A New York il grande artista Arthur Jafa racconta la ferita americana
Il New Museum dedica ad Arthur Jafa una grande mostra che ripercorre la sua carriera e i temi che l’attraversano. Una mostra a cui fanno eco le opere di Taryn Simon, Deana Lawson e Cady Noland tra il Guggenheim e le gallerie Gagosian, dando voce a un coro che resiste alla repressione politica statunitense
La più ampia retrospettiva mai dedicata all’opera di Arthur Jafa (Tupelo, 1960), curata da Massimiliano Gioni, dal 24 settembre scorso occupa due piani del New Museum a New York. L’esposizione copre l’intera estensione della pratica artistica di Jafa: i suoi video più celebri, le prime opere e le nuove produzioni nell’ambito dell’installazione, della fotografia e della scultura. Il titolo I Am Tony è un riferimento in stile rapper a Tony Williams, il leggendario batterista di Miles Davis. Per Jafa, la musica nera giunta ad occupare una posizione centrale nell’identità americana è un riferimento assoluto. Tanto più stridente in un contesto come quello attuale, dove la lunga storia di violenza istituzionale esercitata contro la comunità nera si allarga ad altre comunità etniche. Nei suoi film Jafa rivolge uno sguardo lucido e implacabile a una ferita mai rimarginata, lo fa attraverso un confronto consapevole con i social media, la cultura di Internet, la storia del cinema e la musica pop.

Arthur Jafa e la violenza razziale
Jafa è noto soprattutto per il suo film del 2016, Love Is the Message, the Message Is Death, che si apre con un filmato in cui la polizia abbatte a colpi di arma da fuoco un uomo nero, seguito da un altro che ritrae Barack Obama mentre, nel 2015, canta Amazing Grace durante la cerimonia funebredel pastore Clementa C. Pinckney, una delle nove vittime della strage razzista nella chiesa metodista episcopale africana di Charleston, nella Carolina del Sud. L’opera prosegue con un saggio visivo di sette minuti dal ritmo incalzante, incentrato sul razzismo contro i neri e sulla creatività afroamericana, il tutto accompagnato da un inno dalle sonorità gospel di Kanye West. Il lavoro, giunto tre anni dopo la nascita del movimento Black Lives Matter e a pochi giorni dalla vittoria elettorale di Trump, venne trasmesso in streaming sui siti web di oltre una dozzina di musei nel giugno 2020. È invece del 2018 The White Album, opera che Jafa dispiega come un viaggio attraverso la cultura suprematista bianca americana. Con The White Album Jafa ha vinto il Leone d’Oro come miglior artista alla Biennale di Venezia del 2019, mentre quest’anno Fondazione Prada (sempre a Venezia) ha ospitato il lavoro accanto a quello di Richard Prince.
Il video di Arthur Jafa su Michael Jackson
Non va dimenticato che Jafa ha ottenuto i primi riconoscimenti come direttore della fotografia, collaborando con celebri registi quali Julie Dash, Stanley Kubrick e Spike Lee. Nell’esposizione al New Museum compaiono due video meno conosciuti ma altrettanto stupefacenti. Si tratta di MJ, un lungo filmato (forse non ancora del tutto compiuto) a cui Jafa lavora da anni. Il soggetto è un altro divo della musica: Michael Jackson, figura tra le più controverse quanto al rapporto con la cultura e l’identità nera da cui si era via via sempre più isolato. In alcune sequenze Jackson appare come il sublime ballerino che tutti conoscono, ma nello sguardo che Jafa posa su di lui il suo corpo trasmette una sofferenza psicofisica che lustrini e paillettes in nessun modo riescono a nascondere.
Arthur Jafa, Ben Gazarra e la riscrittura del cinema
In uno spazio allestito come microscopica sala cinematografica compare poi la proiezione di Ben Gazzara, video realizzato nel 2024. L’arte di Jafa raggiunge livelli stupefacenti. Vale la pena di utilizzare qualche rigo in più per raccontare nel dettaglio. Nella sceneggiatura originale di Schrader per Taxi Driver (1976, regia di Martin Scorsese) Travis Bickle, interpretato da Robert De Niro, uccide un pappone di nome “Sport” e semina il panico in un bordello per salvare la ragazzina prostituta interpretata da Jodie Foster: le vittime erano tutte nere. Temendo ripercussioni negative e sotto la pressione della casa di produzione, Scorsese e Schrader decisero di riscrivere la scena con personaggi bianchi. Quando Jafa vede il film per la prima volta, da adolescente, ne ricava la sensazione che il ruolo di “Sport” avrebbe dovuto essere affidato a un attore nero; solo molti anni dopo scopre che la sua intuizione era corretta. Utilizzando software di montaggio avanzati, in Ben Gazzara inserisce solo attori neri per interpretare le vittime della strage. Jafa non cerca semplicemente di ripristinare la sceneggiatura originale di Schrader: la sua versione rielaborata viene riprodotta in loop dodici volte, ognuna caratterizzata da una nuova narrazione che ne approfondisce la complessità dei personaggi. Scena dopo scena, con un cast modificato, ciascuno degli undici loop successivi si discosta dall’originale: in una versione Scar accenna un cenno d’intesa a Stevie Wonder, in un’altra l’ex-veterano riesce a spararsi. Complicando l’intento e il contesto del film, l’artista rileva come il personaggio di Bickle ricordi esplicitamente suprematisti bianchi autori di stragi, quali Dylann Roof, proiettando un’ombra inquietante sui miti dell’eroismo che permeano ancora oggi Hollywood e l’industria cinematografica made in USA nel suo complesso.
