El Dorado: il fondo oro nell’arte contemporanea. La mostra a Roma 

È il Museo Pietro Canonica, dentro Villa Borghese, ad accogliere la riflessione di dieci artisti contemporanei sul potere evocativo di una tecnica pittorica antica, ma ancora attuale nel manifestare lo spirituale nell’arte

C’è una qualità che accomuna le opere riunite dalla mostra El Dorado, da scoprire lungo il percorso che conduce tra gli ambienti della casa Museo Pietro Canonica, che tra il 1927 e il 1959 fu residenza e atelier dell’artista, nel complesso della cosiddetta Fortezzuola, all’interno di Villa Borghese. Ed è la necessità di vederle in presenza, quelle opere nate da una riflessione sul fondo oro (più che sull’oro in sé), icone contemporanee che attingono a una tecnica pittorica della tradizione medievale, per secoli distintiva della figurazione sacra. 

El Dorado, installation view at Museo Pietro Canonica, Roma, 2023. Photo Simon d'Exéa
El Dorado, installation view at Museo Pietro Canonica, Roma, 2023. Photo Simon d’Exéa

Il fondo oro come manifestazione dello spirituale nell’arte 

Il rapporto che l’osservatore instaura con il fondo oro, nell’accedere al campo magnetico dell’opera – come teorizzava Pavel Florenskij, “l’oro è luce pura e limpida” (Le porte regali) – non è infatti riproducibile, per il suo proporsi come soglia tra il visibile e l’invisibile, “trasformando la superficie dipinta da rappresentazione a manifestazione dello spirituale nell’arte”, come spiega Alessandra Mammì, curatrice della mostra. Dunque El Dorado è innanzitutto un invito a recuperare il rapporto fisico con l’arte, intraprendendo un percorso di visita che assume il valore del pellegrinaggio, per di più – e non casualmente – in uno spazio, com’è l’ingiustamente trascurato museo Canonica (schiacciato dalla sovrabbondanza dell’offerta museale capitolina, e invece prezioso esempio di casa-atelier novecentesca), che si presta a essere scoperto, un ambiente dopo l’altro. Il progetto nato per impulso del Centro Studi Roccantica, associazione culturale interdisciplinare fondata da Ileana Florescu nel 2018, raggiunge così l’obiettivo di far interagire l’arte contemporanea con una sede del patrimonio museale romano (già era successo, nel 2021, al Museo Barracco, grazie alla mostra La Vita Nova. L’amore in Dante nello sguardo di 10 artiste, sempre a cura di Mammì).  

El Dorado, installation view at Museo Pietro Canonica, Roma, 2023. Photo Simon d'Exéa
El Dorado, installation view at Museo Pietro Canonica, Roma, 2023. Photo Simon d’Exéa

El Dorado, la mostra al Museo Pietro Canonica di Roma 

E nel rintracciare le opere in mostra, che interagiscono con la collezione permanente grazie a un allestimento che annulla le barriere, è anche possibile instaurare una sintonia con la storia del luogo: “Entrare in un museo così ricco e connotato è stata una sfida, perché ci confrontiamo con una dimensione totalizzante, a contatto con Canonica”, spiegano Mammì e la direttrice Carla Scicchitano. Riesce in alcuni contesti meglio che in altri, come nella Sala del Camino che accoglie le tavole monocrome oro dei Monumenti della memoria (2010) di Paolo Canevari (che ha curato personalmente l’allestimento), riuscita sintesi tra Oriente e Occidente, o nell’ambiente dell’atelier, disseminato dei lavori di una prolifica Elisa Montessori: l’artista romana, generosamente votata a cimentarsi con il tema dato, ha dapprima esplorato lo spazio, per poi prodursi in una profusione di riflessioni, dai quaderni dedicati a poeti che hanno parlato dell’oro alle composizioni con il legno, al mosaico (Dalle Mille e una notte, 1997) che recupera l’antica tecnica bizantina delle pietre spezzate in modo irregolare (appresa da Mirko Basaldella). Giocando con chi entra nello spazio, Montessori ha voluto lasciare un messaggio scritto: “Gli intrusi che vedete sono opera mia”. Di nuovo, un esplicito invito all’esplorazione fisica del contesto.  

L’arte contemporanea e il fondo oro 

Ma El Dorado ha messo alla prova, in primis, gli artisti: in dieci hanno accolto l’invito a riflettere sulla fascinazione esercitata dal fondo oro, capace di veicolare un bisogno di sacralità che non riguarda necessariamente il divino, o la religione. Dell’oro anche gli artisti contemporanei colgono la qualità di luce e astrazione (ma smaterializzando la superficie, l’oro materializza l’opera: la rende oggetto che esiste nello spazio), la possibilità di raggiungere una figurazione di spazio assoluto e atemporale. L’artista è creativo o creatore? Il percorso espositivo propone lavori inediti – ispirati dal progetto curatoriale – e non. Apre le danze il monumentale tondo di Luigi Ontani, Lapsus Lupus (2015-16), versione musiva di un tableu vivant degli Anni Novanta, dedicato alla Lupa Capitolina. Il testo obbedisce alle grammatiche bizantine, per il galleggiamento dell’immagine, e l’utilizzo ortodosso degli elementi decorativi. Alfredo Pirri si produce, invece, in un omaggio ad Antonio Gramsci che traduce le copertine dei suoi Quaderni dal carcere (edizione Laterza) in icona, intesa come ripetizione dell’immagine che esalta il potere simbolico del pensiero luminoso del politico e filosofo antifascista (Compagni e angeli, 2023). Si incontrano, poi, tra gli altri, la stampa ai nitrati d’argento di Rä di Martino (Senza titolo, 2023), trittico antifigurativo (si parte dal Quadrato nero di Malevič, icona dello spirituale nell’arte) attraversato da venature in oro, che sembrano ricucire la superficie; l’iconostasi in dodici immagini di Sabina Mirri (Il visibile dell’invisibile, 2023); i Fiori di Karta (2014) tinti in “oro d’Africa” di Renata Boero; il Narciso n.1 di Valerio d’Angelo, il più giovane artista del gruppo (classe 1993), che ha iniziato la sua formazione come restauratore di dorature, e oggi lavora sulla foglia d’oro con tecniche sperimentali, deformando e bruciando le superfici per ottenere effetti cangianti e iridescenti. Al piano superiore si scopre la Madonna dipinta da Gianni Dessì (Detto e sentito, 2022), che sembra evocare la Theotokos di Vladimir, tra le icone ortodosse più venerate al mondo. Un’altra opera sacra, l’Icona della Trinità immortalata dal regista Andrej Tarkovskij nel film dedicato ad Andrej Rublëv (1966) conclude idealmente il percorso (con la riproduzione video di 10 minuti di pellicola), insieme a un’ulteriore “incursione” nel passato, con l’icona russa di Chetyi-Minei (XVIII secolo, collezione privata). Un ultimo, intenso contatto con la dimensione spirituale veicolata dall’oro.  

Livia Montagnoli



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