Aperto il primo centro per l’arte contemporanea in Uzbekistan (abbiamo parlato con una delle artiste)
L’artista tunisina Nadia Kaabi-Linke è tra i protagonisti della mostra che inaugura il CCA Tashkent e ci ha raccontato come la sua opera dialoga con il luogo. Insieme a lei, per questo primo progetto sono stati chiamati artisti nazionali e internazionali
Un senso di sacralità circonda l’installazione Flying Carpets dell’artista concettuale multimediale Nadia Kaabi-Linke (Tunisi, 1978) all’interno dello spazio monumentale che un tempo ospitava la centrale della stazione elettrica a turbine della prima linea tranviaria di Tashkent, quando la città era capitale del Governatorato Generale del Turkestan nella Russia zarista. Rimaneggiato e in parte abbandonato, l’edificio del 1912 è stato ristrutturato dallo Studio KO di Karl Fournier e Olivier Marty per ospitare la sede del Centre for Contemporary Arts Tashkent (CCA Tashkent), il primo centro dedicato all’arte contemporanea in Uzbekistan, inaugurato lo scorso settembre. Un progetto sostenuto dall’Uzbekistan Art and Culture Development Foundation (ACDF), di cui è presidente Gayane Umerova, diretto da Sara Raza curatrice della mostra inaugurale Hikmah.

Nadia Kaabi-Linke e gli altri artisti in mostra al CCA Tashkent
Il dialogo con lo spazio architettonico ha coinvolto il lavoro di artiste e artisti uzbeki e internazionali: Ali Cherri, Nadia Kaabi-Linke, Kimsooja, Tarik Kiswanson, Vladimir Pan, Shokhrukh Rakhimov, Bakhtiyar Saipov, Daribay Saipov, Muhannad Shono e Nari Ward. Flying Carpets è un’opera che l’artista tunisina ha realizzato nel 2011 e, acquisita nell’ambito di Abraaj Capital Art Prize 2011, è entrata a far parte delle collezioni del Solomon R. Guggenheim Museum che l’ha prestata per l’occasione. Nadia Kaabi-Linke ha esposto in occasione di mostre internazionali, tra cui l’Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart di Berlino, Darat al Funun ad Amman, Sharjah Biennial, Biennale di Venezia, Lyon Biennale, Liverpool Biennial, Bruges Triennial, Lahore Biennale, Kochi-Muziris Biennale e Biennale Gherdëina. Una pratica, la sua, che intreccia “storia personale, memoria geopolitica e tracce materiali dell’esperienza vissuta”, come si legge sul suo sito. “Lavorando attraverso installazioni, sculture e interventi site-specific, Kaabi-Linke indaga come il potere, la sorveglianza, la migrazione e le strutture sociali modellano gli strati visibili e invisibili della vita contemporanea”.
Intervista a Nadia Kaabi-Linke
“Flying Carpets” è un’opera del 2011: che valenza acquisisce nel contesto del CCA Tashkent?
Siamo a Tashkent, nell’ex Unione Sovietica, e quest’opera è ispirata anche al movimento d’avanguardia del Costruttivismo Russo con artisti quali El Lissitzky, Tatlin o Malevič, che sono il mio bagaglio culturale, essendo ucraina. Mi riferisco alla sua geometria che è in contrasto con l’idea del tappeto volante orientalista. Per realizzare Flying Carpets ho lavorato veramente con persone che avevano messo i loro tappeti a terra, sul Ponte del Sepolcro a Venezia, per cercare di venderli. C’è una netta separazione tra visibile e invisibile, intanto perché sembrava che i passanti non vedessero quegli esseri umani. Nessuno si interessava a loro. Adesso, poi, che il commercio ambulante non autorizzato è vietato in tutto il centro storico di Venezia, sono spariti dal ponte. Non esistono più, dunque sono completamente invisibili. Per la realizzazione del progetto sono stata con loro per una settimana e ho scoperto che avevano tutti studiato, c’era anche chi aveva la laurea in ingegneria, parlavano fino a quattro o cinque lingue. È pazzesco che fossero scacciati e mal trattati solo per il fatto che fossero lì per aiutare le loro famiglie a sopravvivere.
E queste storie come entrano nel lavoro?
Quest’opera è come un’impronta, ogni centimetro è l’evento che accade. Non è stato facile perché all’inizio quei venditori mi consideravano un’intrusa. Poi hanno capito che io stessa portavo con me la mia storia d’immigrazione e che ero una di loro. Una volta che si sono fidati, in qualche modo abbiamo iniziato a vivere insieme quell’esperienza e mi è stato permesso di prendere le misure esatte dei loro tappeti. Poi ho sovrapposto i miei disegni per riprodurre la struttura del ponte.
Quando sei arrivata a Tashkent, qual è stata la tua impressione?
