Bianca Attolico la leonessa. Il ricordo di Ludovico Pratesi

Il critico d’arte ricorda la collezionista recentemente scomparsa, attraverso aneddoti che restituiscono di Bianca Attolico il ritratto di una donna appassionata e di temperamento

Inaugurazione Tirelli-Becher (foto Villa Massimo-AlbertoNovelli)
Inaugurazione Tirelli-Becher (foto Villa Massimo-AlbertoNovelli)

Curiosa, istintiva, tenace. Bianca percorreva il mondo dell’arte romano come una fiera a caccia di prede, una leonessa pronta a ghermire l’opera del giovane artista più promettente, e raramente sbagliava. Appena individuata, cominciava un corteggiamento guardingo con il gallerista, sulla qualità del lavoro prima e sul suo valore di mercato poi. Figlia di collezionisti, nata tra le opere della Scuola Romana acquistate dal padre (Ziveri, Mafai, Guidi, Pirandello e altri), aveva un fiuto straordinario per individuare non solo gli artisti, ma le opere, riunite nel suo elegante e confortevole appartamento ai Parioli. Alle pareti sfilavano intere generazioni di artisti, scelti da Bianca con grande convinzione: i primi lavori del gruppo di San Lorenzo, tra cui un Domenico Bianchi del quale andava particolarmente fiera, ed una intensa scultura in gesso di Nunzio, che mi prestò per una mostra al Macro con qualche reticenza. Le opere dei maestri storici: una Doublure di Giulio Paolini, una rara tela di Jannis Kounellis, un Kosuth storico, un dittico di Gino De Dominicis. Di ognuna sapeva raccontarti la storia dell’acquisto, spesso rocambolesca e complicata, ma comunque interessante.

BIANCA ATTOLICO RICORDATA DA LUDOVICO PRATESI

Molti anni fa ci trovammo insieme ad un’asta per sostenere la candidatura a sindaco di Francesco Rutelli, e Bianca si portò a casa una testina in ceramica di Mimmo Paladino per una cifra irrisoria, felice di poter aggiungere un altro elemento alla collezione, cresciuta molto tra gli anni Ottanta e Novanta, con acquisti sempre mirati. Allora Bianca faceva parte della scena romana in maniera attiva e costante: non perdeva un’inaugurazione, spesso anticipandone l’orario per essere sicura di poter scegliere l’opera che la convinceva. Arrivava prima di tutti, osservava con cura la mostra, si avvicinava al gallerista e iniziava la trattativa, quasi sempre vincente. Tutti la conoscevano, e sapevano apprezzare le sue battute mordaci, i suoi giudizi definitivi, la sua passione per l’arte emergente, tanto da essere soprannominata “la Peggy Guggenheim dei Parioli”.

BIANCA ATTOLICO LA COLLEZIONISTA

Collezionista di antica razza, non le sfuggiva nulla: ricordo che alla fine degli anni Novanta avevo aperto una piccola rubrica sul collezionismo sulla rivista Artel, quindicinale d’arte spedito via fax. Un giorno la rivista pubblicò un articolo di Armando Porcari, collezionista allora semisconosciuto, e alle nove di mattina mi telefona Bianca: “Ma chi è questo Porcari? Lo voglio conoscere!”. Più recentemente, all’asta di Wannenes a Palazzo Borghese, non battè ciglio davanti ad un’opera di Giorgio Andreotta Calò, entrata nella sua collezione nonostante la sua complessità. Ricordo la sua felicità durante la presentazione del libro sulla collezione, curato da Ester Coen e Francesca Romana Morelli, al Macro: mi aveva voluto sul podio insieme a Lia Rumma e Luca Cordero di Montezemolo, oltre alle autrici e a Bartolomeo Pietromarchi, allora direttore del museo romano. In quel pomeriggio del 25 novembre 2011 Bianca non stava più nella pelle, aveva una parola per tutti, piena di soddisfazione per poter condividere con gli amici quel momento di festa. Memorabili le sue cene, dove sapeva mescolare, da esperta padrona di casa, giovani artisti e curatori di grido, galleristi alle prime armi e mercanti di lungo corso. Amava suscitare discussioni, provocare dialoghi sagaci, mostrando sempre le preferenze per i suoi “protetti” senza filtri: era generosa, fedele, coraggiosa. Era cresciuta in quella Roma fiera e cinica, ma rispettosa della qualità e del piacere della “battuta”, regina delle conversazioni di un tempo. La Roma di Fellini e Flaiano, Calvino e Ginzurg, Pascali e De Dominicis, Palma Bucarelli e Giulio Carlo Argan, dove l’esercizio della parola era una dimostrazione di intelligenza. Grazie Bianca per aver sempre tenuto acceso il lume dell’amicizia e per essere con noi ieri, oggi e sempre. Non è possibile dimenticarti, né ora né mai.

– Ludovico Pratesi

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