Che cos’è un “santo” per un artista? Una riflessione su Michelangelo Pistoletto
Papa Francesco è il Primo Santo dell’Arte. A proclamarlo è l’artista Michelangelo Pistoletto che spiega che cos’è la santità, in una serie di fogli autografi scritti lo scorso 27 agosto alle 4,30 del mattino
Il 17 dicembre 2025, a Cittadellarte, nel giorno della nascita di Papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, Michelangelo Pistoletto lo ha proclamato “Primo Santo dell’Arte”. Del gesto si è discussa soprattutto la forma con la quale lo ha realizzato. Meno ci si è chiesti che cosa affermi questo gesto che porta sul terreno dell’arte il concetto di “santità” che non gli è proprio. Il gesto è avvenuto perché Pistoletto è stato colpito dalla tomba e dalla croce pettorale di Francesco. Ma adesso il tema si va approfondendo. Nei fogli che Pistoletto continua a scrivere su Francesco, prima dell’alba, si legge sottotraccia una domanda: chi è il “santo dell’arte”? Chi è un “santo” quando a proclamarlo è un artista. Due autografi dell’ultima settimana di agosto 2026, scritti alle 4,30 e alle 4,33, permettono di rispondere. Chi volesse leggerli li trova sull’account Instagram di Michelangelo.
I.
La prima riga vergata a matita il 27 agosto è una definizione: “Papa Francesco è santo perché è uno spirito libero quanto deve, secondo me, essere l’artista di fronte e dentro al mondo“. Il criterio viene dall’arte: santo è chi possiede la libertà che si esige dall’artista. La ragione si chiama libertà.
Subito però arriva la precisazione fondamentale che regge l’intero foglio: “Libero e autonomamente responsabile, ma non è solo, bensì germinatore di responsabilità comunemente estesa”. Chi ha seguito il percorso di Pistoletto sa quanto pesi questa affermazione. L’arte del Novecento ha conquistato l’autonomia dell’artista e se l’è ritrovata addosso come solitudine. Una libertà capace di germinare responsabilità negli altri è ciò che Pistoletto cerca da sessant’anni. Santità, qui, è il nome di una libertà che non finisce in solitudine perché ne genera dell’altra.
II.
Il secondo criterio è la sottrazione. Per otto mesi Pistoletto ha letto il “simbolo pettorale” di Francesco – cioè la croce pastorale – per ciò che vi si vede: il pastore con le braccia che formano una croce non patibolare, la pecora sulle spalle, il gregge che diventa orizzonte. Il 27 agosto legge ciò che manca: “Dentro alla croce del suo pettorale quello che non c’è è presente e importante quanto quello che c’è, e forse ancor più”. Nessuna aquila, nessun leone, nessun lupo, gli animali con cui i simboli imperiali dicono il potere; nessuna pietra preziosa; nessun corpo inchiodato. E sulla lastra di Santa Maria Maggiore nessun nessuna data, nessun numerale regnale: Franciscus, non Franciscus I, come del resto ha sempre voluto.
Il passaggio decisivo è la riga seguente: “Le cose che non dice nel simbolo della croce non lo dice per omissione, bensì come messaggio e dichiarazione“. Un’assenza smette di essere una mancanza e diventa un atto. Pistoletto aveva applicato l’«in meno» alle proprie opere e a sé stesso, con gli Oggetti in meno e con il rifiuto di trasformarsi in marchio; ora lo applica a una persona: santo è chi ha tolto da sé i segni del dominio. Nel terzo foglio la formula si fa precisa: “La prima assenza presente nel pettorale è quella di qualsiasi simbolo che possa occludere lo spazio dell’incontro, del rapporto e dell’intesa“. Occludere si dice di un condotto. Il santo è un passaggio che resta aperto perché non è ingombro di sé.
La sottrazione non riguarda però soltanto l’oggetto. Nel secondo foglio le pecore del pettorale valgono più dell’esempio liturgico del Buon Pastore: sono “la rinuncia al potere dominante, fin nello spazio dell’edificio che il Pontefice personalmente rappresenta“. Santo, allora, è chi disarma il proprio ufficio dall’interno. E infatti, annota Pistoletto, “Francesco ha rischiato grosso proprio nell’ambito della sua sede“. Non fuori casa: dentro.
III.
