Il marmo di Michelangelo incontra l’arte africana. La mostra di Massimiliano Pelletti a Catanzaro

MARCA, Catanzaro ‒ fino al 30 aprile 2020. La Galleria Barbara Paci di Pietrasanta porta al MARCA la personale dello scultore Massimiliano Pelletti. Dove l’abilità tecnica si sposa con una curiosità estesa ben oltre l’Europa.

Massimiliano Pelletti, Green Venus, 2018. Courtesy Galleria Barbara Paci, Pietrasanta & the artist. Photo credits Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Green Venus, 2018. Courtesy Galleria Barbara Paci, Pietrasanta & the artist. Photo credits Nicola Gnesi

Nel cuore di Catanzaro si nasconde un tesoro che vale la pena scoprire. Fino al 30 aprile sarà possibile visitare Looking forward to the past, personale dello scultore Massimiliano Pelletti al MARCA. Circa trenta le opere esposte, molte delle quali realizzate appositamente per il museo.
Massimiliano Pelletti nasce nel 1975 a Pietrasanta, capitale storico-artistica della Versilia, animata dalla tradizione della lavorazione del marmo, lo stesso marmo scelto da Michelangelo per la realizzazione della facciata di San Lorenzo a Firenze e utilizzato per il restauro della Pietà dopo il brutale atto vandalico del 1972 – restauro al quale il nonno di Pelletti, anch’egli scultore, partecipò.
Nelle opere di Pelletti ‒ che nel suo lavoro si relaziona con materiali disparati, dal marmo all’onice all’alabastro ‒ l’interesse per il classico costituisce un filo rosso, ma non come semplice virtuosismo tecnico mirato all’imitazione della forma, bensì come reinterpretazione del pensiero classico in forme diverse adattate al contemporaneo. Un classico-contemporaneo che rimane coerente anche nell’incontro con l’arte africana, ultima contaminazione dell’artista, presentata per la prima volta proprio in Looking forward to the past. Ad affascinare Pelletti è la dimensione “rituale, quasi liturgica, delle sculture africane, in cui” ‒ afferma ‒ “ritrovo la stessa ieraticità della scultura ellenistica e la dimensione totemica dell’arte dei pellerossa americani”. Quasi un interesse antropologico quindi, uno studio delle civiltà e – come direbbe Aby Warburg – di un pathosformel primitivo e ancestrale che scorre sotto la pelle di tutti i popoli. Una mostra incredibile, che riporta in auge una dimensione del fare manuale e artistico ormai desueta, dal momento che l’artista – può sembrare scontato ma non lo è affatto – realizza personalmente tutte le opere, seguendo il tempo della creazione, un tempo lento che spesso oggi non sappiamo più capire.

Massimiliano Pelletti, Gold Fly, 2016. Courtesy Galleria Barbara Paci, Pietrasanta & the artist. Photo credits Nicola Gnesi
Massimiliano Pelletti, Gold Fly, 2016. Courtesy Galleria Barbara Paci, Pietrasanta & the artist. Photo credits Nicola Gnesi

LA MOSTRA A CATANZARO

Ciò che emerge in maniera dirompente dalle opere di Pelletti è l’empatia dell’artista nei confronti della materia che compone le sue opere: non si impone, ma cerca di instaurare con essa un rapporto amichevole, di rispetto reciproco, lasciando intatti i difetti, le venature, i vuoti, le forme. Il rispetto e la fiducia donati al materiale sono talmente forti che è come se la pietra inanimata diventasse un essere senziente. Questo libera il processo creativo dalla violenza implicita nell’imposizione della volontà dell’artista sulla materia, trasformandolo in ascolto, cura. In questo modo la pietra prende parte al processo che da materia la rende opera d’arte. L’artista non è più solo.
Il bello delle opere di Pelletti è che è il difetto a permettere il raggiungimento della perfezione, anzi di una nuova perfezione imperfetta. E così nascono opere come Metamorphosis, una trionfante Venere che emerge da una catasta di legni e travi sulla quale sono adagiate varie teste di statue greche seguendo uno schema strutturale che rende il paragone con la Venere degli Stracci immediato. Ma in questo caso il marmo con il quale viene realizzata l’opera presenta una moltitudine di piccoli fori naturali che non vengono celati o dissimulati, anzi, sono riabilitati, sottolineati, diventano portanti. E trovandoci di fronte al corpo di una donna di marmo, emblema della bellezza, può scattare un paragone con la filosofia body positive femminista, perché come tutti i corpi umani sono belli proprio grazie alle smagliature e alle proprie imperfezioni, anche ogni blocco di marmo, in quanto elemento naturale, conserva la perfezione nelle sue venature irregolari, nei suoi fori, nelle sue crepe. Nel solco della riflessione sulla perfezione classica adattata al contemporaneo arriviamo a capire che la bellezza oggi è questo: la bellezza è verità.

Laura Cocciolillo

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Laura Cocciolillo
Laura Cocciolillo, classe 1997, laureanda in Studi Storico-Artistici presso la Sapienza di Roma, inizia il suo percorso nel 2016 come caporedattrice della sezione cultura per “Scomodo”, mensile cartaceo di informazione indipendente che nasceva quell’anno, occupandosi in particolare d’arte contemporanea. Si avvicina alla curatela nel 2017 allestendo lo spazio dell’Ex Mattatoio a Roma per la mostra “Orfico n°1”.