesi e lucidi. Una di queste scritte diceva Like a turtle upside down.
Perché?
Stavo leggendo un libro sulle tartarughe. Sono animali resilienti. Anche quando sono distrutte, le schiacciano le macchine, sono in grado di sopravvivere. Ci mettono un bel po’ a guarire ma riescono a farlo. E poi mi piaceva questa idea del rischio e il fatto che quando sono a pancia in su le altre si impegnano a farle girare fin quando non si capovolgono e tornano in piedi. Ed io, che ho avuto tanto aiuto intorno a me, amavo questa idea di solidarietà. Ad ogni modo una di queste frasi è in mostra, perché vengono dalla consapevolezza di un privilegio.
Cosa intendi?
A un certo punto ho preso queste frasi e le ho appese tutte insieme al muro. Le ho viste come una mappatura di me, di ciò che mi stava accadendo. E ho capito che sono fortunata, perché sono un’artista e quindi mi posso esprimere. Tante persone non possono farlo. Per me è stato davvero terapeutico, queste frasi hanno avuto una evoluzione importante, da semplici scritte sono diventate emozioni. Sia quelle che provavo io, sia cose che mi venivano dette, anche in maniera ironica, tipo You look great, You’re doing great– e io nella mia testa pensavo, e l’ho messo in forma, Fuck you!. Insomma, c’era veramente tutto in questi lavori.

Che cosa significa il titolo Low Tide e quali sono i corpi d’opera che articolano il percorso?
Fa riferimento alle lunghe passeggiate a Rockaway Beach, sull’Oceano Atlantico. Il mare era l’unico luogo in cui riuscivo a staccare e a processare l’accaduto. Andavo sempre nelle ore centrali del giorno, tra mezzogiorno e il tardo pomeriggio, che coincidevano esattamente con la bassa marea. Metaforicamente, la bassa marea rappresenta il momento di massima vulnerabilità ed esposizione. Allo stesso tempo c’è la dinamica del mare che cambia ogni sei ore e, a ogni ciclo, restituisce qualcosa a riva.
Quali lavori nascono da queste suggestioni?
In mostra ci sono tele monumentali di due metri per due, dipinti a gouache su tela grezza bagnata realizzati partendo dalle immagini microscopiche delle mie cellule tumorali, che avevo chiesto ai medici dopo la laparoscopia. Ora non le ho più, ma quando le ho viste ho pensato: “con queste devo assolutamente farci qualcosa”. La dimensione di due metri corrisponde esattamente alla lunghezza che raggiungerebbe il filamento di DNA contenuto in una singola cellula se venisse srotolato.
La pittura è un po’ un inedito per te.
Infatti non dipingo di solito, diciamo questa è la prima volta dopo, credo, vent’anni. Ma in quest’occasione avevo bisogno di utilizzare questo tipo di pittura perché era l’unico modo per me per rappresentare la fluidità, l’organicità, con una pittura che quasi si perde nella tela, perché la tela è bagnata, il colore diventa quasi una macchia, un po’ astratta e diluita.
C’è poi la teca con gli esoscheletri di granchio…
Sì. In spiaggia ho iniziato a collezionare mute di granchi di ogni misura. Ho approfondito la loro biologia e scoperto che compiono la muta decine di volte per crescere: gettano via il guscio stretto e attraversano giorni di estrema vulnerabilità prima che il nuovo esoscheletro si formi e si indurisca. Solo a distanza di tempo, in studio, ho realizzato il legame inconscio tra il granchio (karkinos), il cancro e il carcinoma. Questi granchi sono bellissimi, si chiamano lady crab, sembrano quasi dipinti. La verità è che sto cercando la bellezza anche in questa esperienza che sto vivendo.
In questa serie di incontri casuali in spiaggia.
