Apre a Milano Scaramouche loves Aline, la nuova galleria di Daniele Ugolini

Dopo l’esperienza newyorchese di Scaramouche a Manhattan, il gallerista italiano torna in patria e apre uno spazio a Milano durante l’art week. Lo abbiamo intervistato

Scaramouche loves Aline, Milano
Scaramouche loves Aline, Milano

Aprirà le sue porte al pubblico venerdì 5 aprile, nel clou della art week di Milano capitanata dal miart, Scaramouche loves Aline, la nuova avventura italiana della galleria Scaramouche, fondata a New York nel 2009 da Daniele Ugolini. A tre anni dalla chiusura dello spazio espositivo nel Lower East Side a Manhattan, Ugolini torna in Italia – dove, in passato, a Firenze ha lavorato alla Tornabuoni Arte e avuto una sua galleria – e per la precisione a Milano, in Corso di Porta Ticinese, e in questa nuova avventura è accompagnato dalla socia Federica Soldati. Abbiamo intervistato Ugolini per farci raccontare la sua storia di gallerista cosmopolita, “Scaramouche e bohemian”, come egli stesso si definisce, portatore in Italia del “metodo newyorchese”. E naturalmente ci siamo fatti dire tutto della mostra che inaugura Scaramouche loves Aline, ovvero The Crucial Years, personale dedicata all’artista Giorgio Ascani (1926-2008), più noto come Nuvolo.

Ripercorriamo le tappe della carriera di gallerista a New York. Come e quando arrivi nella Grande Mela? Prima di Scaramouche avevi dato vita a un temporary space…
Scaramouche nasce da una mia idea e dalla volontà di andare via da Firenze, città dove sono cresciuto e ho iniziato a lavorare nel mondo dell’arte con Tornabuoni. Volevo andare in una città più sviluppata ed emancipata nell’ambito dell’arte contemporanea e quindi ho scelto New York. Prima di Scaramouche, nel 1999, ho aperto a New York un temporary space, durato un anno, in uno spazio di Chelsea, quartiere che adesso è pieno di gallerie, ma allora ce n’erano pochissime. Chiamai la galleria Daniele Ugolini Contemporary, e la prima mostra che feci la dedicai ad Alighiero Boetti, che era scomparso da appena cinque anni. Ai tempi Boetti non godeva di un ottimo mercato, nonostante nel mondo dell’arte fosse considerato un grande artista. La mostra nacque dal fatto che negli anni precedenti avevo acquistato a buon prezzo molte opere di Boetti.

Come venisti accolto dalla comunità artistica di New York? Che feedback ebbe la mostra di Boetti?
La mostra di Boetti venne recensita dal New York Times; quando ti accade una cosa del genere arrivano visitatori e collezionisti da tutte le parti!  Inoltre, scrisse di noi anche Art in America. Su Time-Out NY invece la mostra di Boetti è stata una delle due mostre della settimana. L’altra era la personale di Shirin Neshat al MoMA (per dire).

Scaramouche, New York
Scaramouche, New York

Quando arriva Scaramouche?
Scaramouche arriva dieci anni dopo Daniele Ugolini Contemporary, ovvero nel 2009, nel Lower East Side. Qui ho aperto la galleria insieme a Lorin Prince, che proveniva da un’importante carriera come vicepresidente marketing della Miramax Films. Ai tempi nel Lower East Side c’erano ancora poche gallerie, e lavoravano tutte con artisti della scena newyorchese. Essendo uno straniero e non avendo molti contatti in città, ho scelto quindi di seguire una linea differente, quasi da spazio indipendente, portando artisti nuovi che ancora non avevano fatto mostre a New York.

La linea “controcorrente” seguita dalla galleria è rispecchiata anche dal suo nome, Scaramouche…
Il nome Scaramouche nasce dalla passione che da ragazzino avevo per la serie televisiva Scaramouche, che è poi il nome del suo protagonista. Scaramouche era interpretato da Domenico Modugno, ed era uno spadaccino rivoluzionario, un uomo giusto, che ha vissuto gli anni della Rivoluzione Francese. La serie televisiva fu tratta dal romanzo omonimo scritto nel 1921 da Rafael Sabatini, che a 16 da Jesi emigrò a Londra. Sempre da ragazzino, avevo una passione anche per i Queen. Nella canzone Bohemian Rhapsody Freddy Mercury cita Scaramouche, ecco perché ho scelto questo nome per la galleria. Mi sentivo uno Scaramouche a New York: straniero, non avevo molti soldi, e poi mi sentivo un bohemian nel Lower East Side.

