Vicino all’artista recentemente scomparso, il critico bolognese ricorda l’indipendenza e il coraggio di Eliseo Mattiacci.

Un altro colpo della malasorte mi sfiora da vicino. Scompare un amico come Eliseo Mattiacci, a me legato per tanti versi. Credo che il primo incontro con la sua opera avvenisse alla famosa mostra di Foligno del 1967, Lo spazio dell’immagine, da me visitata tra il dubbio e il consenso. Giusta era la parola d’ordine di invadere lo spazio, ma molti dei convocati lo facevano con mosse ancora improntate al da me sempre esecrato geometrismo di discendenza euclidea, riposto sull’angolo retto, e sul Minimalismo che ne era stato l’ultimo riflesso. Invece Eliseo se ne sottraeva coraggiosamente inalberando già quel suo tubo macroscopico inanellato nello spazio, con tanti punti a suo vantaggio. Certo, vi era l’accettazione del ricorso a materiali standard, di uso industriale, come le sbarre al neon di Dan Flavin, che però risultavano irrigidite in un coriaceo andamento orizzontale. Invece le circonvoluzioni flessuose di Mattiacci captavano già in pieno lo spirito dei nostri tempi, l’elettromagnetismo, l’elettronica, con i loro andamenti curvilinei. Del resto, proprio noi, negli Anni Trenta, avevamo avuto i primi riscontri di quel “nuovo stile” attraverso i magnifici disegni flessi e attorti di Lucio Fontana, poi audacemente da lui trasferiti nei tubi al neon. E il suo confratello Fausto Melotti inviava nell’etere suoni arcani, arpeggiando come con un’arpa birmana di nuovo conio.

INGRANDIRE LE PROVOCAZIONI

Eliseo è stato il magnifico erede di quei due nostri pionieri, con in più la sacrosanta intuizione che il suo compito, come protagonista della seconda metà del secolo, era di ingrandire le sottili provocazioni dei due apripista, di dare a esse uno sviluppo macroscopico, da gigante, da Gran Fabbro, quasi da forzuto Ciclope. Mi si potrà obiettare che però non gli furono ignoti neppure i tracciati rettilinei, come avvenne quando, nel favoloso sotterraneo gestito da Fabio Sargentini, a cavallo tra i due decenni, osava sedersi su un trattore per andare ad asfaltare un tratto di pavimento.

Ma si sa bene che le punte servono proprio per incamerare energia e per poi spararla nel vuoto, proprio per animare quello spazio da cui era partita tutta la carriera di Eliseo.

E del resto, quando poco dopo lo chiamai, d’accordo con Fabio Cavallucci, ad animare il grande parco di sculture all’aperto di Santa Sofia, nel forlivese, pure in quel caso mise in equilibrio su un pilastro una specie di binario di treno. Ma erano i giusti modi per convogliare quello che egli stesso, con un titolo più volte ripetuto, chiamava un “carro del sole”, un ingegnoso strumento per andare a piazzare un qualche enorme specchio concavo, capace di captare le radiazioni, solari, energetiche, cosmiche. In effetti il nostro Eliseo aveva molte frecce al suo arco, e dunque, oltre a valersi come di nodi, di intrecci spaziali, o di ampie conche risonanti, capaci di ricevere e di emettere onde radio, sapeva adottare anche una morfologia in apparenza contrastante, di aghi, di punte metalliche, pronte a stringersi a groviglio, a nido di vespa, ronzanti, provocanti. Ma si sa bene che le punte servono proprio per incamerare energia e per poi spararla nel vuoto, proprio per animare quello spazio da cui era partita tutta la carriera di Eliseo.

GLI INCONTRI

Tante altre sono state le occasioni di incontrarlo sul mio cammino, tra cui quella di dedicargli una mostra in occasione di un Premio Marche tenutosi ad Ancona, a poca distanza dal suo territorio d’origine. Mi è avvenuto poi di trasportare quella mostra a Parigi, al nostro Istituto italiano di cultura, attorno al 2000, quando era diretto dal mio amico e collega, e suo conterraneo, Paolo Fabbri. Ricordo ancora una magnifica cena che tutti assieme gli dedicammo in un locale famoso di Saint Germain, “L’assiette au beurre”. L’ultimo saluto gliel’ho dato quando pochi mesi fa le sue forme eteroclite, i suoi strumenti musicali, cosmici, balistici sono stati radunati a dominare il cielo di Firenze dall’alto della Fortezza del Belvedere.

Renato Barilli

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AutoreEliseo Mattiacci
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Renato Barilli
Renato Barilli, nato nel 1935, professore emerito presso l’Università di Bologna, ha svolto una lunga carriera insegnando Fenomenologia degli stili al corso DAMS. I suoi interessi, muovendo dall’estetica, sono andati sia alla critica letteraria che alla critica d’arte. È autore di numerosi libri tra cui: "Scienza della cultura e fenomenologia degli stili" (1982, nuova ed. 2007), "L’arte contemporanea" (1984, nuova ed. 2005), "La neoavanguardia italiana" (1995, nuova ed. 2007), "L’alba del contemporaneo" (1995), "Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna" (2003), "Maniera moderna e Manierismo" (2004), "Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005" (2006), "La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj" (2010), "Autoritratto a stampa" (2010), "La narrativa europea in età contemporanea. Cechov, Joyce, Proust, Woolf, Musil" (2014). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato "Storia dell’arte contemporanea in Italia. Da Canova alle ultime tendenze" (2007) e "Arte e cultura matariale in Occidente" (2011). È stato organizzatore di molte mostre sull’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento.