ArcoMadrid 2020. Top & flop dell’ultima artweek nella capitale spagnola

Mentre l’Europa si ferma a causa del Coronavirus, Madrid fa i conti sulla ultima artweek appena conclusasi giusto in tempo prima del contagio che ha iniziato a crescere pure in Spagna. Abbiamo stilato, come di consueto, la nostra lista dei top & flop.

Non è stata una settimana dell’arte effervescente, quella di ArcoMadrid (e lo abbiamo scritto anche qui), ma in compenso ha fatto recuperare, quanto meno ai visitatori italiani “art-trotter”, un po’ di normalità. E mentre da tutto il mondo cominciano ad arrivare annunci di chiusure o di eventuali rinvii delle manifestazioni biennalesche e fieristiche, Artribune come vi consueto stila l’elenco delle cose che ci hanno convinto di più e quelle che gettiamo dalla torre.

1. TOP – SALA VIP DI ARCO, UN GRANDE AFFRESCO DAI TONI CALDI

Sala Vip Arco Madrid 2020

Quest’anno la Sala Vip di ArcoMadrid è davvero piaciuta a tutti per stile, confort ed atmosfera. Merito dell’esplosiva creatività di Teresa Sapey, architetto italiano che vive e lavora da oltre vent’anni a Madrid, che ha firmato il progetto insieme con il collega spagnolo Rafael Robledo, utilizzando mobili ed arredi provenienti da RED, rete di imprese del design spagnolo, con la consulenza di Marisa Santamaria che la dirige. Un’enorme gradinata tappezzata con stoffe dai colori caldi (ispirati forse all’opera di Rothko del Guggenheim di Bilbao) invita il pubblico a salire e sedersi solo per il gusto di osservare ed essere osservati. “E’ come entrare in un’opera d’arte – spiega l’architetto Sapey – dove la gamma dei colori solari, dal giallo al rosso, che virano poi al viola del tramonto e all’azzurro del cielo nella zona del bar, sono una ventata di allegria e invitano a rilassarsi”. Semplici e raffinati anche gli arredi, in nuance con l’ambiente circostante. Le pareti monocromatiche a tinte forti in acrilico hanno dato un tocco contemporaneo alla zona ristorante, davvero coloratissima tra i tavoli.

 

2. TOP – ATTO PRIMO DELLA SANDRETTO RE REBAUDENGO MADRID

Sandretto press

Gli Emissaries di Ian Cheng e il curator Hans Ulrich Obrist hanno tenuto a battesimo il primo atto ufficiale della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Madrid. Malgrado ancora priva di una sede stabile nella capitale spagnola, la fondazione presieduta da Patrizia Sandretto ha riunito tutto il bel mondo dell’arte internazionale nella sconosciuta quanto affascinante sede della Fondazione Fernando de Castro, a Chueca. L’interessante incontro-intervista fra il giovane americano, esponente di spicco dell’arte nell’era digitale, e l’illustre curator svizzero ha tracciato le linee dell’estetica di domani. Ma è stato anche l’evento mondano più affollato della Madrid artweek, che ha attirato collezionisti e galleristi, artisti, critici e direttori di grandi musei. Fino al 21 marzo è aperta al pubblico la mostra di Ian Cheng a Madrid: il trittico di video su grande schermo, realizzati con un sofisticato programma grafico e di intelligenza artificiale in coproduzione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dialoga magicamente con le architetture e gli arredi dell’antico palazzo.

3. TOP – AL THYSSEN JOAN JONAS DANZA CON I PESCI

Joan Jonas, Moving Off the Land, 2016-17. Performance con María Huld Markan al Sequences art festival, Reykjavík 2017. Courtesy the artist & Gavin Brown’s Enterprise, New York-Roma. Photo Elísabet Davíðsdóttir

Il bello della Madrid Artweek è anche la presenza in città di grandi nomi dell’arte internazionale, con un’offerta di progetti espositivi provenienti da distinte parti del mondo. Molti conoscono già Joan Jonas: è una celebre performer statunitense che, nonostante i capelli bianchi e l’andatura senile, conserva l’incanto e il candore di una fanciulla. E proprio con un gruppo di ragazzini ha realizzato il progetto Moving Off the Land II, dedicato alle meraviglie del mare e al mondo dei pesci. L’impegno ambientalista è ovviamente sotteso alle tante immagini in movimento e agli oggetti attraverso i quali l’artista racconta le storie che emergono letteralmente dal mare. E’ riduttivo descrivere l’opera di Joan Jonas come una forma di videoarte: contiene scienza, letteratura, disegno, performance ma soprattutto tanta poesia. Grazie dunque alla TBA21, la fondazione per l’arte contemporanea di Francesca Thyssen (che realizza ogni anno due progetti espositivi al Museo Thyssen) per permettere, a chi non la conosca ancora, di immergersi nel fantastico mondo marino di Joan Jonas.

4. TOP – STORIA DELL’ARTE CILENA IN UNA COLLEZIONE PRIVATA

ALTA GRAN SUR ARTE CONTEMPORÁNEO ALCALA Foto Guillermo Gumiel

La Spagna, e soprattutto la sua capitale, si conferma sempre più come la porta d’Europa verso il Sudamerica, almeno culturalmente parlando. Da tempo ArcoMadrid incentiva la promozione dell’arte e degli artisti latinoamericani, non solo attraverso i Paesi invitati come Colombia, Argentina e Perù, ma anche con progetti extra-fiera che coinvolgono facoltosi imprenditori sudamericani, molti dei quali sono appassionati collezionisti d’arte del nostro tempo (e del loro Paese d’origine) e hanno scelto la capitale spagnola come seconda casa. La creatività cilena degli ultimi quarant’anni è ben condensata nella mostra  Gran Sur, alla Sala Alcalá 31, sede dell’Assessorato alla Cultura della Comunità di Madrid. Sono esposte fino al 26 di aprile una novantina di opere che Claudio Engel, filantropo e imprenditore dalle idee politiche illuminate, ha acquistato insieme ai suoi figli negli ultimi anni. Realizzate da 37 artisti di diverse generazioni, hanno tutte in generale una marcata connotazione politica e raccontano la storia di un Paese fortemente provato dalla dittatura. Un Paese lontano da noi che, oggi come ieri, fa fatica a trovare uno sviluppo adeguato anche in seno alla democrazia. C’è di tutto, dalla fotografia al video, dall’installazione alla pittura: forse la più completa mostra d’arte cilena vista fuori dal Cile. Senza dubbio un’interessante scoperta.

