Quando criticare diventa controproducente. La scultura su Salvini-killer di Scuotto a Napoli

L’intento dell’artista-artigiano Salvatore Scuotto era ridicolizzare la politica da slogan della Lega con una parodia. Ma il rischio che si corre combattendo la banalità del male con le sue stesse armi è quello di incorrere in brutture artistiche (non comprese).

Salvatore Scuotto, La pacchia è finita!, Nabi Interior Design, Napoli
Salvatore Scuotto, La pacchia è finita!, Nabi Interior Design, Napoli

Espressione da gangster – ma anche un po’ da cretino – rosario in una mano, pistola extralarge tesa nell’altra. Così il leader della Lega Matteo Salvini, indossando una maglia verde con il numero 49 sopra (chiara allusione ai 49 milioni spariti nelle casse leghiste) viene raffigurato mentre spara a dei migranti zombie. Dall’arma da fuoco esce la scritta “Game Over”, non si sa se riferita al fenomeno dell’immigrazione o al suo stesso Governo. Con quest’opera, l’artista napoletano Salvatore Scuotto (Napoli, 1969) ha voluto rappresentare l’accanimento mediatico xenofobo condotto da Salvini e dalla sua fazione politica alla mostra Virginem=Partena, allestita presso la galleria Nabi Interior Design di Napoli. Una collettiva allestita in uno studio d’architettura, nella quale quattro artisti – MoraleS alias Salvatore Scuotto, Emanuele Scuotto, Marcello Silvestre e Pasquale Manzo – sono stati chiamati per rappresentare gli stilemi di Napoli e della sua cultura, da richiami politici a quelli religiosi, inserendoli in un contesto internazionale e dando prova di uno spirito partenopeo che non si astiene dal fare critica o ironia (nella galleria, tutte le immagini della mostra). Non a caso, la scultura di Scuotto si chiama La pacchia è finita!, uno dei tanti slogan nazional-popolari con cui da tempo Salvini, in perenne campagna elettorale, martella la testa degli italiani.

LA SCULTURA SU SALVINI E LA REAZIONE DEL LEADER LEGHISTA

Proprio questa conduzione politica di frasi fatte e banalità, slogan pubblicitari e propaganda non scevra da fake news, avrebbero ispirato l’artista e mosso la sua urgenza di dire “basta”, come ha spiegato a Il Mattino: “Quando ho iniziato a creare, Salvini era ancora ministro dell’Interno. Ho voluto rappresentarlo come un bambinone che gioca a un videogame popolato da fantasmi, come si vede dai dettagli della pistola che è intenzionalmente sproporzionata. Dico che il suo messaggio politico è infantile, come una costante PlayStation in cui bisogna individuare il nemico e abbatterlo”. Oltre alla denuncia, quindi, l’esplicito sbeffeggio. La replica del leader leghista, però, non è passata per il sottile: “Cosa non si fa per farsi un po’ di pubblicità, che squallore. La ‘scultura’ che mi raffigura mentre sparo agli immigrati è una vera schifezza, è istigazione all’odio e alla violenza, altro che arte. Non vedo l’ora di tornare a Napoli per ammirare i fantastici Presepi tradizionali, non queste porcherie“, ha scritto sulla propria pagina Facebook. Arte presepiale di cui, peraltro, Scuotto è portavoce, avendo fondato assieme al fratello Emanuele la bottega La Scarabattola, che collabora anche con il Giffoni Film Festival. La stessa pratica artigiana, folkloristica e goliardica, che ha guidato alla composizione dell’opera, ora al centro di dibattiti e polemiche.

LA SCULTURA SU SALVINI: CONTROCORRENTE O CONTROPRODUCENTE?

Che l’arte non possa esimersi dal prendere posizione sul tempo storico in cui vive – spesso rivelandone le zone d’ombra non ancora comprese – è un fatto assodato, oggi come ieri. Lo ha dimostrato, ad esempio, la 58.Biennale Arte di Venezia appena conclusa, che con la mostra May You Live in Interesting Times ha voluto restituire un’idea della complessità globale in siamo immersi (tra migrazioni di persone e di pensiero e muri ideologici e fisici), attraverso un racconto fatto di voci polifoniche e minoranze etniche e di genere. Nel panorama contemporaneo, la protesta è già insita in tutte le espressioni culturali che generano inclusione e pluralità di letture. Al contrario, rappresentazioni retoriche e semplicistiche rischiano di porgere il fianco ai propri persecutori, accrescendone il vittimismo e facendo pubblicità gratuita all’ego di colui il quale si voleva affossare. E, non da ultimo, si incombe nella conseguenza sine-qua-non di questi tempi, la spietata gogna mediatica da social, vanificando ogni buon proposito di partenza. Lì sì, i giudizi saranno davvero banali e semplicistici. Ma almeno gli artisti – o i presunti tali – non dovrebbero arrivarci da soli?

– Giulia Ronchi

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Ha collaborato con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne.