Il Sole, il Carro e l’Auriga. Le tradizioni lucane nella mostra di Mattia Ferretti a Torino
Nel lavoro di Mattia Ferretti, la tradizione lucana di Santa Lucia diventa dispositivo simbolico di un percorso universale di divenire, dove il pagano e il sacro si intrecciano in una riflessione sull’essere umano e sulla sua necessaria trasformazione
Nel territorio lucano, dove il paesaggio conserva una relazione non pacificata con il tempo, alcune pratiche rituali sopravvivono come forme di conoscenza incarnata. La celebrazione di Santa Lucia appartiene a questo orizzonte: un dispositivo simbolico complesso in cui il gioco infantile, la competizione rituale e la dimensione sacra convergono in un gesto collettivo tramandato per via orale e corporea. L’intreccio dei fili, realizzati artigianalmente su rocchetti improvvisati, non è soltanto un’attività ludica, ma una grammatica primitiva del controllo e dell’abbandono, del governare e del lasciarsi guidare, che anticipa simbolicamente il lungo processo di formazione dell’essere umano. All’interno di questa consuetudine, le figure dell’auriga e del cavallo non assumono ruoli fissi ma reversibili: ciascun individuo è chiamato, nel corso della propria esperienza, a oscillare tra dominio e resa, tra disciplina e smarrimento.

Caduta, mito e responsabilità dell’ascesa nella mostra di Ferretti
Mattia Ferretti (Atripalda, 1987) intercetta questa stratificazione culturale e la traduce in un linguaggio installativo che rifugge l’illustrazione etnografica per farsi struttura simbolica autonoma. Il riferimento al mito di Fetonte non è un semplice apparato narrativo, ma una matrice esistenziale: l’aspirazione a guidare il carro solare diventa metafora del desiderio umano di trascendere la propria condizione originaria, mentre la perdita del controllo, la caduta e la metamorfosi finale rivelano il prezzo inevitabile di ogni tentativo di ascesa. Non vi è elevazione senza attraversamento del dolore, né conoscenza che non passi attraverso la frattura. Le tre sculture antropomorfe concepite da Ferretti si configurano così come stazioni di un percorso di divenire. Costruite con materiali elementari e secondo una sensibilità prossima all’estetica poverista, esse non rappresentano figure compiute, ma stati transitori dell’essere. La loro forma, che richiama i rocchetti tradizionali dilatati in scala monumentale, suggerisce l’idea di una struttura in tensione, sempre incompleta, esposta allo sforzo e al rischio della trasformazione. Occhi come ex voto, braccia come briglie, un cuore-camino pulsante: ogni elemento rimanda a un corpo che sente, ricorda, trattiene e rilascia.

La mostra allo Studio Ariaudo di Torino
Il primo idolo, più compatto e gravato dalla materia, associato al rame, incarna la condizione primordiale dell’essere umano: un’esistenza ancora aderente al peso del mondo, segnata dalla fisicità, dall’istinto e dalla necessità. I suoi occhi realistici testimoniano uno sguardo che riconosce solo ciò che è immediatamente visibile, ciò che può essere toccato e posseduto. Il secondo idolo, realizzato in argento, introduce una frattura: la materia inizia a rarefarsi, lo sguardo si fa incerto, come attraversato da una luce interiore. È la fase in cui l’esperienza del dolore, della memoria e della perdita costringe l’individuo a interrogarsi su di sé, ad abbandonare la bozza originaria del proprio essere per avviarsi verso una forma ancora instabile ma necessaria.

Le opere in mostra
Il terzo idolo, slanciato e rivestito d’oro, non rappresenta un punto di arrivo definitivo, bensì una condizione di consapevolezza. La dissoluzione dei tratti fisionomici sotto la radiazione solare suggerisce il superamento dell’identità come forma chiusa: l’essere non si afferma più per accumulo, ma per sottrazione. In questa prospettiva, l’ascensione non è trionfo ma responsabilità, non conquista ma esposizione al limite. L’altare energetico venutosi a creare chiama l’osservatore ad un ascolto profondo della personale mutazione in essere, dove la cognizione conduce, alla luce, illuminazione dell’anima. L’opera di Ferretti restituisce così valore al tempo lungo del divenire, ricordando che ogni trasformazione autentica passa attraverso la materia, il ricordo e il dolore, per aprirsi infine a una coscienza più ampia dell’essere.
Grazia Nuzzi
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