5. TOP – FATA MORGANA, LA MIGRAZIONE ALL’AMBASCIATA D’ITALIA

Alessia Rollo

Alessia Rollo (Lecce, 1982) è una giovane fotografa pugliese. Il suo legame con Madrid risale agli studi, ma con il progetto Fata Morgana proprio a Madrid si è aggiudicata l’anno scorso la terza edizione di Fotocanal, premio concesso dalla Comunidad con la pubblicazione di un libro fotografico. Merita di essere segnalato il garbo e la profondità con la quale la fotografa pugliese affronta un tema contemporaneo quanto spinoso come l’immigrazione clandestina. Peccato che l’installazione site specific nella cappella dell’Ambasciata d’Italia, nel Palazzo de Amboage, sia stata esposta al pubblico solo per tre giorni, durante Arco. Il grande trittico su drappi di  leggera seta stampata, con l’immagine di una spiaggia piena di angurie sventrate, è un muto testimone degli sbarchi clandestini sulle nostre coste; belle anche le poche ma allusive foto che lo completano. Fata Morgana (titolo del progetto fotografico, iniziato nel 2015) è il miraggio che, nelle giornate limpide, permette di intravedere dalle coste del Salento le montagne dell’Albania; o, metaforicamente, l’immagine falsata che troppo spesso gli emigranti stranieri hanno dell’Italia, un Paese che li sfrutta ed emargina. Con un linguaggio che oscilla fra il foto-giornalismo e il simbolismo quasi onirico, Alessia fotografa la realtà come fosse un miraggio, insinuando il dubbio in chi la osserva.

6. FLOP – LA COMPLESSITÀ DI “IT’S JUST A MATTER OF TIME”

Opera di Feliz Gonzalez Torres

Al posto del Paese invitato, ArcoMadrid 2020 ha presentato una sezione a tema dedicata alla figura e all’opera di Felix Gonzalez-Torres (1957-1996), curata dall’uruguayano Alejandro Cesarco y Mason Laever-Yap. Al grande pubblico, però, l’artista cubano che visse e morì di Aids negli Stati Uniti, in piena temperie da orgoglio gay, non è un personaggio così noto. Per questo non ci è sembrato cosi evidente la relazione fra il lavoro dell’artista cubano con le opere multigenerazionali, complesse e diversissime fra loro selezionate dai curatori per la sezione speciale in fiera, con la partecipazione di tredici gallerie tra le quali anche la torinese di Franco Noero. Vale sempre la pena fare uno sforzo per imparare qualcosa di nuovo: come accostarsi alle opere di Pepe Spaliu (artista gay spagnolo, anch’egli morto di Aids negli anni Novanta e celebre per le sue performance rivendicative); leggere tra le righe del provocatorio collage “Inferno” del danese Henrik Olesen; conoscere il percorso performativo dei posacenere rubati dalla brasiliana Jac Leirner, divertirsi davanti agli spezzoni del curioso film erotico a la carte di Maria Eichhorn o le romantiche Rose Rose Rose, scritta a grandi lettere di metallo rosso prese da vecchie insegne urbane di Jack Persons, amico di Felix.  Eppure E’ solo questione di tempo – dal titolo dell’opera che Gonzalez-Torres aveva esposto per le strade di New York con i caratteri gotici dei Nazisti, e che durante la fiera è tornata a invadere le strade di Madrid nella traduzione spagnola – non ci ha convinto. L’eccesso di intellettualismo e di pezzi d’arte fortemente concettuale ha tenuto lontano il pubblico in fiera da una zona del padiglione sette peraltro poco caratterizzata anche dal punto di vista dell’allestimento architettonico.

7. FLOP – LE SEZIONI CURATE

Sezione curatoriale Arco 2020

Come abbiamo visto, la fiera in generale non era particolarmente entusiasmante quest’anno. Un po’ di noia, un po’ di paura, un po’ di attendismo, un po’ di secondo mercato e tante tante opere spagnole per un mood un pelo provinciale. Ci si può rifare gli occhi con le piccole sezioni-chicca, quelle aree dotate di titolo e curatore che potrebbero rialzare il livello. E invece no. Anche lì quest’anno abbiamo trovato un po’ di delusione, con sezioni fatte oggettivamente a tirar via.

8. FLOP – GLI ORARI DELL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA

Federico Solmi, Istituto Italiano di Cultura, Madrid

Come ogni anno l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid nella sua magniloquente sede di Calle Mayor propone, inaugurandole nella settimana di Arco, delle belle mostre. Quest’anno era la volta del grande fotografo Guido Guidi. Già, peccato che dopo l’inaugurazione la mostra chiuda. Va bene nel resto delle settimane (anzi no, non va bene), ma possibile anche che durante l’art week di Arco si debba tener tutto chiuso il sabato e la domenica? Eppure gli orari del nostro Istituto sono proprio questi qui: quando la gente finalmente può andare a vedere le mostre perché libera da impegni lavorativi o scolastici, le mostre restano chiuse. Geniale no!?

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