1 / 6
2 / 6
3 / 6
4 / 6
5 / 6
6 / 6
Il trauma della tratta nell’opera di Arthur Jafa
Uno schermo gigante in una sala buia accoglie invece Aghdra, video del 2021. In lontananza, il sole tramonta sull’oceano; tuttavia, in primo piano, le “onde” fluttuanti di questo assumono forme frastagliate che si muovono e si trasformano in formazioni simili a roccia fusa. In questo modo Jafa descrive la Middle Passage (la traversata atlantica degli schiavi) un riferimento ricorrente nella sua opera; nonostante le associazioni comuni con la morte e l’abiezione, l’artista l’ha ritenuta fondamentale per la formazione di ciò che definisce “Blackness” (l’essere nero). Profonde note basse risuonano nello spazio di questa gigantesca installazione lasciando talvolta il posto a versioni pesantemente rielaborate di brani R&B degli Anni ’70 e ’80, di artisti come Roberta Flack e The Isley Brothers. La violenta rimozione della cultura e del contesto, insita nella tratta, è indicata da Jafa come agente di una mutazione della musica tradizionale africana in quella che oggi conosciamo come musica nera.
Arthur Jafa, Taryn Simon e l’arte come indagine
Arthur Jafa ha più volte dichiarato di non essere un attivista, e che la sua arte non ha intenti politici: si tratta, piuttosto, di un’attività di indagine, un’autopsia approfondita e minuziosa il cui obiettivo è quello di comprenderne i meccanismi, le cause o gli elementi costitutivi della violenza e dell’orrore. Difficile credergli, ma la definizione calza a pennello anche per il lavoro di Taryn Simon (New York, 1975) che attualmente occupa l’intera spirale del Guggenheim Museum di New York. Father Country I Do Love You è la prima esposizione che questa istituzione dedica interamente alla fotografia. Simon, attualmente considerata una delle più importanti artiste concettuali viventi, ha applicato la sua immaginazione a un processo investigativo rigoroso intorno a una serie di rapporti ottenuti da un agente dell’FBI in pensione, ottenendone una biografia composta da fatti contraddittori e spesso incredibili che raccontano una storia alternativa sulla rete di sicurezza che nel suo Paese intrappola milioni di cittadini, istituzioni, animali e oggetti: un grande “romanzo americano” sotto forma visiva. Simon ha iniziato questo progetto quando Donald Trump si è insediato per la prima volta alla Casa Bianca e ha attraversato gli anni in cui gli ideali unificanti degli USA si sono trasformati in paranoiche teorie del complotto.

Deana Lawson e Cady Noland nelle mostre di Gagosian
Ancora più sorprendente, per i luoghi in cui si svolgono, risulta la programmazione di alcune esposizioni in corso nelle gallerie di Larry Gagosian che a New York, come nel resto del mondo, si distinguono per mostre tra le più ambiziose e per il loro ruolo centrale nel mercato dell’arte. Presso la sede di 541 West 24th Street è in corso la personale di Deana Lawson (Rochester, 1979), le cui opere affrontano temi quali l’identità personale, la sorveglianza e il controllo. Tra queste la serie Edge Control, avviata nel 2023, in cui reinterpreta le modalità di monitoraggio degli individui adottate dai negozi di prodotti di bellezza negli Stati Uniti. La mostra include anche una selezione di fotografie di grande formato realizzate in ambienti domestici. In queste immagini ricche di dettagli, i soggetti fissano direttamente l’obiettivo di Lawson, richiamando l’estetica degli album di famiglia. Elemento fondamentale nella creazione di questi ritratti è la collaborazione tra l’artista e i soggetti, molti dei quali incontrati lungo un percorso di vita tutt’altro che routinario o prevedibile: quel che vediamo è l’espressione inquietante di una blackness che non fa sconti quanto alle condizioni di vita di questi corpi nudi e a ciò che li circonda. Dopo le mostre newyorkesi del 2025, a Londra Gagosian propone una personale dedicate a Cady Noland (Washington, 1956), una delle figure più radicali dell’arte contemporanea americana, nota per sculture, installazioni e opere fotografiche che indagano il lato oscuro del sogno americano: la violenza, il potere, il culto della celebrità e il consumismo. La pratica artistica di Noland prevede l’appropriazione di immagini che vengono alterate, usate e riusate in gradi crescenti di consumo, digestione e rigurgito, mimando la dipendenza tipicamente americana dalla scarica di euforia indotta dal voyeurismo. Noland mette a nudo le deliranti patologie culturali sottese al ciclo industriale americano di produzione e consumo. Spinge oltre questo ciclo sottoponendo le immagini del suo archivio a generazioni di processi di crescente degradazione – fotocopiatura, scansione, ritaglio, distorsione, deturpazione – evolvendo verso una dissoluzione e un’astrazione sempre maggiori, pur rimanendo intatte e rigide all’interno del supporto metallico che costituisce una delle sue cifre estetiche. Non le si fa torto nel ritenerla una compagna di viaggio di Arthur Jafa.
La risposta dell’arte contemporanea americana all’era MAGA
Le esposizioni sopra elencate sono arrivate nell’anno in cui si festeggia il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti d’America. Il loro significatonon rappresenta però la regola: sono atti di resistenza in una stagione in cui molti musei in tutto il Paese hanno mantenuto un profilo basso. È probabile che si tratti di una reazione alle pressioni intimidatorie della Casa Bianca, che vanno dall’accusa ai musei Smithsonian di concentrarsi eccessivamente su temi quali la schiavitù, i diritti civili e l’immigrazione, al recente ordine di rimuovere opere d’arte pubblica dall’Ambasciata degli Stati Uniti nella Repubblica Dominicana, perché ritenute troppo woke. Possiamo solo sperare che la stagione MAGA, si riveli un incubo transitorio.
Aldo Premoli
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati