Spazio Berlendis: le anticipazioni sul nuovo spazio a Venezia

Inaugurerà, pandemia permettendo, a marzo 2021, il nuovo Spazio Berlendis allo squero vecio di Venezia, un ex falegnameria nautica in Rio dei Mendicanti. A commissionarlo le titolari di Marignana Arte

Render dello Spazio Berlendis, Venezia
Render dello Spazio Berlendis, Venezia

Lo Spazio Berlendis a Venezia appare come uno spiraglio di luce rispetto alle serrande chiuse di un 2020, l’anno che si è appena concluso e che passerà alla storia. Pandemia e decisioni del Governo permettendo, l’apertura di questo nuovo spazio lagunare è per ora prevista nel mese di marzo 2021. Il progetto nasce dalla passione non solo per l’arte ma per la cultura in senso più ampio, intesa come ricchezza per un’intera collettività, di Emanuela Fadalti e della figlia Matilde Cadenti, già rodate nel settore con la galleria Marignana Arte, aperta nel 2013. In quell’anno lo scenario economico mondiale era già complesso a causa della crisi; altrettanto delicati saranno i mesi che ora ci attendono, ma questo contesto non ha scoraggiato la realizzazione di un’idea: un luogo dagli spazi ampi e inusuali per Venezia (300 mq di superficie e i 250 mq di pareti espositive) che sarà aperto all’esposizione, alla produzione, a collaborazioni artistiche nazionali e internazionali, proprio nel cuore della città (sarà in una ex falegnameria nautica, lo squero vecio, in Rio dei Mendicanti, lungo le Fondamenta Nove). Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con chi ha curato il progetto di Spazio Berlendis dal punto di vista architettonico: l’architetto Filippo Caprioglio. Ecco cosa ci ha raccontato.

Spazio Berlendis esterno, Venezia
Spazio Berlendis esterno, Venezia

Partiamo subito con il sottolineare che ci troviamo in un periodo storico evidentemente particolare per l’emergenza covid19. Il progetto ne ha risentito?
È stato ed è un progetto veramente coraggioso, e neppure la pandemia l’ha mai fermato. Éiniziato tutto intorno al 19 febbraio 2020, appena prima del grande lockdown generalizzato durante il quale ho avuto modo di lavorare sull’idea, da remoto. Al termine siamo partiti con i lavori.

Qual era l’identità del luogo su cui si è trovato a lavorare?
Si trattava di una ex falegnameria di supporto allo squero [infrastruttura nautica che permette di tirare in secca le piccole imbarcazioni per svolgere lavori di manutenzione]. Si tratta dello “squero vecio”, il più antico squero di Venezia, ciò ha comportato comunque un’attenzione particolare nella gestione delle pratiche con il Comune e con la Soprintendenza Archeologica, belle arti e paesaggio di Venezia.

Quale idea di spazio le è stata presentata dai committenti?
I committenti [Emanuela Fadalti e Matilde Cadenti] volevano per loro e per la città uno spazio che oggi non c’è. Di solito, in città, si opera a livello espositivo nei padiglioni della Biennale. Sono tanti i vincoli specifici relativi ai tipi di architetture presenti, palazzi storici, meravigliosi, in cui spesso non si possono utilizzare, per esempio, pareti e soffitti. Noi in questo modo abbiamo trovato, in centro città, uno spazio completamente “aggredibile” dalle opere. È una scatola neutra con grande personalità che lascia spazio, però, all’opera artistica in sé, senza porsi nei suoi confronti in una forma di competizione, come accade spesso con i bellissimi palazzi storici. Volutamente l’interno è stato trattato come una scatola che favorisca il godimento di ciò che esposto.

Immagino quindi che lei lavori in stretto contatto con le curatrici dello spazio, ovvero le titolari di Marignana Arte, nota galleria della città, Emanuela Fadalti e la figlia Matilde Cadenti. In che modo si è potuto rapportare, nel suo lavoro, al contemporaneo?
Ho potuto intervenire, anche grazie a dei tecnici lungimiranti che mi hanno supportato, sulla porta d’acqua. Sarà una tipologia del tutto inedita per la città, un segno totalmente contemporaneo dal punto di vista architettonico pur nel rispetto degli stilemi tradizionali. Mi sento fortunato di aver potuto lavorarci e realizzarlo.

