Mimmo Paladino e il cavallo di Paestum. La storia di un ritorno

Dopo vent’anni esatti, “Il cavallo di sabbia” di Mimmo Paladino torna a Paestum, per essere collocato in pianta stabile fra i templi di Hera e Nettuno.

Mimmo Paladino, Il cavallo di Sabbia, 1999-2019, Parco Archeologico di Paestum
Mimmo Paladino, Il cavallo di Sabbia, 1999-2019, Parco Archeologico di Paestum

Dallo scorso 11 luglio, anche Paestum, grazie a Nuvola Lista e a Gabriel Zuchtriegel, ha il suo simbolo contemporaneo che si erge tra le meraviglie dell’antico.
Mentre a Pompei e Agrigento sono le opere neoclassiche di Mitoraj a mettere in dialogo l’archeologia e il contemporaneo, a Paestum è il linguaggio arcaico di Mimmo Paladino adialogare con le architetture doriche di sesto e quinto secolo a.C. È, infatti, il primo dei famosi cavalli realizzati dall’artista, il “padre della mandria” come l’ha chiamato scherzosamentelo stesso artista, a tornare nel luogo per il quale era stato originariamente concepito, ma da dove è stato portato via da tempo, sottolinea la curatrice. Forse per seguire il cavaliere dalla Trista Figura che cammina tra le “parole a occhi aperti” di Miguel de Cervantes Saavedra.

I CAVALLI DI PALADINO

Sappiamo che questo meraviglioso destriero, come tutta una serie di altre riflessioni sul nobile animale, nasce da una indagine sullo spazio (e Paladino ha un senso altissimo dello spazio): è infatti parte di tre “piccole mandrie equine” (l’immagine è di Dorfles): la prima depositata sulla straordinaria Montagna di Sale realizzata da Paladino nel 1990, come scenografia della Sposa di Messina di Schiller, diretta da Elio De Capitani e messa in scena a Gibellina, in occasione delle Orestiadi: la seconda (un duplicato) esposta a Napoli, in Piazza del Plebiscito, per il Natale del 1995: la terza collocata nel 2011 a Milano, in Piazza del Duomo, per ricordare i 150 anni dall’Unità d’Italia.
In seguito a questi appuntamenti i cavalli di Paladino hanno preso delle direzioni solitarie, quasi a creare una costellazione silenziosa o una serie di punti cardinali sulla mappa fisica e metaforica del mondo. C’è quello rosso di Ancona, quello bronzeo di Modena, quello che si erge su un muro di cinta dell’Hortus Conclusus a Benevento e, tra gli altri, quello che dopo una prima collocazione sul MMMAC – Museo Materiali Minimi d’Arte Contemporanea, e dopo uno spostamento a Fisciano, nel giardino del prestigioso Palazzo De Falco, torna oggi a casa, trovando una sua collocazione definitiva nel parco archeologico di Paestum, tra i due templi di Hera e di Nettuno.

Mimmo Paladino, Il cavallo di Sabbia, 1999-2019, Parco Archeologico di Paestum
Mimmo Paladino, Il cavallo di Sabbia, 1999-2019, Parco Archeologico di Paestum

SABBIA E ANTICHITÀ

Prima di essere accolto da una luce morbida e quasi metafisica che lo invita a lasciarsi andare in un’atmosfera trasognante e fluttuante, questo elegante esemplare, denominato Cavallo di sabbia poiché realizzato in vetroresina e ricoperto appunto di sabbia proveniente dalla spiaggia di Poseidonia, è stato restaurato, riportato al suo splendore originario che coincide ora con una seducente originalità e che invita a riflettere sulla natura della cultura, sulle varie epoche del genere umano, dove si esprimono i processi generali di astrazione della mente, dove si degusta il buio magnetico dell’attesa, il mistero del segno, lo stupore nel lasciarsi stupire.

Antonello Tolve

Evento correlato
Nome eventoMimmo Paladino - Il cavallo di sabbia
Vernissage11/07/2019 ore 19.30
Duratadal 11/07/2019 al 11/07/2019
CuratoreNuvola Lista
Genereinaugurazione
Spazio espositivoPARCO ARCHEOLOGICO DI PAESTUM
IndirizzoVia Magna Grecia, 919 - 84047 - Capaccio Paestum - Campania
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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi, 1977) è titolare di Pedagogia e Didattica dell’Arte all’Accademia Albertina di Torino. Ph.D in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico artistica (Università di Salerno), è stato visiting professor in diverse università come la Mimar Sinan Güzel Sanatlar Üniversitesi, la Beǐjin̄g Yuy̌ań Daxué, l’Universitatea de Arta si Design de Cluj-Napoca e la Universidad Central de Venezuela. Critico d’arte e curatore, è stato commissario in diverse giurie internazionali. Tra i suoi libri si ricordano “Gillo Dorfles. Arte e critica d’arte nel secondo Novecento” (La Città del Sole, 2011), “ABOrigine. L’arte della critica d’arte” (PostmediaBooks, 2012), “Ubiquità. Arte e critica d’arte nell’epoca del policentrismo planetario” (Quodlibet, 2013), “La linea socratica dell’arte contemporanea. Antropologia Pedagogia Creatività” (Quodlibet, 2016), “Istruzione e catastrofe. pedagogia e didattica dell’arte nell’epoca dell’analfabetismo strumentale” (Kappabit, 2019), “Me, myself and I. Arte e vetrinizzazione sociale ovvero il mondo magico del selfie” (Castelvecchi, 2019), “Atmosfera. Atteggiamenti climatici nell’arte d’oggi” (Mimesis, 2019). Ha curato con Stefania Zuliani il volume di Filiberto Menna, “Cronache dagli anni settanta. Arte e critica d'arte 1970-1980” (Quodlibet, 2017) e, con S. Brunetti, “Il sistema degli artisti. Collezione, conservazione, cura e didattica nella pratica artistica contemporanea” (Mimesis, 2019). Dal 2018 e Direttore della sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna e dal 2014 è curatore della Gaba.Mc – Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata.