Quale legame intercorre fra l’ultima Biennale di Venezia e Legoland, il parco a tema mattoncini di Günzburg, in Germania? Luca Arnaudo parte da questo curioso interrogativo per parlare di capitalismo, occasioni di svago “comandate” e istanze di ribellione controllate.

Nel giro di pochi giorni, per quel che si dicono i casi della vita (l’avere un’amica affermata artista e un figlio appassionato di Lego), mi sono trovato a Venezia, all’inaugurazione della Biennale, quindi a Günzburg, Germania, in visita a Legoland. La combinazione mi ha dato gli spunti per qualche considerazione estemporanea su dinamiche superficiali e moti un po’ più profondi del vivere comune, a partire da alcune similitudini che ho rinvenuto tra le diverse esperienze.
Nel ripensare alla Biennale, in effetti, al netto della cultura a cui risultano evidentemente riconducibili tante sue manifestazioni, non sono sicuro che le intenzioni e soprattutto pulsioni delle masse dei visitatori – perché di un evento di massa si tratta, col numero di biglietti staccati ormai stabile sopra il mezzo milione per edizione – siano poi così diverse e lontane da quelle riscontrabili nelle pur più folte moltitudini in giro per parchi-giochi. Entrambi i contesti, infatti, hanno molto a che vedere con un bisogno innato di divertimento, a cui si combinano modelli e meccanismi di consumo propri del capitalismo maturo. La differenza più lampante, piuttosto, è che in spazi meno interpretativamente presidiati – Legoland, per dire – simili rapporti si possono ancora osservare in maniera più netta e diretta.

ROCK&ROLL ROBOT

Per esempio: come si spiegherebbe, se non in termini di attrazione non dissimile da quelle di una sagra di paese, la fascinazione mostrata da tanti visitatori per il robottone sanguinario installato da Sun Yuan & Peng Yu ai Giardini, nello spazio principale della Biennale? Curiosamente, un macchinario assai simile e del medesimo costruttore, Kuka, è anche tra le attrazioni principali di Legoland (il suo nome, Robocoaster). In un caso, tuttavia, si può fotografare la macchina da dietro un recinto di plexiglass, nell’altro usarla per farsi frullare in aria. Sempre in tema di affinità d’esperienze, come non ritrovare una traccia almeno dell’entusiasmo dei bambini in corsa dentro Legoland verso il padiglione di Ninjago City, all’inseguimento degli eroici Lloyd, Nya o Maestro Wu, nel passo degli adulti colti e incliti in cerca dei propri artisti preferiti tra le esposizioni sparse per Venezia? Con una differenza, i secondi osservano gli allestimenti a rispettosa distanza, i primi ci giocano dentro.
Ecco: qui, arrischio, si può individuare uno snodo di sensibilità contemporanee diffuse, con spunti non secondari anche per avvicinare ampie dinamiche sociali e loro interpretazioni correnti (il populismo, le élite, eccetera). All’aumentare della dotazione culturale personale, infatti, l’individuo tende sempre più a privilegiare l’osservazione rispetto all’azione: a leggere e scrivere saggi sulla danza, anziché ballare. E in effetti l’homo instructus (versione comune dell’homo academicus teorizzato da Pierre Bourdieu, e dallo stesso discendente) si aspetta una distanza, poiché a questa l’educazione ricevuta l’ha preparato, riponendo in essa il più alto accreditamento simbolico, la segnatura della distinzione. Ma i piedi, sotto il tavolo, continuano a battere il tempo, e quando ci si alza non sorprenda che spesso il passo diriga dove si sente un po’ di musica, possibilmente affine al proprio orecchio: locali dove si faccia festa, secondo una pulsione schiettamente pre-culturale.

Biennale di Venezia 2019. Il Padiglione Venezuela con un'opera improvvisata. Photo Luca Arnaudo
Biennale di Venezia 2019. Il Padiglione Venezuela con un’opera improvvisata. Photo Luca Arnaudo

CAPITALISMO E FESTA

Il dispositivo capitalista, nella sua logica stringente e pratica onnivora, profitta quindi del bisogno di festa proprio degli esseri umani, perché dal fornire occasioni di liberazione controllata, ben calibrate su formazione culturale, aspettative sociali e conseguenti desideri dei diversi destinatari (dalla Biennale a Legoland, appunto), trae occasioni di profitto, al contempo calmierando le istanze di ribellione latenti nella società.
Per altro verso, in simili occasioni organizzate si può pure rinvenire una radice fondamentalmente religiosa del consumo: più nello specifico, quella che Walter Benjamin – si veda il suo frammento dedicato a Il capitalismo come religione, meglio se nella recente rilettura datane da Giorgio Agamben in Creazione e Anarchia – rinviene nel capitalismo in quanto evoluzione più logica e conseguente del cristianesimo, operandone il passaggio dalla colpa al debito come movente di fondo del sentire prima ancora che dell’agire.
Una ricorrenza artistica, al modo di un parco a tema, risponde insomma a una logica di comando e controllo che è tipica della cultura occidentale secondo le sue direttrici cristiano-capitaliste: in entrambi i casi si tratta, secondo un’espressione catechetica, di “feste comandate”, con rapporti di consumo funzionali al mantenimento del controllo.

VENEZUELA E MATTONCINI

Detto ciò, se non altro per l’eccedenza che è propria dell’esistenza – e perché il caso è parte irriducibile del gioco del mondo –, in ogni occasione vi sono pur sempre spiragli di libertà, uscite laterali dal locale: non tutto si può mai del tutto assoggettare. Se ancora rifletto su Venezia, ad esempio, devo dire che l’evento inaugurale per me più notevole si è svolto nel padiglione del Venezuela, inizialmente inutilizzato a causa della crisi politica in corso nel Paese e poi inaugurato.
Nella luce bianca di un giorno di pioggia, poco lontano dalle lunghe e coscienziose file in attesa di accedere all’esperienza necessaria (l’artista della Francia, l’allestimento della Russia), l’architettura spoglia e ispirata di Carlo Scarpa si stagliava come uno spazio a disposizione dell’eventuale. Così, mentre ero di passaggio è capitato che uno sconosciuto recuperasse dal retro della costruzione una canoa dipinta – residuo, immagino, di qualche precedente Biennale – e la portasse nel cortile interno, combinandola con un cane in fil di ferro arrivato non si sa da dove. Intorno all’improbabile assemblaggio, nel giro di pochi minuti, una mole crescente di persone si è quindi trovata a interrogarsi e discorrere in maniera animata, incerta tra lo sdegno e la sorpresa, liberata comunque dall’inatteso del momento. (Quanto a Legoland, confesso che, dopo essere passato davanti alla minuziosa riproduzione di Venezia, non ho potuto fare a meno di rubare qualche mattoncino, incerto tra la colpa e l’allegria, puntando infine l’uscita.)

Luca Arnaudo

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Luca Arnaudo
Luca Arnaudo è nato a Cuneo nel 1974, vive a Roma. Ha curato mostre presso istituzioni pubbliche e gallerie private, in Italia e all'estero; da critico d'arte è molto fedele ad Artribune, da scrittore frequenta forme risolutamente poco commerciali, come raccolte di racconti, poesie, prosimetri, ma più di recente si diverte soprattutto con storie illustrate per bambini. In una vita perpendicolare è anche giurista e docente universitario, esperto di cose che qui non interessano.