#WeUsedTo: pensieri dalla pandemia raccolti nel nuovo progetto digitale di Olafur Eliasson

#WeUsedTo è un invito a condividere le proprie riflessioni nate dall’esperienza del Covid-19. Brevi status scorrono sullo schermo, chiari e limpidi, in un loop casuale. Il progetto fa parte di Experimenting, Experiencing, Reflecting (Eer) finanziata da Carlsberg Foundation

Il sito www.weused.to
Il sito www.weused.to

È difficile accettare che con la pandemia le vecchie abitudini siano più o meno temporaneamente da archiviare. Eppure, nonostante il distanziamento sociale, l’esperienza di questo surreale periodo ha aiutato a sentirci meno soli e, forse, in qualche modo più uniti. Riflessioni, pensieri e scampoli di una realtà alterata diventano messaggi semplici e diretti, trasmessi in un loop casuale dalla neo-piattaforma #WeUsedTo, ideata dall’artista danese Olafur Eliasson. Qualche esempio? “I used to believe a change in the way of living was possible. Now I hope it happens”, I used to think too much when commuting to work. Now I love listening to my own breathing”, “I used to think that the quarantine created tons of problems. Now I know that it was an opportunity to get better”. Questo susseguirsi di status è parte integrante di un ambizioso progetto che vede nell’ascolto, nello scambio e nella partecipazione un ampio varco nell’indagine artistica.

#WEUSEDTO: UNO SPAZIO APERTO DOVE ESPRIMERSI

Il progetto #WeUsedTo si presenta come uno spazio aperto dove è possibile indagare il cambiamento percettivo pre e post Covid-19. La sfera d’indagine non riguarda solo quella odierna, anzi, le impressioni oscillano tra la nostalgia per una routine a cui si vuol far ritorno, il ripensamento su azioni e atteggiamenti prima abituali e buoni propositi per il futuro. Ma come è possibile partecipare? Esistono limitazioni? Chi vaglia il contenuto delle dichiarazioni? La piattaforma online è stata lanciata il 12 maggio 2020, e sin da subito è stata arricchita da numerosi contributor. È possibile partecipare accedendo direttamente alla piattaforma, senza limiti imposti, se non quello inerente al numero dei caratteri (250). Infine, un team di ricerca vaglia il contenuto delle testimonianze in termini di qualità per poi condividerlo. L’idea di questa operazione, che nella sua semplicità trova tutta la sua forza, parte dall’artista Olafur Eliasson, da alcuni membri del proprio Studio di Berlino (SOE), altri provenienti dall’Interacting Minds Centre (IMC), Aarhus University, come lo scienziato Andreas Roepstorff, insieme al Designer Developer Alan Woo e il Creative Developer Daniel Massey. Le prospettive condivise di #WeUsedTo confluiscono nel progetto di collaborazione di ricerca tra arte e scienza di Experimenting, Experiencing, Reflecting (EER) finanziata da Carlsberg Foundation.

COSE’È LA EER E DOVE SI TROVA IL PUNTO DI UNIONE TRA ARTE E SCIENZA?

Arte e scienza viaggiano su binari paralleli, che possono incontrarsi spesso con esiti interessanti. È proprio qui che EER vuole creare “un terzo spazio dialogico” tra l’esperienza personale dell’arte e quella esterna della scienza. Sperimentazione, esperienza e riflessione sono le parole chiave sulle quali si fonda il progetto, con l’intento di aprire un varco tra il formalismo e il rigore scientifico e gli aspetti esperienziali delle arti. Ma come è possibile? Grazie ad esperimenti e indagini che riguardano l’esplorazione performativa delle pratiche prese in esame. La percezione individuale e il rapporto con quella collettiva, la consapevolezza dello spazio e dell’ambiente, l’incertezza e il processo decisionale da cui scaturisce un’azione, sono solo una parte delle aree analizzate dai workshop di EER che dal 2018 si sono svolti alla Tate Exchange di Londra, all’Università di Aarhus, al Trapholt Museum, al Steno Museum, alla Tate Modern di Londra e allo Studio Olafur Eliasson di Berlino. Non è un caso che tra i fondatori ci sia proprio l’artista Olafur Eliasson, il quale ha fatto della commistione tra arte e scienza il perno della sua ricerca. Insieme all’artista c’è anche lo scienziato Andreas Roepstorff dell’Università Aarhus, oltre a un nutrito team composto da Anna Engberg-Pedersen, Sophie Erlund, Cordula Vesper, Daniel Massey, Joe Dumit, Helene Nymann, Katrin Heimann, Peter Dalsgaard, Amos Blanton, Linea Dalsgaard. Tra i partecipanti si trovano altrettanti personaggi autorevoli della sfera artistica e scientifica, come Tomàs Saraceno, Vittorio Loreto, Ivana Franke, Wilhelm Krull (per citarne solo alcuni) e un gran numero di assistenti di ricerca e studenti. In conclusione, possiamo definirlo uno scambio aperto e condiviso dove i risultati vengono poi messi a disposizione di ricercatori, artisti, istituzioni culturali e al pubblico.

-Valentina Muzi 

https://www.weused.to/?id=147&fbclid=IwAR2wR1iDYgEodMwx_pWBomD-k83JE2H-30cgxOe_iJs1NK8Zf3e2v9xcZqg

https://www.eer.info/

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Valentina Muzi
Valentina Muzi (Roma, 1991) è diplomata in lingue presso il liceo G.V. Catullo, matura esperienze all’estero e si specializza in lingua francese e spagnola con corsi di approfondimento DELF e DELE. La passione per l’arte l’ha portata a iscriversi alla Facoltà di Studi Storico-Artistici dell’Università di Roma La Sapienza, laureandosi in Storia dell’Arte Contemporanea e svolgendo il tirocinio formativo presso il MLAC - Museo e Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Ateneo, parallelamente ha frequentato un Executive Master in Management dei Beni Culturali presso la Business School del Sole24Ore di Roma. Dal 2016 svolge attività di PR, traduzione di cataloghi, stesura di testi critici e curatela indipendente. Dal 2017 svolge l’attività di giornalista di taglio critico e finanziario per riviste di settore. Attualmente è membro del Board Strategico presso l’Associazione culturale Arteprima noprofit, nella stessa ha svolto il ruolo di Social Media Manager ed è Responsabile organizzativa della piattaforma Arteprima Academy.