A Spoleto c’è la mostra-omaggio a Filippo Marignoli, l’artista eroe di più mondi  

Emerso con il gruppo dei “Sei di Spoleto”, Marignoli si è dimostrato subito un artista indipendente, girovagando tra Umbria, Roma, New York, Honolulu e Parigi e traendo da questi luoghi ispirazione. Palazzo Collicola gli dedica una mostra fino al 27 gennaio 2010

Un salto nel vuoto, la mostra spoletina a Palazzo Collicola rappresenta l’occasione preziosa per riscoprire un grande pittore italiano, Filippo Marignoli (Perugia, 1926 – Seattle, 1995). Emerso con i Sei di Spoleto (oltre a lui, Giuseppe De Gregorio, Giannetto Orsini, Ugo Rambaldi, Piero Raspi, Bruno Toscano), in parallelo con il contesto dell’Ultimo Naturalismo di Francesco Arcangeli emerso negli stessi anni a Bologna (definito giustamente in catalogo da Fabio Sargentini, nella sua conversazione con Saverio Verini, “variante italiana dell’Informale”: e bisognerà prima o poi soffermarsi a rivalutare seriamente anche tutta questa variante, che il critico e storico dell’artebolognese stesso considerava ancora nei primi Anni Settanta ‘sfortunata’, un po’ ironicamente un po’ amaramente), Marignoli da subito dimostra una notevole indipendenza e maturità nell’elaborazione di un suo personale linguaggio e di uno stile originale.

Chi era Filippo Marignoli

I paesaggi e le nature morte degli anni Cinquanta (Paesaggio a Colleferretto, 1956; Natura morta con fiori secchi, 1956) testimoniano quella volontà di fuoriuscire dalla rigida griglia costituita dal post-cubismo e dal picassismo, volontà stimolata principalmente da un artista come Leoncillo, che accomuna Marignoli ai suoi più stretti compagni di strada e ad altri artisti del centro Italia e della Padania arcangeliana, uno sforzo collettivo che rappresenta una delle spinte più autentiche della rinascita artistica italiana nel dopoguerra. In queste tele, infatti “è ancora viva questa ricerca del lampo di luce che esce fuori dal buio” (Sargentini). I successivi Naufragio (1957), Nubifragio n. 3 e n. 4 (1959), “in cui la materia si ispessisce e si addensa al centro in vortici e tumulti che sempre richiamano un naturale devastato e in subbuglio” (Davide Ferri), tra gli scoppi e le fratture del colore che hanno ben presente proprio Leoncillo, introducono quello sviluppo verticale che – depurato, stilizzato, quasi dematerializzato – sarà poi così caratteristico dei paesaggi realizzati negli anni Settanta.

Filippo Marignoli, Homesick, 1972, olio su tela, collezione privata
Filippo Marignoli, Homesick, 1972, olio su tela, collezione privata

La mostra a Spoleto dedicata a Marignoli

Ecco, il pregio della mostra pensata e curata da Peter Benson Miller è principalmente quello di non isolare le singole fasi dell’artista, ma di illuminarne l’intera ricerca con 22 opere ben scelte, permettendo dunque allo spettatore di cogliere i rimandi interni attraverso il tempo, le epoche, i decenni. Così, appunto, i Paesaggi Verticali (che si sono sempre presentati e che sono stati interpretati generalmente finora come una svolta clamorosa, quasi inaspettata), possono essere riconnessi ai lavori della prima maturità, manifestando così la loro lunga e laboriosa gestazione e una sostanziale continuità della ricerca. I Senza titolo. New York dei primi Anni Sessanta approfondiscono i riferimenti e i rimandi a Mark Tobey e a Philip Guston, così come allo stesso Jackson Pollock,dimostrando la grande apertura di Marignoli che espande il suo sguardo creativo, all’inizio di un decennio che soprattutto con la novità della Pop Art cambia radicalmente le carte in tavola per l’arte contemporanea. È ancora Fabio Sargentini a chiarire questo passaggio, fondamentale per quasi tutti gli autori italiani del periodo, giovani e meno giovani: “Con l’arrivo della Pop Art e del Nouveau Réalisme gli artisti nell’orbita dell’Informale hanno visto la propria poetica incenerirsi tra le mani. Leoncillo, per esempio, non lo accettò mai. I più giovani, invece, provarono a cambiare registro, per così dire. Filippo, in particolare, anche grazie ai suoi viaggi all’estero, riuscì a trovare un altro linguaggio, molto diverso dalla prima fase, quasi da farlo sembrare un artista completamente diverso”.

Filippo Marignoli, Ecran, 1979-1980; acrilico su tela, collezione privata
Filippo Marignoli, Ecran, 1979-1980; acrilico su tela, collezione privata

Marignoli, artista globale

In quest’ottica, allora, il dipinto-chiave è il misterioso e magnetico Homesick (1972), che davvero potrebbe essere stato appena fatto da un pittore italiano mid-career: in quadro riunisce le meditazioni di fine Anni Sessanta e primi Settanta, proiettandole al tempo stesso verso il futuro dei Paesaggi Verticali, memori di certe esperienze dell’Espressionismo Astratto più freddo e color-field (Newman, Still), ma anche credo di alcune soluzioni italiane Anni Sessanta (Schifano, Mambor). L’artista si ritrae di spalle, con indosso una giacca a righe chiara, malinconico dopo aver letto una lettera a lui indirizzata, e fissa lo sguardo ancora una volta – nel paesaggio che digrada in lontananza. Un’immagine simbolica per un autore che ha saputo essere locale e internazionale, girovagando nella sua vita e nella sua carriera tra Spoleto, Roma, New York, Honolulu e Parigi, traendo da ogni luogo linfa e idee per un’opera ricca e complessa, tutta da esplorare.

Christian Caliandro

Spoleto// fino al 10 gennaio 2027
Un salto nel vuoto: Filippo Marignoli, 1926 – 1995
GALLERIA D’ARTE MODERNA DI PALAZZO COLLICOLA – Piazza Collicola 1
Scopri di più

Libri consigliati:
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

Scopri di più