La parola diventa performance nell’arte di John Giorno. Mostra da non perdere al MAMbo di Bologna
La prima grande retrospettiva in Italia a sei anni dalla scomparsa dell’artista e attivista americano si svolge a Bologna inaugurando durante Arte Fiera
Al cuore dell’azione di John Giorno (New York, 1936 – 2019), c’è la parola che diventa pratica. Un passaggio essenziale per comprendere l’approccio multiforme e multidisciplinare dell’artista e attivista statunitense che, da sperimentatore convinto e fuori dagli schemi, ha saputo valorizzare il linguaggio poetico nelle sue dimensioni plastiche, relazionali e performative, spingendo la parola a sconfinare nel territorio delle arti visive e delle reti di telecomunicazione.
Bologna e la performance
Ora il MAMbo gli dedica la prima, grande retrospettiva in Italia, inaugurando il progetto nei giorni di Arte Fiera, nell’ambito del programma istituzionale di ART CITY Bologna 2026. Che questo accada proprio a Bologna non è casuale: “La figura di John Giorno si inserisce in modo estremamente naturale nella storia culturale di Bologna”, spiega il curatore della mostra, Lorenzo Balbi. “Pur non avendo preso parte direttamente alle Settimane Internazionali della Performance, Giorno è passato più volte dalla città ed è stato presente direttamente o con le sue opere in contesti fondamentali come al Link e in diversi festival di poesia, teatro e arte contemporanea, entrando in contatto con quell’ecosistema sperimentale che ha reso Bologna, tra gli Anni Settanta e Ottanta, uno dei luoghi più ricettivi e intuitivi rispetto alle pratiche performative e interdisciplinari. È in questo clima che la GAM seppe dare spazio a manifestazioni radicali come la Settimana della Performance, riconoscendo nella performance non un linguaggio marginale, ma una forma centrale dell’esperienza artistica”.

La poesia che diventa performance
E Giorno, tra le figure più attive dell’avanguardia artistica newyorkese degli Anni Sessanta, ha concretizzato questo assioma in modo originale, facendo della poesia un gesto capace di abitare luoghi inattesi e intervenendo nello spazio pubblico per agire cambiamenti sociali. Intrecciando la sua ricerca con l’impegno politico che lo portò ad abbracciare diverse battaglie, in particolare per i diritti della comunità LGBTQ+ e durante l’emergenza dell’AIDS negli Anni Ottanta, quando fondò la AIDS Treatment Project per offrire sostegno agli artisti affetti da AIDS. A Giorno, la cui carriera è costellata di amicizie e collaborazioni importanti, da Andy Warhol (fu anche protagonista del film Sleep, girato da Warhol) a Robert Rauschenberg, William Burroughs, John Cage e Patti Smith, si deve anche la fondazione, nel 1965, della Giorno Poetry Systems, piattaforma no-profit che ha rivoluzionato la diffusione della poesia intrecciandola con musica, arti visive, impegno politico e pratiche comunitarie.
La pratica poetica di John Giorno
Al 1967, datano, invece, il suo primo libro di poesie, Poems, e il suo primo LP, entrambi arricchiti da illustrazioni e design di Rauschenberg e Les Levine. Nel 1972, con la nascita dei Giorno Poetry Systems Records, iniziò a produrre dischi che mescolavano poesia, musica e sperimentazione, pubblicando oltre quaranta LP, cassette e CD in collaborazione con una vasta gamma di poeti, musicisti e artisti. “La poesia di Giorno non è mai stata pensata come un testo da leggere in silenzio, ma come un’azione, un evento, una presenza”, evidenzia Balbi. “Attraverso la voce, il ritmo, la ripetizione, Giorno ha trasformato il linguaggio in un’esperienza fisica e collettiva, anticipando molte delle riflessioni che oggi consideriamo centrali nel dibattito sull’arte contemporanea. Opere come ‘Dial-A-Poem’ mostrano con grande chiarezza questa visione: un dispositivo semplice e quotidiano come il telefono diventa uno spazio performativo diffuso, accessibile, in cui la poesia circola, si attiva e crea comunità”.

