SP-Arte 2019: la fiera di San Paolo si interroga quest’anno sull’identità dell’America Latina

SP-Arte è diventata ormai la fiera leader del Sudamerica. Ma, oltre ai numeri, guarda ai problemi sociali e di identità che l’arte può affrontare. Si prepara così la quindicesima edizione.

‘Barrueco colar’, 2004. Part of the series ‘Sangue vegetal’, by Ayrson Heráclito. Courtesy of Portas Vilaseca
‘Barrueco colar’, 2004. Part of the series ‘Sangue vegetal’, by Ayrson Heráclito. Courtesy of Portas Vilaseca

Torna dal 3 al 7 aprile SP-Arte, la fiera di San Paolo leader nel sistema artistico del Sud America. Segnando un importante traguardo: quello dei primi 15 anni di attività. Una vittoria che dimostra la volontà di tenere vivo e dinamico il mercato dell’arte sudamericano, nonostante la situazione politica ed economica attuale non sia delle più favorevoli. Una sfida che verrà affrontata dalla fiera e dai numerosi eventi collaterali previsti in città.

SP-ARTE 2019

Dopo il successo del 2018 che ha coinvolto 165 gallerie e un totale di 34mila visitatori, SP-Arte torna ancora una volta con un programma fitto di performance, talk, visite guidate ed eventi collaterali sparsi per le varie istituzioni artistiche di San Paolo. Tra le gallerie, si confermano nomi prestigiosi del sistema interazionale, ormai ospiti fissi della fiera, come David Zwirner (Stati Uniti), neugerriemschneider (Germania), Galleria Continua (Italia), Lisson Gallery (Inghilterra) e Galería Elba Benítez (Spagna), mentre tra le brasiliane contiamo Nara Roesler, A Gentil Carioca, Luciana Brito e Bergamin & Gomide. La formula organizzativa è da una parte rimasta invariata: tra le sezioni in cui si divide la fiera, troviamo la Main, che ospita arte moderna e contemporanea dal Novecento fino ai giorni nostri; Solo, il cui lavoro si concentra su mostre di artisti individuali e Repertório, i cui espositori presentano progetti con opere storiche considerate fondamentali per comprendere le pratiche artistiche attuali. Oltre ai tre settori dedicati alle arti visive, è previsto anche un quarto contenitore, diviso nelle aree di Design, Architects e New Designers.

‘História do futuro, Baobá o capítulo da agromancia’, 2015, by Ayrson Heráclito. Courtesy of Portas Vilaseca
‘História do futuro, Baobá o capítulo da agromancia’, 2015, by Ayrson Heráclito. Courtesy of Portas Vilaseca

SOLO: UNA SEZIONE SULL’IDENTITÀ DELL’AMERICA LATINA

SP-Arte non è solo mercato di arte e design: in occasione dei suoi quindici anni di attività infatti, la fiera brasiliana apre un focus su un tema scottante, quello sull’identità post coloniale dell’America Latina. E lo fa grazie al lavoro della curatrice indipendente cilena Alexia Tala, che nella sezione Solo chiama gli artisti a riflettere intorno a questo argomento. “Alexia propone una riflessione sulle molteplici identità dell’America Latina sconnesse tra di loro”, spiegano gli organizzatori. “Il suo punto di partenza è dubitare, ripensare e dissolvere l’influenza eurocentrica che ha modellato l’auto-riconoscimento dell’America Latina come una terra il cui processo di “scoperta” e di civiltà l’ha resa vincolata all’Europa. La curatrice sviluppa questo collasso critico coinvolgendo soggetti come l’antropologia, l’etnografia, l’architettura, la storia generale e la storia culturale.” Gli artisti coinvolti, tutti provenienti dall’America Latina, sono: Alejandra Prieto, Ayrson Heráclito, Fernando Bryce, Luis González Palma, Manata y Laudares, Maria Edwards, Nicole Franchy, Rafael Pagatini, Randolpho Lamonier e Sandra Vásquez de la Hora.

ALEXIA TALA

“La sezione Solo non mira a investigare il significato della vera identità dell’America Latina, perché la “vera identità” non esiste. Identità è la parola con la quale si descrive una serie di processi complessi, soggetti a varianti storiche e culturali espresse in maniera diversa. Perciò, gli artisti ospiti di SOLO ci danno differenti approcci a questa parola” Così spiega ad Artribune la curatrice cilena quando le chiediamo come affronterà il tema dell’identità nella sezione da lei curata. “Se esiste una pratica comune tra di loro, è quella di mostrare l’influenza della rappresentazione straniera, come essa abbia determinato la percezione dell’America Latina stessa e quanto essa sia ancora presente oggi. Insistere su questo soggetto è veramente significativo in termini critici, poiché permette di denaturalizzare domande che sono state trascinate fino dalla colonizzazione e che molto spesso non notiamo.” Una questione certo di vecchia data, ma sempre spinosa.

-Giulia Ronchi

SP-Arte
Dal 3 al 7 aprile 2019
Pavilhão Ciccillo Matarazzo
Parque Ibirapuera, San Paolo, Brasile

 

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.

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