Violenza e relazioni tossiche. La mostra di Monica Marioni a Vicenza

È un abisso di paura, angoscia e violenza quello in cui conduce la mostra di Monica Marioni in un bunker del vicentino. Un progetto work in progress basato su una tragica esperienza personale

È un termine da usare con parsimonia, soprattutto di questi tempi, ma ciò che si scatena all’interno di una relazione tossica può essere considerato una guerra. Un conflitto logorante, che ha per protagonisti un predatore e una preda sottoposta a violenze, a sopraffazioni e a tanta paura. Monica Marioni (Conegliano Veneto, 1972), che una di quelle relazioni l’ha vissuta in prima persona, insieme alle curatrici Maria Savarese e Maria Rosa Sossai ha deciso di allestire la seconda “tappa” – dopo l’anteprima di Capri – del progetto #lasciamiandare in un luogo che rimanda proprio alla guerra: un autentico bunker costruito dagli occupanti tedeschi nel 1943 a Caldogno, paese a pochi passi da Vicenza.

Monica Marioni

Monica Marioni

LA MOSTRA DI MONICA MARIONI A CALDOGNO

Durante il lockdown trascorso in una drammatica condizione l’artista ha trovato una via di salvezza proprio attraverso il disegno, la pittura e le espressioni creative che ora rappresentano l’incipit della mostra: appena entrati nel rifugio antiaereo, infatti, la prima sala raccoglie in una sorta di Wunderkammer che assomiglia anche un po’ a un’antica quadreria, come evidenzia Sossai, dipinti, disegni, piccoli monitor su cui scorrono le immagini di precedenti performance. Colpiscono in particolare i disegni, con i loro tratti spigolosi dovuti alla loro esecuzione con la mano sinistra: una scelta dettata dal volersi creare una difficoltà probabilmente per evadere da altre, più gravi, difficoltà. Tutto si combina con oggetti dalla forte carica simbolica: una spessa corda al centro della stanza è emblema più che esplicito, ma ci sono anche le scarpe rosse con il tacco altissimo, la sigaretta elettronica, un grande neon evocativo della sessualità femminile. A ben guardare, nonostante i colori pastello e alcuni soggetti quali pupazzi di tela che richiamano i tempi dell’infanzia, forse della purezza e della serenità, da quelle carte e tele emergono segnali di angoscia: il volto maschile è vuoto, non disegnato, o addirittura sostituito con una maschera di maiale.

Installation view Monica Marioni, #lasciamiandare, Bunker Caldogno, 2022, ph. Marta Santacatterina

Installation view Monica Marioni, #lasciamiandare, Bunker Caldogno, 2022, ph. Marta Santacatterina

UN BUNKER ANGOSCIANTE

L’esperienza dello spettatore diventa ancora più potente nella seconda parte del percorso: corridoi e curve che non lasciano intuire quel che c’è dietro, discese che sprofondano nella terra, celle claustrofobiche che si aprono nel buio più totale, un enorme occhio che scruta. E i suoni, ridondanti, allucinanti: il telefono che suona senza tregua, il metronomo, il sonoro dei video. Ci vuole un certo coraggio per addentrarsi da soli, come è consigliato fare, in quell’incubo tinto di rosso lungo il quale compaiono altri emblemi che suscitano reazioni immediate: la branda vuota, la doccia con l’acqua che scorre, la sveglia digitale che segna sempre la stessa ora.
Il finale si apre sul mare con il video Olia, e se il paesaggio di Mondello evoca inevitabilmente l’idea di liberazione, la forma minacciosa che danza sulla spiaggia pare un’anima rabbiosa che cerca di rompere la morbida gabbia in cui è imprigionata, ma non è dato sapere l’esito di quella prova. Per Monica Marioni per fortuna è stato un esito positivo, ora è libera e grazie alle sue opere cerca di trasmettere un messaggio di solidarietà e un invito alla consapevolezza alle vittime delle “relazioni pericolose”.

Marta Santacatterina

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Marta Santacatterina

Marta Santacatterina

Giornalista pubblicista e dottore di ricerca in Storia dell'arte, collabora con varie testate dei settori arte e food, ricoprendo anche mansioni di caporedattrice. Scrive per “Artribune” fin dalla prima uscita della rivista, nel 2011. Lavora tanto, troppo, eppure trova sempre…

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