L’esperienza di Scaramouche New York dura 7 anni. Dopo la chiusura della galleria, come arriva l’idea di tornare in Italia?
L’idea è nata dalla proposta di una mia collaboratrice, Federica Soldati, che mi chiede di fare qualcosa in insieme in Italia. In un primo tempo si era pensato a Roma, ma l’idea è stata subito accantonata per Milano, che negli ultimi anni è cresciuta a livello esponenziale. In Italia, Milano è la città più competitiva per portare avanti il nostro progetto.

Quali sono i vostri piani?
La nostra idea è quella di portare il pensiero newyorchese a Milano, e di muoverci esattamente come se fossimo ancora a New York. L’esperienza maturata in America ci ha portato ad avere tanti contatti internazionali, e vogliamo continuare su questa linea, e per fare questo il “dove” non è importante.

Come si pensa e si agisce “alla newyorchese” in una città che non è New York?
È la nostra ambizione, ci vogliamo provare, perché pensiamo che il metodo newyorchese è un metodo universale, se fatto bene.

In cosa consiste il “metodo newyorchese”? Ce lo spiegheresti?
Il metodo newyorchese è (ride, N.d.R): guardare avanti e non girarsi mai indietro, non c’è tempo. Milano in questo è la più newyorchese delle città italiane. È una piccola New York per tante cose: arte, finanza, moda, food.

Nuvolo, Senza Titolo, 1957_olio e collage di carte dipinte su tela, Scaramouche loves Aline
Nuvolo, Senza Titolo, 1957_olio e collage di carte dipinte su tela, Scaramouche loves Aline

Scaramouche loves Aline apre con una mostra dedicata a Nuvolo. Cosa puoi raccontarci di questo artista?
Un po’ di anni fa ero in giro a Chicago, dove sono stato a un’asta minore. Qui ho visto un quadro pazzesco, rimasi folgorato. Credevo fosse un’opera di un giovane artista americano, per quanto fosse fresco e attuale. Invece era di Nuvolo, ovvero Giorgio Ascani, e risaliva agli anni Cinquanta. Non conoscevo questo artista. Ho acquistato l’opera (che era appartenuta, tra gli altri, anche a Peggy Guggenheim) e dopo ne ho comprati altri. Credo che Nuvolo oggi sia uno degli artisti italiani più importanti della sua generazione, ma ancora non abbia avuto il meritato riconoscimento. Questo artista viveva in un piccolo paese dell’Umbria, prima che Burri lo chiamasse a Roma nel 1952 per fargli da assistente del suo studio in Via Margutta. Nuvolo rimase un po’ a Roma, fece parte degli artisti della galleria La Tartaruga, poi torno a Città di Castello dove aprì una stamperia. Aprire la galleria con questo artista “outsider” con opere degli anni Cinquanta e Sessanta è un avvenimento particolare in una città come Milano e durante l’art week; tra l’altro Nuvolo non ha più avuto una personale a Milano da oltre 60 anni.

– Desirée Maida

Milano // dal 5 aprile al 26 luglio 2019
Nuvolo – The Crucial Years
Scaramouche loves Aline
Corso di Porta Ticinese 87

www.scaramoucheinlove.com

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Desirée Maida
Desirée Maida (Palermo, 1985) ha studiato presso l’Università degli Studi di Palermo, dove nel 2012 ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’Arte. Palermitana doc, appassionata di alchimia e cultura giapponese, approda al mondo dell’arte contemporanea dopo aver condotto studi sulla pittura del Tardo Manierismo meridionale (approfonditi durante un periodo di ricerche presso la Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis) e sull’architettura medievale siciliana. Ha scritto per testate siciliane e di settore, collaborato con gallerie d’arte e curato mostre di artisti emergenti presso lo Spazio Cannatella di Palermo. Oggi fa parte dello staff di direzione di Artribune e cura per realtà private la comunicazione di progetti artistici e culturali.