Intervista all’artista italiano amato da ChatGPT e Meta (le sue opere anche nel film di Guadagnino su Sam Altman)
Si chiama Leonardo Ulian, è di Gorizia ma vive a Londra. Nei suoi Mandala tecnologici fa dialogare due mondi apparentemente lontani: i mandala buddhisti tibetani e i circuiti elettronici. E ora ha anche una personale a Milano
Lo scorso 5 ottobre il regista Luca Guadagnino ha presentato a New York in anteprima mondiale il suo attesissimo film Artificial che racconta la storia dell’imprenditore visionario, nato a Chicago nel 1985, CEO e co-fondatore di Open AI a San Francisco. Per intenderci Mr. ChatGPT. La storia di Altman si lega a quella del nostro presente e del nostro futuro, sempre di più intrecciato alle grandi possibilità e, nel contempo, alle implicazioni critiche dell’Intelligenza Artificiale.

Chi è Leonardo Ulian, l’artista amato da Sam Altman nel film di Luca Guadagnino
Chi andrà al cinema per vedere Artificial (la data dell’uscita in Italia non è ancora nota), non potrà fare a meno di notare alcune opere d’arte. Sono dell’artista Leonardo Ulian (Gorizia, 1974), italiano residente da molti anni a Londra. Le sue opere, soprattutto i suoi Mandala tecnologici compaiono in diversi scatti che la stampa ha pubblicato del salotto di casa Altman; inoltre, una sua opera permanente accoglie i visitatori della sede di San Francisco di OpenAI.
L’opera di Leonardo Ulian a Milano
Ulian negli scorsi giorni è stato (fino al 4 ottobre) tra i protagonisti del Milano Centrale Festival dove ha presentato “Miraggio a Milano, un progetto che nasce da una serie di vecchie diapositive della città, probabilmente risalenti agli Anni Sessanta e Settanta. Queste immagini vengono proiettate attraverso un insieme di piccoli oggetti sospesi – frammenti di ceramica, plexiglass colorato, pietre e cristalli – raccolti all’interno di una struttura composta da sottili fili di rame”. Dal 6 ottobre avrà la sua quarta personale a Milano Flower Collider, presso la galleria The Flat di Massimo Carasi. Ci siamo fatti raccontare di più in questa intervista.
Intervista all’artista Leonardo Ulian
Il 5 ottobre è stato presentato in anteprima mondiale a New York il film di Luca Guadagnino Artificial. In che modo le tue opere entrano all’interno del film?
L’ultimo film di Guadagnino si sviluppa attorno alla figura del fondatore di Open AI, Sam Altman. Le mie opere entrano nel film perché fanno parte della collezione permanente installata all’interno della sede di OpenAI a San Francisco, che è stata utilizzata come riferimento per alcune ambientazioni di Artificial. Per esigenze di produzione, una parte degli spazi è stata ricostruita negli studios, insieme ad una delle opere presenti nella sede originale.
Come hai dialogato con il regista?
C’è stato uno scambio serrato con la produzione del film per capire come utilizzare le mie opere all’interno delle scenografie. Una parte del film è stata girata a Torino, credo per quanto riguarda gli interni, e questo ha facilitato anche lo spostamento di due opere richieste dalla produzione dalla galleria The Flat – Massimo Carasi agli studi cinematografici. Rimaneva comunque il problema dell’opera permanentemente installata all’ingresso della sede di OpenAI a San Francisco, che non poteva essere spostata. In questo caso la produzione ha fatto un lavoro straordinario: ha praticamente ricostruito l’opera — un lavoro site-specific di 3 × 3 metri — completamente da zero.
Hai già visto il film?
No, non ho avuto modo di vedere il film in anteprima; ho soltanto intravisto alcune fotografie della ricostruzione realizzata per il set, ma sono molto curioso di scoprire come le mie opere dialoghino con gli spazi in cui ChatGPT è stata creata e come il regista abbia utilizzato il mio lavoro.
Raccontaci meglio l’opera permanente per l’headquarter di Open AI.…
Diciamo che il percorso è stato quello dell’acquisizione iniziale di opere di dimensioni più ridotte, qualche anno prima della creazione della società per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale; in una fase successiva è nato l’interesse, da parte di Altman, per la commissione di un’opera site-specific destinata all’headquarter di OpenAI a San Francisco, dove è stata poi installata all’ingresso dell’edificio. L’opera è intitolata Technological Mandala 90 – Garden of Eden ed è un lavoro site-specific di 3 × 3 metri.