Già. In mostra ancora c’è una grande conchiglia in porcellana legata alla sfera della sensualità e della rinascita. Nelle mie passeggiate ho poi trovato una cosa che all’inizio sembrava essere una scatola di latta, ma invece era una urna funeraria metallica del 1987, con il nome di una donna Rosalie, e le sue ceneri. Donna, ragazza, bambina. Non so nemmeno quanti anni avesse all’epoca del decesso. All’inizio ho avuto una sensazione bruttissima, come un segno di morte, ma poi una mia amica mi ha fatto sorridere dicendomi che ho davvero poteri paranormali e comunico con l’aldilà. Certamente questa esperienza mi ha profondamente colpita e spinta a riflettere sul DNA, sulla traccia e sul passaggio dell’esistenza. Rosalie voleva essere trovata.
Nel progetto emerge con forza il concetto di eredità biologica. Come dialoga questo aspetto con la tua ricerca artistica precedente?
Nei lavori passati, in particolare nell’opera video The Other: A Familiar Story, avevo esplorato il trauma transgenerazionale raccontando la vicenda di una donna della mia famiglia segnata da patriarcato, abusi ed emigrazione, una storia tramandata da mia nonna a mia madre e poi a me. Dopo la diagnosi ho scoperto, attraverso i test genetici, di essere portatrice della mutazione genetica BRCA2 ereditata per linea materna — la stessa mutazione resa nota da Bianca Balti. Questa scoperta ha aperto una prospettiva inedita: l’eredità non è solo narrativa o psicologica, ma risiede nella biologia. In mostra c’è infatti una foto di mia madre a diciannove anni sulla spiaggia nel 1965, da cui ho rimosso il volto. Dieci anni prima della mia nascita, metà del mio patrimonio genetico e biologico, mutazione inclusa, era già dentro di lei. Rimuovere il volto trasforma quel corpo in una figura universale.

Scegliere di condividere pubblicamente un’esperienza così intima e dolorosa rappresenta un gesto potente. Lo consideri anche una presa di posizione politica?
Sì, per me è senza dubbio un atto politico. C’è voluto del tempo prima di poterlo fare, perché dovevo prima comprendere io stessa cosa stesse accadendo e trovare la misura per raccontarlo. Però non definirei questa mostra una “mostra sul cancro”, perché non lo è.
Sembra più una mostra sulla vita, sullo scorrere del tempo, sul fatto che noi non siamo delle tabule rase ma ci portiamo dentro l’eredità di generazioni che addirittura non conosciamo, sulla relazione con la natura, sul destino e i tempi che si incontrano, che si incrociano, le occasioni…
Sì. E non volevo limitarmi a dire «ho il cancro» e fermarmi al dolore privato; volevo condividere un’esperienza che tocca moltissime persone, parlare del corpo e dell’importanza della prevenzione. Sentivo l’urgenza di usare i miei mezzi espressivi per dare voce a una condizione comune, senza presunzione ma con autenticità. Però per me è stato naturale, come è stato naturale fare il progetto sul maxiprocesso.
Nel sistema contemporaneo si riscontra spesso una tendenza a privilegiare i concetti di glamour e presenza, allontanando ciò che è malattia, cura o fragilità. Pensi che l’arte parli abbastanza di salute?
No, non credo se ne parli a sufficienza. Il mondo dell’arte contemporanea è spesso attratto da contenitori glamour, opening e dinamiche di intrattenimento, mentre tende a considerare “scomodo” tutto ciò che è ruvido, carnale o legato alle interruzioni biologiche dell’esistenza. Ma se la malattia, il sangue o la cura vengono definiti scomodi, allora a essere scomoda è la vita stessa. Non mi sono mai mossa seguendo i calcoli o le aspettative del mercato: quando un tema risponde a una vera necessità interiore, l’unica strada è affrontarlo fino in fondo. In fondo si tratta di accogliere l’imprevisto. La curatrice e la galleria che ospita Low Tidesono stati straordinari. Paradossalmente, questa condizione mi ha regalato una grande liberazione: dipingere le tele o levigare le ceramiche non è più legato ad ansie legate al settore, ma è tornato a essere un gesto guidato da un piacere puro e viscerale.
Santa Nastro
New York // fino al 28 novembre 2026
Low Tide
Sofy Gallery – 153 10th Avenue
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