Quando la paura dell’ignoto avanza e siamo costretti tra le mura domestiche, anche una piccola sorgente luminosa può diventare un’aurora boreale, un’opera d’arte si trasforma in un microcosmo e ci permette di intraprendere un nuovo viaggio, oltre le colonne d’Ercole dell’inibizione.

Sono sempre stato affascinato da come la natura scelga alcune direzioni rispetto ad altre quando qualcosa accade. Una scelta nella quale ogni cosa partecipa e dove ogni elemento crea un’interferenza, rinunciando alla propria individualità per costruire un’entità collettiva“.
José Angelino

Vincolati a rimanere nelle nostre abitazioni da una situazione d’emergenza “da guerra”, c’è chi recupera il tempo perduto leggendo, scrivendo, dedicandosi alla cura del corpo e della mente, chi cucina, chi si distrae con la serie televisiva preferita. Ciononostante la segregazione ci coglie impreparati.
Servono il sole, il vento tra i capelli, il panorama che cambia intorno, gli stimoli che si susseguono e si appellano all’indomita curiosità dell’uomo. Il pianeta al contrario sembra approfittare del nostro stand by forzato per riprendere a respirare. La natura si risveglia, le magnolie e i ciliegi sono in fiore, il quartiere della Garbatella a Roma risplende nei giardini dei suoi lotti poco dopo aver festeggiato il suo centenario.
C’è chi ci lascia per sempre, muore per un male che i complottisti credono sia stato inventato in laboratorio e che scaturito dal fenomeno dello spillover. La nostra visione è limitata, offuscata, ottusa, eppure cerchiamo di rimanere svegli e ricettivi nella parziale incomprensione dei fatti.

DA MERLEAU-PONTY A LUCA DI LUZIO

Non si può prescindere dall’ambiente. Nella Fenomenologia della percezione, Merleau-Ponty sostiene che il mondo esista indipendentemente dall’uomo, ma che sia l’uomo stesso, con un atto di coscienza, a dare senso e concretezza alla realtà; il corpo, soggetto e organo percettivo, esplora l’oggetto e allo stesso tempo lo plasma, attraverso il suo legame trascendente con l’anima del mondo.
Questo assunto filosofico, dopo essere stato adottato da Cézanne e da innumerevoli artisti, diventa il cardine dell’opera Atlas Ego Imago Mundi dell’artista romano Luca Di Luzio, classe 1986. Partendo dal proprio corpo, Di Luzio ha reso l’impronta origine e focus proliferante di nuovi territori. Lascia sul foglio le tracce risultanti dalla pressione del polso, del gomito, delle spalle, della pancia e di ogni altra componente, cosparsa di colore, della sua struttura corporea. La macchia viene poi circoscritta e sagomata con lo scrupoloso lavoro del pennino. Si consolida così una cartografia, un atlante che dall’investigazione anatomica di superficie assume il carattere e l’identità di una raccolta geografica di terre vergini. Il corpo da medium per la percezione sensoriale si prodiga nella generazione di isole, arcipelaghi, oceani e continenti di un mondo ancora da scoprire e amare, colonizzare e conquistare. L’Uomo vitruviano, misura di tutte le cose e microcosmo perfetto, ha in nuce la potenza e l’atto creativo, la capacità maieutica di dare prospettiva e corpo all’idea. L’Antropografia dell’artista ha il sapore del viaggio, il brivido adrenalinico di Marco Polo all’approdo verso angoli remoti delle terre emerse.

José Angelino, Swing, 2015. Courtesy Galleria Alessandra Bonomo
José Angelino, Swing, 2015. Courtesy Galleria Alessandra Bonomo