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Di che si tratta?
Più che sulle interpretazioni religiose del Giardino dell’Eden, il mio interesse si è concentrato sulla metafora dell’albero della conoscenza del bene e del male. Ho visto in questa immagine un parallelo con l’intelligenza artificiale: uno strumento capace di ampliare enormemente le possibilità della conoscenza, dell’innovazione e della comprensione del mondo, ma che porta con sé anche interrogativi, responsabilità e potenziali conseguenze difficili da prevedere.
Il Giardino dell’Eden diventa così il simbolo di uno spazio in cui scoperta e consapevolezza convivono. Non tanto un luogo di innocenza perduta, quanto un territorio in cui ogni nuova forma di conoscenza apre possibilità inedite e, allo stesso tempo, richiede cura, attenzione e capacità di discernimento. In questo senso il dialogo con OpenAI è stato per me particolarmente significativo: il giardino rappresenta un ecosistema di ricerca e trasformazione, in cui le opportunità offerte dalla tecnologia coesistono con la necessità di riflettere sulle loro implicazioni.
Anche Meta ha acquisito il tuo lavoro permanente.
Si tratta anche qui di un’opera site-specific realizzata su quattro pareti continue per la sede di Brook Street di Facebook a Londra. Technological Mandala 150 – Life of Shapes esplora il rapporto tra coscienza umana e sistemi tecnologici attraverso un ambiente immersivo di forme e materiali interconnessi. Al centro dell’installazione, due volti femminili realizzati in filo di rame sono collocati sull’angolo in cui convergono le quattro pareti dell’opera e osservano lo spazio circostante. Tra di essi, una piccola memoria Eprom, elemento ricorrente nel mio lavoro, agisce come nucleo simbolico da cui prende avvio il percorso visivo. Da questo punto focale si sviluppa un itinerario di percezione, connessione e introspezione che culmina in un labirinto dorato disegnato a mano, la cui struttura ramificata richiama il cervello umano e si pone in dialogo con l’intelligenza tecnologica evocata dai componenti elettronici disseminati nell’installazione.
Perché credi che questo tipo di aziende ti scelgano per rappresentarle negli spazi di lavoro?Credo perché affronta temi vicini al loro campo di ricerca senza illustrarli in modo diretto. Non rappresenta la tecnologia, ma cerca di riflettere sulle connessioni che essa genera, sulle reti di relazioni che attraversano persone, informazioni e sistemi. I componenti elettronici che utilizzo vengono sottratti alla loro funzione originaria e trasformati in elementi di un linguaggio visivo che mette in relazione differenti sistemi di connessione e organizzazione della realtà, da quelli tecnologici a quelli biologici e umani. Forse è proprio questa possibilità di leggere le opere su più livelli che le rende adatte a contesti in cui innovazione, ricerca e immaginazione convivono quotidianamente.
Che rapporto hai con Sam Altman? In diverse occasioni ha evidenziato la sua passione per il tuo lavoro…
Mi contattò nel 2015 per la prima volta, e acquisì alcune opere. L’anno successivo manifestò un forte interesse per la mia ricerca artistica e ci chiese la possibilità di una commissione per la nuova sede di quello che allora era un centro di ricerca no-profit dedicato all’intelligenza artificiale: OpenAI.Un episodio curioso è avvenuto nel 2023. Erano passati diversi anni dalla realizzazione dell’opera permanente e quel progetto era ormai diventato un ricordo piuttosto distante.
Con l’esplosione di ChatGPT mi venne però un’idea: iniziai una conversazione con l’AI chiedendole come interpretasse l’opera per Open AI.La risposta fu interessante. Eravamo agli inizi di ChatGPT e il modello era probabilmente più accondiscendente di quanto non sia oggi, ma rimasi comunque colpito dalla capacità di interpretare alcuni aspetti concettuali del lavoro. Trovai l’esperimento sorprendente e, in un certo senso, illuminante.A quel punto decisi di scrivere direttamente a Sam Altman per raccontargli l’accaduto. Mi rispose quasi subito, con entusiasmo, dicendomi di apprezzare molto la mia ricerca artistica e il mio lavoro. È stato uno scambio breve, ma che ho ricordato con piacere.
I “Mandala Tecnologici” sono le tue opere più famose. Cosa sono, da cosa nascono e cosa attraggono nella loro rete?
