In un’epoca dominata dalla smaterializzazione e dal passaggio al digitale, ricordiamo la performance di Michael Mandiberg, artista che ha messo “nero su bianco” le dimensioni di Wikipedia.

Se provate a cercare su Wikipedia la voce relativa al romanzo Don Chisciotte  della Mancia ‒ o meglio El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha ‒ dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra, vi troverete di fronte a circa 46.674 caratteri, almeno nella versione inglese, relativamente più ampia di quella italiana che conta 36.367 caratteri.
Abbiamo scelto proprio Don Chisciotte per iniziare questo articolo perché è la rappresentazione più classica dell’utopico sognatore di mondi impossibili e proprio di questo vorremmo parlarvi, di un progetto a prima vista assurdo ma che, nel 2015, è divenuto realtà.
Si tratta di un’opera dell’artista americano Michael Mandiberg, già docente al College of Staten Island e al Graduate Center della City University di New York, che nasce come spesso accade da una domanda allo stesso tempo banale e fantasiosa, una di quelle che almeno una volta nella vita è balenata in testa anche a ognuno di noi ma, proprio per la sua apparente assurdità, è svanita quasi immediatamente: “Quanto è grande Wikipedia?”.

LE DIMENSIONI DI WIKIPEDIA

Michael Mandiberg, non nuovo a performance alquanto originali – come per esempio quella dal titolo Shop Mandiberg in cui ha venduto online tutti i suoi averi, appartamento compreso, tramite un sito realizzato appositamente –, è partito proprio da tale quesito e ha sviluppato un software in grado di analizzare l’intero database di Wikipedia nella versione inglese aggiornata al 2015, anno in cui la performance è stata rappresentata per la prima volta presso la Denny Gallery di New York con la collaborazione di Eyebeam, the Banff Centre, Lulu.com e ovviamente la Wikimedia Foundation.
L’opera, che ha necessitato di circa tre anni di lavoro, si compone di 7.473 volumi da 700 pagine ciascuno, di cui “solo” 106 sono state realmente stampate su carta con copertine rigorosamente total white e un sommario iniziale che conta 91 volumi per 11,5 milioni di articoli. La seconda parte consta dei 500 volumi riguardanti le voci che iniziano con simboli e numeri tipografici, citiamo per esempio “!” (il punto esclamativo), “!!” (notazione per una mossa eccellente negli scacchi) e “!!!” (una band dance-punk di Sacramento).
Nell’opera trovano posto anche ulteriori 36 volumi con l’elenco dei circa 7,5 milioni di utenti che hanno contribuito alla creazione e/o correzione dei singoli articoli.

Michael Mandiberg, Print Wikipedia, 2015
Michael Mandiberg, Print Wikipedia, 2015

CULTURA DIGITALE E CULTURA CARTACEA

Quello di Michael Mandiberg può essere visto come un futile esercizio concettuale con tanto di banale spreco di carta, come lo definì al tempo il New York Times, ma forse c’è di più.
Si tratta di un mastodontico esperimento che pone in essere una trasformazione spesso già proposta per altri media web based come Instagram (stampa il tuo album con Photobookgenius o Inkifi), oppure Facebook (stampa il tuo profilo con Blookup o My Social Book), ma questa volta declinato su un sito collettivo – Wikipedia appunto – di dimensioni decisamente rilevanti. Anche in questo caso, però, riteniamo ci sia altro da scoprire.
Ricordando, per dovere di cronaca, che lo stesso Mandiberg ha completato circa un anno dopo l’attività promessa di piantare tanti alberi quanta carta era stata utilizzata nel suo progetto, quello che interessa è tentare di andare un po’ più a fondo, ricercare cioè i diversi significati che un’opera del genere può contenere oltre agli eventuali aspetti poetici riguardanti sia il concetto di memoria che quello di trasmissione del sapere.

RIDETERMINARE LO SPAZIO FISICO

Innanzitutto, un primo aspetto è quello che rimanda al tentativo di determinare fisicamente uno spazio fisico, di intervenire sulla materialità tangibile, per rappresentare ciò che è comunemente immateriale, mutando cioè la dimensione stessa del concetto di Wikipedia che nasce geneticamente all’interno del flusso informativo digitale e di esso si nutre e alimenta. Una definizione dello spazio che si mostra plasticamente nella performance svoltasi all’inaugurazione del progetto, in cui enormi e infinite pareti composte esclusivamente dei dorsi dei volumi – reali o fittizi – rendono lo spazio un’entità straniante, uniforme e apparentemente priva di qualsiasi interruzione visiva.