Non circolano ancora molte notizie su come verrà utilizzato lo spazio. Si è letto di un luogo per mostre, di galleria d’arte, di produzione di film, di un sito per la ricerca di compositori, artisti, attori e scrittori, ma anche di ideazione e organizzazione di eventi. Come si possono conciliare, architettonicamente, tante funzioni diverse?
Lo stiamo anche pensando come un luogo in cui un artista o un gruppo di artisti lo sfruttino come spazio di creazione. Per questo potrebbe essere paragonato un po’ a una scatola magica. La commercializzazione non è l’intenzione più vicina a ciò per cui stiamo lavorando. Sarà principalmente per l’arte e per lo sviluppo artistico e l’architettura sarà flessibile proprio per questi obiettivi. La cosa più difficile per me è stato operare in un contesto storico e, allo stesso tempo, essendo io legato a un linguaggio contemporaneo, portare il più possibile la luce all’interno, immaginando però che un artista potrebbe avere bisogno pure di spazi bui, per esempio per video o performance particolari, e quindi renderlo, secondo necessità, anche uno luogo artificiale e chiuso. Questa ambivalenza è stata una bella sfida.

La pandemia ha cambiato il suo modo di pensare, progettare e procedere per questo lavoro particolare, ma anche nella sua professione in generale?
Quello che ci è successo, a cui nessuno era preparato, mi ha fatto pensare positivamente alla mia ricerca architettonica, perché in qualche modo ho intuito di stare nella direzione giusta: pensare sempre a degli spazi per l’uomo, mai fini a sé stessi, mai modaioli ma che privilegino sempre una funzione flessibile. Spazi che possano modularsi e consentire sia dei momenti di grande privacy sia dei momenti di relazione. Questo anche per lo Spazio Berlendis. Ho sempre immaginato degli spazi che siano fluidi, liquidi. Io sono nato con il concetto che l’architettura non deve imporre, ma può guidare, educare all’utilizzo. È chi ci vive che fa gli spazi, io devo essere bravo a costruire la scatola intorno. La bravura credo sia capire chi hai di fronte.

Le sono già stati anticipati i nomi di artisti che esporranno? Ha lavorato pensando all’esposizione di qualche opera in particolare?
Non nello specifico, ma sicuramente, sull’esempio di alcuni artisti che lavorano già con le committenti, ci saranno opere di grandissimo formato. A Venezia, in centro, di solito è un problema, perché o si utilizzano i padiglioni della Biennale oppure non si hanno spazi di questo tipo. Qui abbiamo pareti di oltre 4 metri di altezza per 10 metri di lunghezza. È come avere un padiglione in pieno centro storico senza essere alla Biennale.

Terminiamo con una domanda sulla città di Venezia, spesso controversa per il suo rapporto con l’afflusso turistico. Che visione ha a riguardo?
Quello che stanno facendo i committenti dello Spazio Berlendis è donare alla città un luogo di cultura. Venezia era sinonimo di cultura. Lo è ai massimi livelli con le Biennali, che però rischiano di diventare spazi troppo ghettizzati, compartimentati. Invece la grande forza della città sarebbe quella di dotarsi in ogni suo luogo di possibilità che la favoriscano. Si è puntato sempre solo al turismo mentre la cultura – potrebbe sembrare banale dirlo ma ce ne siamo accorti anche durante il periodo del lockdown – ci può aiutare, ci può salvare. Il piccolo intervento che stiamo facendo, è, simbolicamente, un grande intervento, proprio per il suo essere volontà di cultura nel cuore della città.

– Agnese Comelli

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Agnese Comelli
Nata il 17 marzo 1989, formata tra l'Italia e la Francia, laureata in Esthétique et Philosophie de l'Art all'Università Sorbonne, a Parigi. Specializzata in Critica Giornalistica per lo Spettacolo all'Accademia d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" di Roma, ha lavorato in alcuni grandi spazi d'arte contemporanea a Milano come mediatrice. Appassionata, in particolare, di creazione artistica e della sua ricezione per ogni tipo di pubblico.