Sono una serie che porto avanti dal 2011 e che nasce dal desiderio di mettere in relazione due ambiti apparentemente lontani: la dimensione simbolica e contemplativa del mandala e quella tecnologica dei circuiti elettronici. Utilizzo microchip, resistenze, condensatori e altri componenti che recupero dal loro contesto funzionale per trasformarli in nuove strutture geometriche, assemblate manualmente attraverso una fitta rete di fili di rame. Il procedimento è molto lento e meticoloso. Ogni opera prende forma a partire da un nucleo centrale, spesso un microchip, dal quale si sviluppa una rete di connessioni che cresce progressivamente seguendo principi di simmetria, equilibrio e intuizione. Pur ricordando dei veri circuiti elettronici, questi lavori non hanno una funzione tecnica: mi piace pensare a loro come a dispositivi immaginari che non trasmettono corrente elettrica, ma idee, immagini, associazioni e possibilità di pensiero. Fin dall’inizio ero affascinato dal fatto che la tecnologia fosse ormai diventata una presenza così pervasiva nelle nostre vite, quasi invisibile e allo stesso tempo indispensabile. I Technological Mandala cercano in qualche modo di rendere visibile ciò che normalmente rimane nascosto all’interno degli oggetti che utilizziamo ogni giorno. Allo stesso tempo riflettono il mio interesse per le connessioni: tra persone, oggetti, sistemi, idee e stati della realtà.
In che modo?
Mi piace immaginare queste strutture come circuiti che operano secondo logiche diverse da quelle della tecnologia funzionale. Se un circuito elettronico trasporta informazioni da un punto a un altro, i Technological Mandala cercano invece di mettere in relazione territori meno definiti: memoria, intuizione, immaginazione, percezioni e contenuti che spesso rimangono ai margini della coscienza. In questo senso conservano qualcosa della fascinazione che provavo da bambino osservando i componenti elettronici. Non riuscivo a comprendere come oggetti così piccoli potessero animare macchine e dispositivi complessi; quella distanza tra comprensione e meraviglia aveva qualcosa di magico.Forse ciò che queste reti attraggono non sono elementi materiali, ma possibilità di connessione. Mi interessa l’idea che possano attivare nello spettatore associazioni inattese, far emergere livelli di consapevolezza normalmente silenziosi o semplicemente suggerire che esistano relazioni invisibili tra cose che siamo abituati a considerare separate. Più che fornire risposte, cercano di creare le condizioni affinché qualcosa possa accadere.
Il mondo dell’arte in Italia ha la stessa attenzione per il tuo lavoro?
Il mio lavoro è supportato dalla galleria The Flat – Massimo Carasi di Milano, con cui collaboro ormai da più di 10 anni e che ha sempre creduto nella mia ricerca promuovendola soprattutto in Europa e in America. Gran parte del mio percorso professionale però si è sviluppato all’estero, soprattutto nel Regno Unito, dove vivo da oltre vent’anni. Probabilmente questo ha reso meno frequenti le occasioni di confronto con il sistema dell’arte italiano, anche se negli ultimi anni percepisco una crescente attenzione.

Lavori a questo tipo di opere dal 2011. Oggi però questa sacralità della tecnologia, che diventa quasi un simulacro, sembra essere davvero attuale. Ti aspettavi di vedere il futuro?
In parte sì. Del resto, i Technological Mandala nascono proprio dall’incontro tra due universi apparentemente lontani: i circuiti elettronici e la tradizione contemplativa del mandala buddhista tibetano. Già allora ero interessato a osservare come la tecnologia stesse assumendo un ruolo sempre più centrale nel nostro immaginario, quasi come se su di essa venissero proiettate aspettative, paure e promesse che in passato appartenevano ad altri sistemi di credenze. In questo senso la realtà attuale ha superato molte delle mie aspettative e la sua evoluzione è stata molto più rapida ed esponenziale di quanto immaginassi.
Quando ho iniziato a lavorarci, la tecnologia era già una presenza importante nelle nostre vite, ma non occupava ancora il ruolo centrale che ha oggi. Alcune intuizioni, però, erano già presenti nel mio immaginario fin da bambino.
Ovvero?
