1900 chilometri percorsi con la macchina fotografica in mano. “Go home, Polish” è il nuovo progetto di Michal Iwanowski, una riflessione sul concetto di identità, di cui abbiamo parlato con l’autore.

Tutto cominciò con una scritta sul muro, un insulto a pennarello impresso sulla facciata di un edificio di Cardiff, in Galles. La scritta diceva: “Go home, Polish” (tornatene a casa, polacco). Era il 2006 quando Michal Iwanowski si trovò a passare di fronte a quel muro.
Polacco di nascita e con cittadinanza britannica, Iwanowski restò per qualche momento davanti a quella frase: cosa vuol dire essere “a casa”, oggi, quando il concetto di casa sembra essere sempre più snaturato da messaggi politici di natura razzista e nazionalista? Quando si smette di essere straniero, e si comincia a essere parte integrata di un luogo? E cosa succede se quel luogo, che non ti appartiene (e al quale non appartieni) per nascita, inizia a diventare il riflesso migliore della tua individualità?
Qualche anno dopo, nell’aprile 2018, Michal Iwanowski torna sui suoi passi ‒ deciso a confrontarsi con quella scritta e a prendere alla lettera (è il caso di dirlo) quel messaggio discriminatorio: partendo da Cardiff, Iwanowski inizia un lungo tragitto a piedi, ripercorrendo la strada che collega la sua casa attuale alla sua casa di provenienza, ovvero la città di Mokrzeszów, in Polonia (dove il fotografo è nato nel 1977). È così che nasce Go home, Polish, una serie di foto scattate durante il cammino.

IL PROGETTO

Go home, Polish è un progetto on the road realizzato in 105 giorni di viaggio. In questo periodo Iwanowski ha percorso 1900 chilometri, documentando il percorso con una serie di foto quotidianamente postate sul proprio Instagram (e oggi consultabili sul suo sito internet). Con la sua macchina fotografica in mano, Iwanowski ha attraversato il Galles, l’Inghilterra, la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Germania, la Repubblica Ceca, per arrivare infine nel suo Paese natale.
Le foto incluse nel progetto hanno tutte un sapore personalissimo: sono foto documentaristiche, a volte più enigmatiche, altre più ironiche: ognuna esprime un dettaglio, una persona incontrata nel cammino, un paesaggio, un sorriso straniero eppure ospitale, uno sguardo sospettoso e respingente.
Al di là del valore visuale, ognuna di queste immagini è da intendere come frammento di una riflessione più ampia: in esse il viaggio diventa infatti metafora di conoscenza e comprensione di sé stessi, cammino a ritroso verso il punto di partenza, e soprattutto stimolo all’investigazione del concetto di identità, di appartenenza, di “casa‒ parole (e significati) più che mai deturpati dal linguaggio politico populista degli ultimi anni.
Go home, Polish è, insomma, un viaggio tra le fratture dell’Europa di cui abbiamo parlato con l’autore.

Dalla serie “Go Home, Polish” © Michal Iwanowski
Dalla serie “Go Home, Polish” © Michal Iwanowski

L’INTERVISTA

Mi racconti innanzitutto l’obiettivo di questo progetto? Cosa ti ha spinto a iniziare questo cammino?
Il progetto è iniziato nel 2008 quando ho visto un piccolo graffito a Cardiff. Diceva “Go home, Polish”. In quel periodo mi sentivo già a casa in Galles, e non avevo mai sperimentato la xenofobia a livello personale, quindi è stato un momento di forte confusione: ero un destinatario di quel messaggio? Sarei dovuto tornarmene a casa? E soprattutto, qual era il significato della parola “casa”?
Ho scattato una foto a quel muro e l’ho lasciata stare per un po’, ma l’idea di un progetto cominciava a crescere nella mia mente, e con il referendum dell’UE e la successiva ondata di aggressione verso gli immigrati ho deciso che era giunto il momento di rispondere fotograficamente alla situazione. Ho tracciato una linea retta su una mappa e ho camminato dalla mia casa in Galles a quella in cui sono nato in Polonia, chiedendo alle persone che incontravo per strada le loro idee sul significato della parola “casa”. L’obiettivo principale era quello di umanizzare “l’altro” e di portare la discussione sull’identità a un livello individuale.

