Apre Una storia nell’arte. I Marchini tra impegno e passione. L’intervista a Simona Marchini 

Ha aperto all’Accademia Nazionale di San Luca la mostra Una storia nell’arte. “I Marchini tra impegno e passione”. Abbiamo intervistato Simona Marchini, direttrice de La Nuova Pesa

Simona Marchini
Simona Marchini

Chi sono i Marchini e perché sono importanti per la scena artistica romana? A questo quesito risponde la mostra “Una storia nell’arte. I Marchini tra impegno e passione” che ruota, infatti, intorno alla vicenda storica e umana di Alvaro Marchini e della sua famiglia. In particolare, si concentra sull’attività portata avanti dalla galleria La Nuova Pesa che ha condiviso l’attività espositiva con poeti, letterati e registi come Roberto Rossellini, Italo Calvino, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Ungaretti.
Aperta il 17 gennaio 2022, a Palazzo Carpegna – l’Accademia Nazionale di San Luca a Roma, l’esposizione raccoglie più di 130 opere di 77 artisti, importanti esponenti dell’arte moderna e contemporanea ed è a cura di Fabio Benzi, Arnaldo Colasanti, Flavia Matitti, Italo Tomassoni con il coordinamento di Gianni Dessì e l’allestimento a cura di Dessì e Francesco Cellini. Abbiamo intervistato Simona Marchini, figlia di Alvaro Marchini e attuale direttrice de La Nuova Pesa, in pausa dalla tournée dello spettacolo teatrale di Ferzan Ozpetek.  

Perché l’Accademia di San Luca?
In realtà il progetto di mostra era in cantiere da tempo. Arnaldo Colasanti, amico, scrittore e critico ha proposto come sede l’Accademia Nazionale di San Luca che ci ha accolto con molto interesse. Non me l’aspettavo, essendo la mia una famiglia riservata e schiva non di fanatici, né di salottieri. Da questo contatto iniziale è scaturito un rapporto d’intesa, amicizia e confidenza con Gianni Dessì.  

Come si è sviluppato il progetto espositivo?
Con Lucio Villari abbiamo fatto una lunga analisi storica e politica. Si è strutturato un percorso che guarda, oltre alla singolarità di una famiglia, a un grande sentimento: un romanticismo misto di passione ed etica, un rapporto con la cultura come momento sociale evolutivo. Vorrei che questa mostra fosse un incoraggiamento, uno sprone a deporre gli individualismi logoranti per ritrovare la fiducia negli altri. 

Accademia di San Luca, Collezione Marchini, Araki Zaza Neshat, Foto Mostra, Foto Pierpaolo Lo Giudice, Giordano Bufo
Accademia di San Luca, Collezione Marchini, Araki Zaza Neshat, Foto Mostra, Foto Pierpaolo Lo Giudice, Giordano Bufo

Come racconterebbe la mostra a chi non ha modo di visitarla?
É come un grande racconto che parte da una famiglia antifascista, da Moriano, una frazione di Città della Pieve (Umbria); qui mio nonno costruì con alcuni amici la Casa del Popolo per aiutare le persone a prendere coscienza. I fascisti la bruciarono e mio nonno fu costretto ad andare via. A Roma entrò in contatto con la vita clandestina e la Resistenza, mentre mio padre Alvaro andò a Monte Rotondo per capitanare una brigata antifascista. I comunisti hanno vissuto il grande sogno del Dopoguerra…bisognava scendere a compromessi con gli Stati Uniti, ma la classe politica era onesta, condivideva il sentimento per la patria e uno spirito di giustizia che ha portato a grandi risultati come la scuola pubblica. Si immaginava una Nuova Italia ma il consumismo era un pericolo che spostava le pulsioni delle persone verso le cose, accantonando le idee. Il professor Bollea diceva “non dobbiamo disperarci di essere in pochi, perché i pochi hanno cambiato la storia”. Questa mostra è come disseminare dei valori. Niente è più gratificante di un risultato sentimentale, come quando vedo giovani artisti in galleria con la luce negli occhi e capisco che sto comunicando qualcosa.  

Accademia di San Luca, Collezione Marchini, Foto Mostra, Foto Pierpaolo Lo Giudice, Giordano Bufo
Accademia di San Luca, Collezione Marchini, Foto Mostra, Foto Pierpaolo Lo Giudice, Giordano Bufo

Quali sono gli artisti delle sale dedicate all’attività di gallerista di suo padre alla quale si sente più affezionata?
Ho conosciuto Guttuso, Mafai, Manzù. Da spettatrice emozionata li rispettavo perché capivo che avevano una capacità magica nell’esprimersi. Poi c’era Vespignani, con Cagli giocavamo a Scopone a casa nostra fino alle due di notte e io andavo a scuola la mattina!   