Negli Anni Ottanta ero affascinato da una serie televisiva americana intitolata Whiz Kids (I ragazzi del computer), che in qualche modo anticipava molti temi diventati oggi parte della nostra quotidianità: le connessioni tra computer, la robotica, l’interazione tra esseri umani e macchine e l’intreccio tra tecnologia e relazioni umane.Guardandola oggi, mi colpisce quanto quell’immaginario fosse già proiettato verso il futuro. A ben vedere, la mia ricerca nasce anche da lì: dalla percezione che la tecnologia non trasformi soltanto gli strumenti che utilizziamo, ma ridefinisca continuamente le relazioni attraverso cui interpretiamo il mondo, costruiamo significato e prendiamo coscienza di noi stessi.
Come ti confronti con le implicazioni etiche e politiche che inevitabilmente il ruolo della tecnologia presenta sulla nostra realtà?
Cerco di avere un punto di vista non giudicante. Non mi interessa assumere una posizione apertamente favorevole o contraria ad un certo tipo di tecnologia, quanto piuttosto osservare e rendere visibili alcune delle trasformazioni che essa introduce nelle nostre vite. Credo che ogni innovazione porti con sé possibilità e criticità, aperture e fragilità. Le mie opere non vogliono suggerire allo spettatore cosa pensare, ma creare uno spazio di riflessione sulle connessioni, spesso invisibili, tra esseri umani, sistemi tecnologici e realtà contemporanea.
Le implicazioni etiche e politiche emergono naturalmente da queste relazioni.
Il mio interesse è renderne percepibili gli aspetti più sottili e nascosti, lasciando che sia il pubblico a confrontarsi con le domande che ne derivano.
Che tipo di formazione hai?
In Italia ho conseguito un diploma in microelettronica, ma ho capito fin da subito che quella non sarebbe stata la mia strada professionale. Gli studi mi hanno fornito una conoscenza tecnica che si è rivelata utile nel tempo, ma sentivo che il mio percorso apparteneva a una dimensione più creativa e generativa, dove elementi provenienti da mondi diversi potessero incontrarsi e dare origine a nuove forme e significati.
Negli stessi anni mi sono formato per tre anni sotto la guida di un pittore professionista, attraverso la quale ho appreso le basi del disegno, della rappresentazione e della tecnica aerografica. All’epoca ero particolarmente affascinato dall’opera di H. R. Giger e dalla sua capacità di fondere elementi organici e tecnologici attraverso un linguaggio visivo estremamente personale. Successivamente ho lavorato per diversi anni nel campo della grafica e parallelamente ho fatto parte di due formazioni musicali attive nella scena underground, esperienze che mi hanno permesso di sperimentare con il suono, il rumore e le loro potenzialità espressive.
Poi ti sei trasferito a Londra
Sì, lì ho conseguito un BA in Fine Art presso la London Metropolitan University, con specializzazione in scultura e time-based media practice. È stato un passaggio fondamentale, perché mi ha dato gli strumenti per trasformare interessi e intuizioni maturati nel tempo in una pratica artistica consapevole e strutturata. Da quel momento ho iniziato a sviluppare una ricerca personale che attinge liberamente a discipline, materiali e linguaggi differenti. In un certo senso, è lo stesso processo che ritrovo nei Technological Mandala: raccogliere elementi provenienti da contesti differenti e ricomporli all’interno di una struttura capace di generare nuove relazioni e nuovi significati.
Stai inaugurando la quarta personale da Massimo Carasi/The Flat (dal 6 ottobre al 13 novembre) Cosa presenterai?
Presento Flower Collider, un progetto che nasce dall’incontro tra due immagini appartenenti a mondi molto diversi: il fiore e il collisore di particelle. Il fiore rappresenta la comparsa di una forma organica, una sorta di natura trasfigurata che emerge da materiali, strutture e processi artificiali, mentre il collisore è uno strumento che permette di osservare ciò che nasce dall’incontro tra elementi differenti. In questa mostra cerco di creare le condizioni affinché materiali, forme e sistemi differenti possano entrare in relazione tra loro. La griglia, che è un elemento ricorrente nel mio lavoro, non viene qui utilizzata come una struttura rigida, ma come una condizione generativa che rende possibile l’emergere di forme inattese. Attraverso pigmenti, ribbon cables, strutture metalliche, componenti elettronici e fili di rame, mi interessa osservare cosa può emergere quando elementi appartenenti a mondi diversi entrano in collisione.
Santa Nastro
Milano // dal 6 ottobre al 13 novembre (opening 6 ottobre, h. 17)
Leonardo Ulian. Flower Collider
THE FLAT – MASSIMO CARASI – Via G. Zuretti, 25
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