Spaesamento alla rinascita. Matteo Messori in mostra a Reggio Emilia

Alla galleria Parmeggiani di Reggio Emilia Matteo Messori racconta attraverso i suoi corpi effimeri la crisi della presenza. Un attraversamento di diversi stadi per superare lo stato di spaesamento di fronte a una perdita, a un cambiamento profondo. E se alla mancanza di spiegazioni rispondessimo con un dialogo rinnovato con la natura?

A rappresentare il concetto di caduta, come se avessero vissuto un forte senso di spaesamento che l’antropologo Ernesto de Martino chiama “crisi della presenza”, le opere di Matteo Messori (Reggio Emilia, 1993) selezionate per la mostra Roof alla galleria Parmeggiani appaiono completamente rivalutate e riconfigurate in uno stretto dialogo con lo spazio di Interno 1. Lo smarrimento e la momentanea mancanza di lucidità, quando perdiamo qualcuno o una dimora e il mondo sembra cascarci addosso, rappresentano la condizione indagata dall’artista, intesa come un avvicinarsi al contatto reale con il mondo che prevede diversi passaggi evolutivi. Le opere si pongono appunto come stadi differenti di questo spaesamento: crollo, rinascita, ripresa, ritorno alla lucidità, proattività.

Matteo Messori, La caduta di Icaro, 2020, acrilico e olio su legno, 40x70 cm
Matteo Messori, La caduta di Icaro, 2020, acrilico e olio su legno, 40×70 cm

LA MOSTRA DI MATTEO MESSORI A REGGIO EMILIA

Emblematica l’opera Crisi della presenza, una sorta di cerchio magico in segatura, disegnato a terra, destinato a essere distrutto alla fine della mostra. Annesso un contenitore che raccoglierà ciò che rimarrà dell’opera, come un oggetto catalizzante che racchiude la crisi, la sua traduzione in un corpo fisico.
A richiamare il titolo della mostra, Roof, il totem di tegole, esposto precedentemente a Pescara, appare scomposto, caduto a terra, rievocando l’idea di un tetto crollato sotto un cielo di gigli. Tutta la mostra ha il ritmo del respiro, che scandisce questo lento percorso verso la rinascita e il ripristino di un nuovo equilibrio con il mondo e la natura. Nei corridoi, infatti, la serie Fiati accompagna le opere principali e racconta attraverso il respiro tutto quello che avviene per metabolizzare la caduta.
Catrame ricorda invece una figura tombale, una lapide. Il catrame in natura non permette la crescita, la crisi della presenza avviene anche nell’ambiente e l’unica via d’uscita secondo l’artista è sviluppare un pensiero ecologico come ben rappresentato dalla piccola tela con l’immagine del Leviatano, mostro marino simbolo di potere, ma, anche in questo caso, protettore della Natura.

Antonella Palladino

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Antonella Palladino
Ha studiato Storia dell’arte presso le Università di Napoli e Colonia, laureandosi in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi dal titolo “Identità e alterità dalla Body Art al Post-Human”. Ha proseguito la propria formazione alla Fondazione Morra e poi al Mart di Rovereto. Ha collaborato come assistente con la Galleria Umberto di Marino e con Filippo Tattoni -Marcozzi, ex direttore della Goss- Michael Foundation. Nel 2009 si è trasferita in Trentino–Alto Adige dove ha iniziato l’attività di critico scrivendo per Artribune, Juliet Art Magazine, Exibart, Kulturelemente, Salto.bz. Ha curato la mostra Noisy di Gianluca Capozzi, Lichtkammer di Harry Thaler, Walking in Beuys Woods di Hannes Egger e i relativi eventi collaterali. È critico d’arte e docente di Storia dell’arte titolare nella provincia di Pavia.