Come hai scelto il tragitto? Il percorso è stato casuale?
Durante la pianificazione del progetto, l’imperativo era quello di “tornarmene a casa!”. Si trattava solo di arrivarci il prima possibile. Si trattava di levarmi di mezzo e di essere a casa il più velocemente possibile. Come detto, per farlo ho tracciato una linea retta sulla mappa. Ero anche emozionato per la semplicità e la casualità del progetto: ho lasciato che la linea retta decidesse dove poggiare i miei piedi, o chi avrei incontrato per la strada: dunque c’era una grande quantità di non-pianificato in qualcosa di apparentemente pianificato.
Sai cosa aspettarti dai bei posti, quelli che tutti conoscono, ma non sai cosa aspettarti dai luoghi casuali, dalle foreste, dalle strade secondarie.

Ci sono dei ricordi particolari di luoghi o persone che hai incontrato e che porti dentro?
Ho descritto molti di essi nel mio profilo Instagram, in cui ho raccolto le tante storie di questo viaggio.

Dalla serie “Go Home, Polish” © Michal Iwanowski
Dalla serie “Go Home, Polish” © Michal Iwanowski

Com’è cambiato secondo te il concetto di “casa” (o più in generale di identità/appartenenza), soprattutto nel regno Unito dopo il referendum Brexit del 2016?
L’aumento delle tendenze nazionalistiche è preoccupante. Assomiglia all’Europa del 1930, e sappiamo tutti dove ha portato. Il voto sulla Brexit ha fatto molti danni, divulgando idee sulla separazione e sull’Europa divisa, lontana dai modelli di migrazione. Le idee sull’identità nazionale sono obsolete e decisamente non in sintonia con il modo in cui le persone vivono e si muovono oggi grazie alla libera circolazione. La casa non è più nel Paese o nella città in cui qualcuno è nato; la casa è una scelta, e molte persone fanno le loro scelte. Brexit ha piantato il seme del dubbio sull’idea di stare insieme.

Questo non è il tuo primo progetto fotografico legato al camminare – mi riferisco a Clear of People (il progetto del 2012-17 in cui hai attraversato a piedi e fotografato il tragitto percorso da tuo nonno, scappato da un campo di prigionia russo nel 1945). Cosa significa per te “camminare” e come relazioni questa idea alla tua pratica artistica?
Camminare non è mai stato un fattore che ho pianificato come parte della mia pratica, ma è vero che gli ultimi due progetti hanno effettivamente comportato viaggi a lunga distanza. Per questo il camminare è diventato parte integrante degli argomenti su cui stavo lavorando.
In termini pratici, camminare dà il giusto ritmo a un fotografo o a un pensatore. Rebeca Solnit descrive magnificamente come il ritmo dei nostri pensieri e il ritmo dei nostri passi siano sincronizzati, e sono d’accordo. 105 giorni di viaggio ti concedono il tempo necessario per guardarti intorno, parlare con le persone, sperimentare gli elementi, annoiarti del paesaggio ripetitivo, sentirti esausto, stufo. Passi attraverso tutte le possibili fasi: per questo camminare è stata una caratteristica fondante del mio lavoro.

Come si evolverà Go home, Polish?
Il progetto è piuttosto ricco di contenuti e comprende fotografie, testi, video, mappe, due brani musicali commissionati da artisti gallesi, materiali d’archivio e oggetti del viaggio. Sono anche in procinto di scrivere un libro, ma questo potrebbe richiedere del tempo. Attualmente sto lavorando a una nuova mostra per il Diffusion Festival of Photography di Cardiff, in aprile.
Sto collaborando con il curatore polacco Krzysztof Miekus, con cui ho già lavorato per la mostra presso il Fort Institute of Photography nel settembre 2018; sono entusiasta di fare la spola tra Galles e Polonia, ancora una volta.

Alex Urso

www.michaliwanowski.com/
www.instagram.com/michaliwanowski

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Alex Urso
Artista e curatore. Diplomato in Pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Laureato in Lettere Moderne presso le Università di Macerata e Bologna. Attualmente vive a Varsavia. I suoi interessi in ambito critico e curatoriale sono prevalentemente rivolti all'investigazione e alla concezione di punti di incontro tra artisti e istituzioni italiane e polacche. In questi anni Urso ha collaborato con spazi privati e pubblici, come la Galleria Nazionale di Varsavia – Zachęta e l'Istituto Italiano di Cultura di Varsavia. Nel 2017 è stato curatore della Biennale de La Biche. Dal 2014 scrive di arte per Artribune come corrispondente dalla Polonia. Dal 2013 al 2017 è stato redattore per Lobodilattice. Suoi articoli e testi critici sono apparsi su cataloghi e testate di settore nazionali e internazionali. Sempre per Artribune cura Fantagraphic, la rubrica di fumetti del sito.