L’opera “Dial-A-Poem” rivive in una nuova edizione italiana
Dial-A-Poem, opera interattiva con cui l’artista ha reso fruibili al pubblico, attraverso un numero di telefono da comporre, le registrazioni delle voci di poeti, artisti, musicisti e attivisti intenti a leggere le proprie composizioni, è l’epicentro della mostra bolognese. Il progetto che trasformò il telefono in uno strumento di diffusione poetica su larga scala fu originariamente prodotto nel 1969 e presentato successivamente nel 1970 nella mostra Information al MoMA – Museum of Modern Art di New York. L’opera divenne un lavoro emblematico dell’arte concettuale partecipativa, ampliandosi negli anni fino a raccogliere 282 registrazioni di 132 autori, tra cui Patti Smith, Allen Ginsberg e Amiri Baraka, e generando edizioni internazionali in diversi Paesi. Dunque in occasione di John Giorno: The Performative Word – come si intitola la mostra del MAMbo – nasce anche la versione italiana dell’opera, Dial-A-Poem Italy, che coinvolge oltre trenta poetesse e poeti italiani contemporanei, selezionati da Caterina Molteni, da Antonella Anedda a Domenico Brancale, Milo De Angelis, Valerio Magrelli e Patrizia Valduga. Per accedere alla “performance privata”, è sufficiente chiamare il numero telefonico + 39 051 0304278, attivato per l’occasione, raggiungibile gratuitamente ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, da chiunque. Come evidenzia Balbi, “non si tratta di ricostruire un’opera del passato, ma di riattivarne il potenziale nel presente, mettendo in relazione voci, generazioni e sensibilità diverse. In questo senso, Giorno ci offre un modello di artista per cui la performatività non è spettacolo, ma responsabilità, attenzione all’altro, apertura”.
La mostra del MAMbo
E infatti la mostra, che spazia attraverso diversi nuclei di opere concepiti dell’artista (spesso reimpiegando estratti delle sue poesie replicati su diversi supporti), si propone di affrontare l’evoluzione della traiettoria di John Giorno tra arte e attivismo in modo esteso e approfondito: “Per Giorno, arte e vita sono sempre state inseparabili. La sua è una pratica che unisce poesia, spiritualità (l’artista praticava il buddhismo tibetano, NdR) e militanza, e che continua a parlarci oggi perché ci ricorda che ogni parola pronunciata è un atto e ogni ascolto una forma di partecipazione”. A Bologna, questo è raccontata anche attraverso una sezione dedicata ai materiali d’archivio, a cura di Nicola Ricciardi con la collaborazione di Eleonora Molignani, e con un allestimento progettato da Studio EX (Andrea Cassi e Michele Versaci), tra poster, lettere, libri e contratti, in alcuni casi mai esposti. Ma la dimensione performativa della pratica poetica di Giorno è messa anche in relazione con le sperimentazioni artistiche che maturavano tutt’intorno, per sottolineare il ruolo delle sue innovazioni, dalle prime poesie visive ai collage linguistici, agli Electronic Sensory Poetry Environments del 1967. Lavori fondati su ritmo, respiro e vibrazione, che hanno anticipato temi oggi centrali nelle arti intermediali: l’interdisciplinarità, il corpo come veicolo di conoscenza, la dimensione relazionale dell’opera. “Guardare oggi John Giorno a Bologna significa dunque rileggere una storia fatta di intuizioni, aperture e coraggio istituzionale”, chiosa Balbi, “ma anche interrogarsi sul presente: su come i musei possano essere luoghi vivi, attraversabili, capaci di ospitare opere che non si limitano a essere viste, ma che chiedono di essere ascoltate, vissute e condivise”.
Il catalogo della mostra di Bologna
Accompagna la mostra una monografia edita da Mousse Publishing, che raccoglie un’ampia selezione di materiali d’archivio e testi di Lorenzo Balbi, Drew Sawyer (curatore del Whitney Museum of American Art di New York), del poeta Kyle Dacuyan e del curatore Nicola Ricciardi, oltre a un’inedita intervista tra Ugo Rondinone e Laura Hoptman. Di Giorno, Rondinone fu compagno di vita dal 1998: e a lui dedicò, nel 2015, I ♥ John Giorno, una retrospettiva concepita come opera d’arte autonoma che suonava al tempo stesso come dichiarazione d’amore.
Livia Montagnoli
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