LE OPERE DI JOSÉ ANGELINO

Relegati nella nostra abitazione, siamo costretti a trovare altre strade per sfogare la nostra fantasia, impugniamo le armi a disposizione: pagine scritte, profumo di libri e aroma di caffè. Lo schermo dello smartphone diventa una finestra sul mondo ma rischia di appiattire, ridurre la realtà a una sola dimensione. Le piattaforme virtuali non riescono a restituire la bellezza dell’immagine a 360 gradi, pur essendo l’immagine stessa una proiezione mentale, un’estrapolazione-configurazione di ciò che vediamo esternamente o sentiamo internamente. Cerchiamo delle integrazioni visive e mentali per spingere il pensiero lontano dalla nostra stanza, persino le scarpe ci vanno strette, addomesticando il nostro inarrestabile senso dell’avventura. Ecco che emerge la paura, il timore di rimanere fermi, asfissiati, seppur in una gabbia d’oro. Tuttavia, grazie a quella paura, quella sensazione di perdita della nostra libertà personale, apprezziamo ciò che il Covid-19 ci sta togliendo: respirare la strada a pieni polmoni, nutrirci dell’altro a prescindere da nazionalità e provenienza.
Ci troviamo a guardare, voracemente, le opere luminose di José Angelino. La loro leggerezza, l’azzurro etereo della retta, potenzialmente infinita, nella quale guadagnano espressione. Aurora boreale in vitro, risultato di una fascinazione, un’interrogazione continua sulla natura e i suoi misteri, sono potenti in quanto capaci di stimolare, travolgere lo sguardo, simulare lo stupore dell’uomo dinanzi all’immensamente grande e all’immensamente piccolo. I neon di Angelino sono microcosmi di luce che stregano, ipnotizzano in un’intuizione di bellezza.
L’interferenza nelle opere di José Angelino enfatizza come l’individualità del singolo vada riformulata in funzione di una convivenza con l’altro. In Italia, in questo particolare momento, le persone stanno rinunciando alla piena libertà per salvaguardare se stesse e la comunità, non diffondere il contagio.
Nell’installazione Mosquitos, concepita per la mostra Sometimes it leaps forth che ha aperto ad Anversa nello spazio indipendente SEEN, prima della diffusione del virus, un piccolo magnete è in trappola in una campana di vetro ‒ The Bell Jar di Sylvia Plath ‒ ma si ribella, danza seguendo il suo campo elettromagnetico quasi a voler fiaccare e disintegrare quella parete. Il ronzio della calamita, preda di queste convulsioni vitali, ricorda il battito d’ali di un moscerino, rimasto bloccato nel barattolo delle conserve.

Claire Fontaine, Please God Make Tomorrow Better, 2008. Courtesy of the artist & T293
Claire Fontaine, Please God Make Tomorrow Better, 2008. Courtesy of the artist & T293

ARTE VERSUS PAURA

Claire Fontaine in Please God Make Tomorrow Better del 2008, come Martin Creed in Everything is going to be all right, installata nel 2006 sul cornicione del palazzo dell’Arengario per iniziativa della Fondazione Nicola Trussardi e ancora prima nel 1999 all’interno della Tate Modern, lanciano messaggi di rivendicazione, rivalsa, speranza che rimbalzano sulle pagine social, sui profili degli art addicted e degli art influencer, non risolvendosi in un gioco telefonico dove si perde man mano di definizione e vigore ma con l’urgenza della parola incisa, scritta col fuoco.
Un grido, una supplica, una richiesta di ascolto. Il mondo della cultura e dell’arte sono uniti per sconfiggere l’invisibile, attraverso il rispetto e l’impegno nella condivisione online delle pregiate collezioni di musei e biblioteche. L’arte si rivela, ancora una volta, non semplice intrattenimento, ma prolungamento del nostro stesso essere, afferma il desiderio di esprimere idee, alimentare dibattiti e considerazioni, manifestare pensieri a briglia sciolta.
La nostra congiura contro il male è un appello alla bellezza, affinché sia viva, accecante, indistruttibile. Un elogio al corpo e alla mente, alla nostra sete di conoscenza.

Giorgia Basili

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AutoriJosè Angelino, Luca di Luzio, Martin Creed, Claire Fontaine
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Giorgia Basili
Giorgia Basili (Roma, 1992) è laureata in Scienze dei Beni Culturali con una tesi sulla Satira della Pittura di Salvator Rosa, che si snoda su un triplice interesse: letterario, artistico e iconologico. Si è spe-cializzata in Storia dell'Arte alla Sapienza con una tesi di Critica d'arte sul cinema di Pier Paolo Pasolini, letto attraverso la lente warburghiana della Pathosformel. Collabora con diverse riviste di settore prediligendo tematiche quali l’arte urbana e il teatro, la cultu-ra e l’arte contemporanea nelle sue molteplici sfaccettature e derive mediali. Affascinata dall’innesto del visivo con la letteratura, di tea-tro e mitologia, si dedica alla scrittura di poesie per esprimere la propria sensibilità e il proprio pensiero estetico-critico su ciò che la circonda.