Gianfranco Maraniello lascia AMACI: l’intervista e l’analisi sul futuro dei musei

Come saranno i musei del futuro? Pubblico, territoriale ed innovativo. Ne parliamo con il presidente uscente di AMACI Gianfranco Maraniello, mentre sta per cominciare la Fase 2…

Gianfranco Maraniello. Photo Jacopo Salvi
Gianfranco Maraniello. Photo Jacopo Salvi

Presidente: riapriamo?
Intanto comincio col dirti che sono Presidente uscente di AMACI. Ho da poco mandato una lettera di dimissioni. Come sai a fine maggio scade il mio mandato al Mart. Sarebbe stato paradossale per me mantenere la carica ad AMACI e mi è sembrato più lineare e trasparente dimettermi per non creare ambiguità.

Il 18 maggio è stata individuata come data simbolo della Fase 2. Quale è il panorama che state tracciando tra gli associati AMACI?
Questo difficilissimo momento che stiamo vivendo ci ha messo però nelle condizioni di ricominciare a parlare del ruolo dei musei, aldilà dei modelli precedenti che rendevano più faticoso un dibattito sul senso più autentico di queste istituzioni, sulle domande più profonde che ci dobbiamo porre. Sostenibilità, turismo, audience, volano erano le parole chiave di un discorso che generava poi una sorta di autocensura negli operatori stessi: se non condividevi questi valori eri un po’ bastian contrario, o snob o stavi boicottando un sistema di valori. Oggi, anche come AMACI, stiamo delineando nuove tassonomie e nuovi modi di raccontare il mondo dei musei, oltre i concetti ormai inattuali di visitatori e bigliettazione.

Il Mart di Rovereto - foto di Jacopo Salvi
Il Mart di Rovereto – foto di Jacopo Salvi

Dopo anni di slogan come “la cultura che fattura”, la “cultura deve autosostenersi” sta emergendo in questi giorni un po’ timidamente un ritorno al ruolo pubblico dei musei…
Questa nuova condizione ci forza ad escludere la logica dei grandi numeri e delle grandi mostre. D’altra parte i musei che non hanno avuto i visitatori hanno perso il loro senso? No. Sono stati restituiti ai valori principali e alle domande principali. Nel corso dell’ultimo decennio, ricorderai, i grandi quotidiani pubblicavano le classifiche dei musei più visitati. Tutto questo ha portato ad un indebolimento del nostro settore e della critica. Abbiamo assistito ad una logica che legittimava i luoghi in virtù dei grandi numeri. Un appiattimento frutto di un concorso di colpa tra musei, politica e comunicazione su questi temi. 

Torniamo alla Fase 2…
Non sono preoccupato dall’urgenza di aprire i luoghi. Bisogna saperlo fare. Penso però che vada ripensata l’idea dell’accessibilità. Non va predeterminata la tipologia di fruizione del museo attraverso i valori di entertainment e di volano del turismo: Le ricadute ci possono essere ma non è questo l’ordine di priorità.

Qual è lo scenario?
Abbiamo lavorato molto in questi giorni, con diversi incontri informali a distanza, per la necessità di rincorrere in tempo reale i molteplici sviluppi. Da una parte ci sono dei minimi comuni denominatori rispetto alle regole, alle questioni di sicurezza. Però i musei hanno bisogno di essere calati negli specifici contesti territoriali e nelle comunità di cui fanno parte.

Sta quindi emergendo una mappa delle specificità territoriali nel rapporto tra Musei e territori?
Certo, i musei nascono in diversi contesti territoriali pertanto hanno natura e modalità di gestione differenti, ma proprio per questo hanno oggi l’opportunità di dare vita a soluzioni meno omologate e standardizzate. Penso al MAMbo o a Rivoli con lo slow museum o il tentativo del Macro di Luca Lo Pinto. Ma anche per esempio al progetto che stiamo portando avanti con il Mart di far fuoriuscire il museo all’aperto (anche grazie alla stupenda architettura di Mario Botta), in concordanza con l’Università e con i soggetti culturali che operano nel territorio (Artribune ne aveva già parlato qui, ndr) e che in questo momento mi sembra ancora più attuale. È ad ogni modo emersa una mappa delle differenze: siamo tutti ritornati ai luoghi dopo decenni di retorica della globalizzazione e di un cosmopolitismo standardizzato del “visitatore viaggiatore”. Oggi ci stiamo confrontando con la stanzialità e con l’immaginario. Il museo deve avere un valore anche per chi non lo frequenta e questo significa uscire da un discorso numerico per produrre valore.

La nuova identity del Macro
La nuova identity del Macro

Quindi a tuo parere come cambierà il rapporto tra visitatore e museo?
Non ci deve essere un modello. Bisogna capire le specificità di ogni luogo, di quel museo. Non esiste “il Museo” e questa sarà la cosa più interessante. Pensare ad una ricetta significherebbe assumere una posizione ideologica e andrebbe a pregiudicare le mille soluzioni innovative possibili anche a livello di management. Si è veramente creata una breccia rispetto a qualsiasi retorica dominante. E bisogna navigarci. Oggi c’è l’opportunità di avere dei pensieri lineari, ma anche quella di abbandonarsi a proposte più radicali. Insomma, di operare una revisione dell’idea del Museo di arte contemporanea.

Il 13 maggio è stato presentato il decreto rilancio. Quali sono le tue impressioni? Quali sono le vostre aspettative per il prossimo futuro?
Il decreto è di fresca uscita e dobbiamo tutti approfondire meglio. Ciò che mi sembra chiaro è che stia tamponando dei rischi importanti. Penso ad esempio a mantenere gli impegni già assunti… Sta lavorando nella logica di mantenere un sistema ma non ancora nell’innovazione. Per molti versi però è comprensibile. È chiaro che poi all’interno delle necessità operative nascono delle conseguenze impreviste. E i beni culturali non faranno eccezione.

AMACI cosa può fare?
Io penso che debba essere ripensato il rapporto tra AMACI e la nuova Direzione Generale Creatività al MIBACT, coordinata da Margherita Guccione. Sarà l’interlocutore principale per una associazione come la nostra e direi che questo è un ottimo auspicio. Ma già nel corso degli anni abbiamo lavorato molto bene ad esempio con la Farnesina, addirittura costruendo un ruolo per l’arte contemporanea di cooperazione e diplomazia. Da questo punto di vista lo scenario è totalmente cambiato nel corso degli anni ed è foriero di molteplici opportunità. Oggi i funzionari nei ministeri sono molto preparati, non c’è bisogno che arrivino i curatori a sollecitare una sensibilità diversa. Il contemporaneo non è più un tema da portare all’attenzione.

La domanda è di rito: manca poco allo scadere del tuo mandato al Mart: vuoi fare un bilancio?
Il bilancio lo farò l’ultimo giorno. Ci sono ancora tante cose da definire. A partire dal fatto che adesso siamo in una fase critica: siamo sempre in riunione per definire criteri e progettualità per la ripartenza…. 

Santa Nastro

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.