La prima volta che sono stata in Uzbekistan è stato nel 2025 per l’inaugurazione della I Bukhara Biennial. Era strano, ma, appena sono arrivata in questa parte del mondo, mi sono sentita un po’ a casa. Intanto, ero stupita di vedere a Tashkent tutte quelle costruzioni moderniste che sono molto più impressionanti di quelle di Kiev, che è la capitale dell’Ucraina ed era la repubblica più importante dopo la Russia. Non pensavo che l’Unione Sovietica avesse investito quasi più nell’Asia che nell’Europa, comunque c’era una continuità perché si tratta dello stesso tipo di brutalismo e grandezza dei boulevard che si trova anche in Ucraina. Quando, poi, sono andata a Bukhara ho percepito l’incredibile continuità della cultura musulmana. Anche questa è una parte che mi appartiene. In fondo, quel ponte che è alla base di Flying Carpets in questo contesto diventa anche un trasferimento culturale. Ha un cuore, perché dietro ci sono esseri umani. Ha un’anima. Sì, credo che questa sia l’essenza dell’opera.
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Facendo un passo indietro alla tua formazione, il tuo lavoro è autobiografico perché nell’esplorare i temi dell’identità, esprime la tua stessa storia: mamma ucraina, papà tunisino, marito tedesco…
A dire la verità quella che oggi sembra una storia romantica e bella, è stata molto dolorosa. Alla base c’è la sofferenza soprattutto di quando ero bimba. Nel tempo ho potuto metabolizzare questo processo e il fatto di avere tutte queste identità dentro di me, e di abbracciarle, è veramente l’essenza di quello che sono. Ma ricordo ancora che quando ero piccola, sin dalla scuola materna, c’era sempre chi mi chiedeva se ero russa, perché all’epoca l’Ucraina era parte dell’Unione Sovietica, o araba, cristiana o musulmana. Essere atea, poi, in una società molto tradizionale come quella tunisina aveva un peso. Questioni che non erano mai state poste a casa nostra. Il mio papà è innamorato dell’Ucraina quasi più della Tunisia, e la mia mamma il contrario. I loro litigi non hanno mai avuto a che fare con la cultura. A casa hanno sempre parlato russo, perché si sono conosciuti a Kiev, si sono sposati molto presto e hanno vissuto lì per dieci anni, dunque quando sono arrivati a Tunisi hanno continuato a parlare russo. I loro amici erano come loro, coppie miste. Io sono cresciuta in Africa, in Tunisia, ma in un mondo sovietico, russo, slavo, ucraino. Abbiamo sempre festeggiato tutto, le feste sovietiche, quelle ortodosse, quelle musulmane. Dover pensare di essere ucraina o tunisina, per me era come dichiarare se si preferisce di più il braccio destro o quello sinistro. Dover scegliere, poi, tra la mia mamma o il mio papà era una separazione. In più ero sempre discriminata, perché dato che somiglio di più alla mia mamma – e non sono stata io a sceglierlo – che al mio papà che è tipicamente nordafricano, con i capelli ricci e la pelle scura, sin da piccola ero “l’Europea”, “la figlia della Russa”, “la figlia della non musulmana”. Quando siamo emigrati a Dubai è stata un’altra storia.
Cioè?
L’Islam che abbiamo in Tunisia è molto progressista, non abbiamo la legge della sharia e il nostro dialetto tunisino è diverso dall’arabo classico, perciò quando sono arrivata a scuola, che non era mista ma solo per ragazze, le mie compagne mi dicevano che non ero araba perché la lingua che parlavo era diversa dalla loro. Avevo 12 anni. Non sono musulmana, non sono araba, allora chi sono? Mi chiedevo. Da bambini si ha sempre bisogno di fare parte di un gruppo ed io non ho mai potuto. Da adulta sono ritornata in Tunisia. È stato un po’ più facile, anche se lì la discriminazione è molto discreta. Non te lo dicono in faccia, ma senti che ti considerano come “l’altra”. Quando sono andata in Francia per studiare all’università La Sorbona, dato che lì il mix era totale, tutti pensavano che fossi francese perché parlo benissimo la lingua, anche se non ho una goccia di sangue francese. In Germania, tutti hanno pensato che sono francese, perché ho un accento francese e dire che i francesi sono stati i nostri colonizzatori e non ho neanche mai amato vivere a Parigi! Adesso mi sono riconciliata con tutta questa storia, perché ho capito che la mia casa è la madre terra, e la mia famiglia è l’essere umano.
È anche il motivo che ti spinge a realizzare opere partecipative?
Sì. Quando parlo con le persone si aprono veramente con me, forse perché comunico non solo con la parola ma con il cuore. Adesso penso che la questione dell’identità sia falsa, perché muta con il tempo. Quando si diventa mamma c’è una nuova identità, oppure quando si è più anziani o si cambia paese, quando si è sposati oppure non lo si è, quando si è artista o non artista. Ad esempio, io sono un’artista ma non mi limito solo a questo ruolo, domani posso diventare qualcos’altro. Questa flessibilità della vita è arrivata perché, a un certo punto, ho rifiutato di essere questo e non quello, significa l’incontro con l’altro. Ho scoperto la libertà perché ho accettato queste infinite identità.
Manuela De Leonardis
Tashkent // fino all’11 gennaio 2027
Hikmah
CCA TASHKENT – Amir Temur Street, 6
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