Michael Mandiberg, Print Wikipedia, 2015
Michael Mandiberg, Print Wikipedia, 2015

CRISTALLIZZARE IL SAPERE

Successivamente, prendendo le mosse dai lavori di studiosi quali Elizabeth L. Eisentstein, Roger Chartier e il nostro Armando Petrucci sui legami tra forme di scrittura e trasmissione e diffusione dei fenomeni culturali, possiamo scoprire come quella di Mandiberg sia sostanzialmente una forma di cristallizzazione del sapere. Una modalità per fissare qui e ora ciò che Wikipedia invece, per sua stessa natura, tende a lasciar scorrere nel flusso infinito – il Panta Rei di Eraclito –correzioni, adeguamenti e modifiche. Sfruttare il secolare supporto cartaceo per inchiodare il sapere in un dato momento, renderlo esistente nella sua materialità, determinarne la resistenza agli infiniti mutamenti a cui è sottoposto ogni contenuto digitale, mostrarlo in uno spazio e un tempo definiti una volta per tutte, proteggerlo dalle insidie del tempo e delle continue mutazioni dei supporti di archiviazione per restituirlo a una forma di fruizione del tutto nuova e a prima vista alienante.

LA RI-MEDIAZIONE INVERSA

Infine, se pensiamo alla forma testuale dell’opera di Mandiberg, che non comprende immagini, emerge con forza il riferimento al concetto di re-mediation definito dal teorico della scrittura digitale Jay David Bolter ma concepito in questo caso nel suo andamento inverso. Se infatti per Bolter la re-mediation è la fase di passaggio in cui una nuova tecnologia rielabora e riorganizza, tramite omaggi, prestiti e oltraggi, le caratteristiche della tecnologia precedente, riformando anche lo spazio culturale, per Mandiberg e il suo progetto artistico Print Wikipedia, quello che si vuole rappresentare è il processo inverso, riportare cioè gli elementi da una nuova forma di scrittura (e cultura) alla forma tipica del suo “anziano” predecessore, in questo caso il mondo della stampa cartacea con i suoi dorsi, le sue copertine rigide e le sue pagine da piegare negli angoli. Un passaggio dalla flessibilità e iperattività del digitale alla persistenza e alla stabilità della carta, mutando nuovamente il modo di organizzare, strutturare e consultare la parola scritta.
Questa forma inversa di re-mediation, come se sovrapponessimo due differenti forme geometriche, tende a far emergere in tutta la loro chiarezza, le sostanziali differenze fra le due tecnologie ‒ uno degli aspetti più interessanti dell’opera di Mandiberg ‒, basti pensare al concetto di ipertesto su cui si fonda l’intero progetto Wiki – e più in generale la scrittura digitale, oppure alla sua già citata e continua rivisitazione e adeguamento in un flusso collettivo e apparentemente senza fine, o ancora alla formula contributiva e democratica che nella versione cartacea va ovviamente a perdere molta della sua centralità originaria.
Una sorta di involontario esame diagnostico che pone in evidenza in maniera esemplare e immediata le parti in comune e le sostanziali differenze fra i due medium – digitale e carta – che vivono oramai in un costante rapporto di influenza e scontro reciproco ma che, a nostro avviso, proprio per le loro specificità, sono destinate a convivere sia pure in forme e modi ancora tutti da scoprire.
Ripensando a quanto detto inizialmente a proposito della voce di Wikipedia su Don Chisciotte, ecco che ci ritroviamo a contare anche le battute di questo articolo che raggiunge un ben più modesto totale di 6.443 caratteri.

Francesco Ciaponi

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Francesco Ciaponi
Francesco Ciaponi, laureato in Storia della stampa e dell’editoria presso l’Università di Pisa con una tesi dal titolo “Mondo Beat: la nascita dell’editoria underground in Italia“, dopo anni di fanzine e Happening Underground, nel 2010 fonda Italian Poster Rock Art, l’archivio italiano della poster art. Dal 2016 dirige il sito e l’omonima casa editrice Edizioni del Frisco con articoli di approfondimento sulla storia della grafica e dell'editoria indipendente. È art director del magazine indipendente Friscospeaks. È autore di "The Big Lebowski Art Collection" (EdF, 2016), "Underground: ascesa e declino di un'altra editoria" (EdF, 2018), "Amazing Surf Logos" (EdF, 2019). Dal 2019 è docente di Storia della stampa e dell’editoria presso LABA, Libera Accademia di Belle Arti di Rimini e collabora con eventi (Fruit Exhibition) e istituti accademici (Accademia di Brera, Accademia di Frosinone, ACCA Jesi, ISIA Firenze). Negli anni ha collaborato con articoli e interviste con magazine internazionali quali Polpettas magazine (Spagna), Moof magazine (Inghilterra) e The Concern Newsstand (USA).