Il terzo criterio arriva due giorni dopo, alle 4,33, ed è il più impegnativo. “Vedo Francesco Papa come uomo edificatore nella costruzione della Fabbrica dell’Umano. Solo, fuori da ogni protocollo, nel negozio dell’oculista, solo nell’immensa piazza vuota, durante il covid 19, fuori da ogni regola, sapendo di essere visto da tutti”. Poi: “Solo come la persona del simbolo, svuotato di ogni segno di dominio sovrastante, che porta sul petto. Solo nel grande vuoto”. E infine il rovesciamento: “Per me quel vuoto è popolato dal mondo, in ogni luogo e ogni momento in cui le persone venendo dai due cerchi opposti si ritrovano per creare il nuovo“.
La sera del 27 marzo 2020, Francesco che sale da solo e in silenzio la gradinata di San Pietro diventa così quadro specchiante. La superficie riflettente non possiede immagine propria, e per questo contiene chi la guarda; la piazza vuota non è la scena di un uomo abbandonato, è la condizione perché in quell’uomo si veda il mondo intero. Il santo, per Pistoletto, è una persona diventata superficie: svuotata di dominio e perciò «abitabile. La solitudine non si oppone alla comunità, la rende tecnicamente possibile. L’ultima riga porta quel vuoto dentro il segno trinamico del Terzo Paradiso: il cerchio centrale, dove i due opposti si intersecano e generano, coincide con lo spazio lasciato libero. E una postilla attraversa tutte queste righe, “sapendo di essere visto da tutti“: un santo, come un’opera, esiste sotto lo sguardo.
IV.
Tutto questo si gioca sul terreno dell’arte, ed è necessario affermarlo chiaramente. Pistoletto non rivendica competenze ecclesiali, non parodia una liturgia, non fa satira anticlericale. Proclama dentro il proprio linguaggio: lo specchio, l’avatar, la voce sintetica che toglie enfasi e attribuisce l’atto alla logica dell’arte anziché a un individuo. L’arte non fa santi in senso teologico. Fa figure esemplari, nodi simbolici che orientano il pensiero e l’azione.
Ma Francesco è davvero il primo santo dell’arte? A parte il caso di artisti santi (il Beato Angelico, prima di tutti), la santità è stata più volte attribuita a un artista, ma non pronunciata dall’arte.
Per intenderci: Vasari costruisce le Vite riusando gli schemi dell’agiografia, e la formula del “divino” applicata a Michelangelo appartiene alla stessa officina. Nel 1934 Ernst Kris e Otto Kurz, nella Leggenda dell’artista, hanno mostrato quanto sistematicamente le biografie dei pittori ripetano i topoi delle leggende dei santi: la vocazione precoce, il riconoscimento miracoloso, il potere della mano.
Van Gogh, il santo laico
Ma è nell’Ottocento che l’arte comincia a rivendicare per sé la funzione cultuale. Il poeta “maledetto” di Baudelaire è insieme sacerdote e vittima; Van Gogh diventa il santo laico per eccellenza, e nel 1947 Artaud, con Van Gogh il suicidato della società, compie una vera controcanonizzazione: gli restituisce la ragione strappandogli l’etichetta clinica e rovesciando l’accusa sulla società. Qui il soggetto che santifica si è spostato dalla Chiesa alla critica. Dovremmo parlare di Genet e della sua canonizzazione operata da Sartre che nel 1952 con Saint Genet, comédien et martyr scrive un processo di canonizzazione condotto da un filosofo ateo. Bataille contestò l’operazione. Sullo sfondo, la domanda che Camus mette in bocca a Tarrou nella Peste: se si possa essere santi senza Dio.
Quello che non trova precedenti è che l’arte si costituisca come autorità santificante e pronunci un atto nominativo su qualcuno che artista non è. Ginsberg e Kerouac hanno pronunciato benedizioni sul mondo, Beuys ha lavorato con un lessico sacramentale, ma nessuno ha aperto una procedura. Il gesto di Pistoletto del 17 dicembre 2025 si colloca in uno spazio vuoto e nuovo.
Che cosa significa “santità”
Il risultato torna utile a chi di santità si occupa in senso più strettamente religioso. Nel lessico della Chiesa “santo” non significa solamente perfezione morale – e proprio Francesco nella sua Esortazione apostolica Gaudete et exultate lo ha ribadito –, ma significa capacità di generare oltre sé stessi: la canonizzazione registra che una vita continua a operare in altre vite.
I tre criteri di Pistoletto, la libertà che germina responsabilità, la sottrazione dei segni di dominio, il vuoto che ospita, hanno molto da dire oggi, anche per chi è chiamato a costruire la società nella quale viviamo e contribuisce a comprendere meglio quale sia l’impatto su di essa della stessa santità religiosa. E la direzione è chiara: parlano del nostro mondo a partire dal terreno dell’arte verso quello della religione (e non viceversa).
Antonio Spadaro
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