Il primo periodo de La Nuova Pesa, con suo padre Alvaro in qualità di direttore, è stato dal 1959 al 1976. Vuole parlarmi della seconda fase?
Nel 1985 ho riaperto la galleria. Ho accolto I Nuovi-nuovi con Giuseppe Salvatori, Gli Anacronisti, Mariano Rossano e altri astrattisti. Grazie alla passione si sono avverati dei “miracoli”, come la strepitosa mostra con Kounellis e Rebecca Horn (a maggio 2002, era la prima volta che Horn veniva a Roma). Gli artisti si sentivano liberi e rispettati, senza la pressione e l’assillo economico. Poi ci sono state le mostre di Fabio Mauri e Nagasawa; l’ultima mostra di De Dominicis si svolse alla Nuova Pesa. Nella sala Babele creo delle esposizioni più libere con la commistione dei linguaggi, come fotografia, poesia e letteratura. Quest’anno abbiamo immaginato 6 mostre e per la prima volta ho esposto Gianni Dessì.  

Quali sono le sale che più funzionano rispetto al percorso espositivo?
L’elemento portante dell’esposizione è la vocazione morale. Una sala emozionante è quella dedicata a Giorgio Morandi e Osvaldo Licini, è piccola ma offre un dialogo sottile e delicato, un passaggio lirico e commuovente. È stato complesso collocare Magritte, Braque e i cubisti nelle sale del piano superiore, dove sono esposti gli autori seicenteschi dell’Accademia, perché si è dovuto studiare degli accostamenti equilibrati.  

Accademia di San Luca, Collezione Marchini, Foto Mostra, De Lorenzo Garutti, Foto Pierpaolo Lo Giudice, Giordano Bufo
Accademia di San Luca, Collezione Marchini, Foto Mostra, De Lorenzo Garutti, Foto Pierpaolo Lo Giudice, Giordano Bufo

Maurizio Mochetti fa da trait d’union di due sezioni della mostra, perché?
Più che agire da ponte è un segnale. La sua opera effonde energia ed esprime la tensione verso la commistione dei linguaggi, senza confini. Gianni Dessì ha curato l’allestimento e ha impostato questa scelta, considerando la singolarità e l’incisività di Mochetti. 

La nuova Pesa è nata proprio in nome di una certa transdisciplinarietà…
Sì, La Nuova Pesa era un luogo aperto, non conflittuale. Si erano creati rapporti con Il Milione di Milano, con il mercante numero uno dei cubisti, Kahnweiler. Inoltre, frequentare le gallerie era un rito collettivo. Potevi incontare per le sale Rosi, Visconti, Elio Petri, personalità del cinema e della cultura, politici d’alto rango come anche avvocati. La città aderiva ai fenomeni dell’arte e il tessuto urbano era molto vivace. Roma era un cuore pulsante. Ora la borghesia è mutata…facendo una battuta, “si preferiscono comprare barche invece che quadri”, c’è stato un cambiamento di costume.  

Quali sono le manifestazioni culturali e letterarie alle quali attualmente si sente legata?
La mia identità è sempre stata molto articolata, ho la mania dell’intreccio dei linguaggi. In galleria ci sono stati incontri memorabili come quelli con la poetessa Amelia Rosselli o con Dario Bellezza. Veronesi, Magrelli e Albinati sono stati a La Nuova Pesa. Da quando qualcuno ha sancito che “con la cultura non si mangia” la situazione è cambiata: è come se i fenomeni artistico-culturali non avessero più una valenza sociale estesa, l’arte è diventata di nicchia. Prima la televisione proponeva rubriche dedicate all’arte, gli strumenti di comunicazione di massa condividevano un mandato morale e utopico. Ora vige un capitalismo finanziario senza decenza: bisogna fare cassa, guardare ai numeri. Credo invece la vera emancipazione parta dalla cultura, dalla curiosità, dall’essere aperti. 

Quest’anno cade il centenario dalla nascita di Pasolini, dedicherete una mostra a questo grande intellettuale? 
Nella Sala Babele prima della pandemia organizzavamo incontri letterari, una volta al mese: si sceglieva una parola guida e interveniva uno scrittore o un poeta. Mi piacerebbe dedicare degli incontri a Pasolini in questa sala, …. veniva spesso e frequentava la galleria con Elsa Morante. È stato un “uomo tragico” che ha pagato di persona gli orrori del tempo, aveva un’intuizione e una visione sul futuro strepitose. 

-Giorgia Basili 

Accademia Nazionale di San Luca
Roma, piazza dell’Accademia di San Luca 77
www.accademiasanluca.eu

 

 

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Giorgia Basili
Giorgia Basili (Roma, 1992) è laureata in Scienze dei Beni Culturali con una tesi sulla Satira della Pittura di Salvator Rosa, che si snoda su un triplice interesse: letterario, artistico e iconologico. Si è spe-cializzata in Storia dell'Arte alla Sapienza con una tesi di Critica d'arte sul cinema di Pier Paolo Pasolini, letto attraverso la lente warburghiana della Pathosformel. Collabora con diverse riviste di settore prediligendo tematiche quali l’arte urbana e il teatro, la cultu-ra e l’arte contemporanea nelle sue molteplici sfaccettature e derive mediali. Affascinata dall’innesto del visivo con la letteratura, di tea-tro e mitologia, si dedica alla scrittura di poesie per esprimere la propria sensibilità e il proprio pensiero estetico-critico su ciò che la circonda.