L’emozione del metodo. Mario Nigro in mostra a Milano

Grande mostra antologica in due sedi per l’astrattista toscano, che dimostra ancora una volta la sua grandezza nel giungere ad atmosfere e sensazioni tramite il metodo e il rigore

Completa, armoniosa e ben allestita, l’antologica di Mario Nigro (Pistoia, 1917 – Livorno, 1992) al Palazzo Reale e al Museo del Novecento di Milano consente certamente di ricapitolare l’opera del grande astrattista toscano, ma allo stesso tempo permette di concedersi una lettura più istintiva del suo percorso. Perché attraversare in sequenza le sale allestite con tutti i suoi cicli principali significa lasciarsi andare a un accumulo di stimoli, sia razionali che emotivi, di portata fuori dal comune.
La coerenza negli anni del progetto complessivo di Nigro risulta evidente e acclarata, mentre si capisce come la sua grandezza risieda proprio nel concedere impressioni e atmosfere senza mai abbandonare la struttura del metodo e del concetto. Le sue creazioni astratte risultano intonate man mano ai cambiamenti dello spirito del tempo, eppure sempre autonome e votate all’anticipazione più che alla semplice registrazione della temperie culturale.  

Mario Nigro, Spazio totale,1953. Photo Mattia Mognetti ©Archivio Mario Nigro Milano
Mario Nigro, Spazio totale,1953. Photo Mattia Mognetti ©Archivio Mario Nigro Milano

La grande mostra di Mario Nigro a Milano

Già la prime sperimentazioni degli Anni Quaranta, che aprono la mostra curata da Elena Tettamanti e Antonella Soldaini, danno il tono di ciò che verrà. La manualità rimane evidente anche nella rarefazione, l’astrazione non sfocia nell’autoreferenzialità ma in una riscrittura del mondo che rimane intonata all’ambizione totale/utopica delle Avanguardie storiche.
L’ideologia in Nigro non sfocia mai nel didascalismo e rimane un concetto di stampo progressista, che indica il dovere da parte dell’artista di commentare il mondo (il fatto che ciò avvenga nell’ambito di un’astrazione quasi minimale è una qualità in più).
Spazio e tempo diventano man mano “totali”, il ritmo quasi musicale non sfocia mai nella narrazione. La tendenza architettonica occhieggia già nei primi cicli e poi si manifesta sempre più apertamente (concretamente, nel caso delle colonne dipinte che esondano dai confini della tela). E le opere dagli Anni Ottanta in poi, meno conosciute, sono quelle che più suscitano sensazioni e atmosfere, che siano basate su una semplice, solitaria linea spezzata o su grandi macchie di colore che si compenetrano.

Mario Nigro: antiretorico e antiespressionista

Anche in questi ultimi casi, l’emozione visiva non diventa mai retorica. Mai espressionista, Nigro dimostra sempre un controllo assoluto, una natura metodica e costruttivista che amplifica la componente emotiva anziché imbrigliarla.
Al Museo del Novecento, la seconda sezione della mostra conferma proprio quest’ultima caratteristica. Anziché affidarsi principalmente ai documenti d’archivio, come spesso accade nelle mostre organizzate in questo spazio, si punta per la maggior parte sulla produzione su carta. Raramente, come nel caso di quelli eseguiti da Nigro, un acquerello possiede tanta fermezza pur nell’espressività: nessuna narrazione, nessun lirismo, nessuna sensazione conclamata di figura o di paesaggio, ma ritmo, spazio e tempo “puri”, e perciò tanto più significativi e attuali.

Stefano Castelli

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Stefano Castelli

Stefano Castelli

Stefano Castelli (nato a Milano nel 1979, dove vive e lavora) è critico d'arte, curatore indipendente e giornalista. Laureato in Scienze politiche con una tesi su Andy Warhol, adotta nei confronti dell'arte un approccio antiformalista che coniuga estetica ed etica.…

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