Linda Karshan in mostra a Roma. Il respiro come Humana Misura tra disegno e performance
A Palazzo della Cancelleria le opere dell’artista americana entrano in dialogo con l'architettura rinascimentale, tra disegno e performance. L’intervista
Formatasi tra Sorbona, Slade School e studi di psicologia umanistica, Linda Karshan (Minneapolis, 1947) ha sviluppato un metodo performativo in cui ogni segno corrisponde a respiro, rotazione della carta e conteggio ritmico. Le sue opere sono ospitate al British Museum, alla Tate, al Metropolitan e al Courtauld Institute of Art. La sua prima mostra romana, De Humana Mensura (a cura di Laura Villani), riunisce al Palazzo della Cancelleria opere provenienti da collezioni italiane e internazionali in dialogo con l’architettura rinascimentale, dal 17 dicembre al 19 gennaio.
L’intervista all’artista Linda Karshan. Tra studio e performance
Al Palazzo della Cancelleria il suo lavoro dialoga con Leonardo, Michelangelo, Platone. Quale “misura umana” emerge
Una misura della più naturale delle specie, colma di grazia e, spero, di sprezzatura. Beckett ci ricorda che ogni vera grazia è economica. Per gli artisti rinascimentali l’ordine del corpo era fondamentale: le stesse relazioni armoniche riflettevano l’ordine dell’universo (macrocosmo) e dell’uomo (microcosmo). Erano immutabili e sempre “giuste”. L’effetto della loro bellezza portava il peso della rettitudine morale, che io accetto. Come ho scritto: “Sono eretta e vigile anche in senso morale”.
Racconta spesso di essere guidata da una “coreografia interiore”…
È ciò che chiamo “la figura in movimento che mi è stata assegnata”, ovvero la mia arte. Quando apparve, nel 1994. undici anni dopo aver ripreso la pratica in studio, sono riuscita finalmente a cominciare. È un modo di lavorare interno a cui aderisco con precisione, con esattezza alata dall’intuizione. Non mi tradisce mai. Disegno dall’età di quattro anni, considero il disegno una necessità. Non ho scelta. Una volta apparsa quella coreografia interiore, ho potuto iniziare non solo un disegno, ma un modo di vivere.
La sua tesi su Winnicott risale al 1983, il metodo performativo nasce nel 1994. Cosa accadde in quegli undici anni?
La tesi si intitolava Play, Creativity, and the Birth of the Self. Tra l’83 e il ’94 mi impegnai nello spazio transizionale. Per undici lunghi anni, attesi. Lavoravo ogni giorno. Il lavoro era altalenante, ma rimasi salda. Poi un giorno del 1994, in piedi al mio tavolo, apparvero i numeri, i ritmi, la direzione per girare il foglio. Li ascoltai e mi dissi: “Non alzare lo sguardo. Non fermarti ora”. Sapevo esattamente cosa stava accadendo. E questo non sarebbe stato possibile senza quegli studi. Da lì è nato Self Portrait, nella collezione del British Museum. Quando lo appesi, lo vidi come un’icona. Serve da modello per tutto il lavoro che è seguito.
I “walked drawings” di Linda Karshan
Nei walked drawings la linea è tracciata dal corpo nello spazio.
Ogni disegno è uno spazio-evento che richiede grande attenzione. Al British Museum era particolarmente carico. Quando l’allora direttore Hartwig Fischer mi invitò a camminare nella Western Range, compresi il senso di responsabilità in gioco. Questo spazio richiede decisioni chiare, raggiungibili solo da una condizione di grande consapevolezza, attenzione forense e distacco. Nello stesso respiro. Una volta liberate, queste decisioni accadono da sole. In un momento di grazia.
I “disegni nuotati” di Linda Karshan
Nel 2024, a Villa Empain, ha creato il primo “disegno nuotato”…
Quando entri nell’acqua sei in un altro spazio gravitazionale. Da trent’anni inizio la mia pratica nuotando nello stagno nella mia proprietà nel Connecticut. Lungo quelle linee che si creano nuotando avanti e indietro, conto e respiro. Sentendomi un geroglifico. Uno spazio deve chiamarmi. Quella piscina chiedeva di essere nuotata. C’è però una distinzione: è mancato il suono. Mentre io potevo sentire i suoni del mio orecchio interno, il pubblico non poteva. Il movimento si legge meglio come suono. Devo dire che quel disegno è probabilmente un fallimento. Eppure, come dice Beckett, “fallisci, fallisci ancora, e la prossima volta fallisci meglio”.
Beckett è centrale nella sua pratica…
Con Beckett sento la massima affinità. Non è mai questione di influenza. Il critico Hugh Kenner dice: “Gli eroi di Beckett descrivono linee e curve di relazioni“. È esattamente ciò che fanno i miei disegni. Non sapevo nulla di Beckett fino al giorno in cui creai Self Portrait. Quella sera vidi Quad di Becket: quattro attori che marciano contando i movimenti, avvicinandosi al centro senza mai raggiungerlo. Era come guardare il mio disegno messo in scena. Spesso lo cito: “È notevole come la matematica possa aiutarti a conoscere te stesso”. Questa è la mia più grande connessione con lui: l’amore per il classicismo e i numeri.
Alessia de Antoniis
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