Torino. Su Luci d’artista: istruzioni per distruggere un progetto

Le “Luci d’Artista” erano in declino? Vero, e la colpa non è certo della sindaca 5 Stelle. Ma se la soluzione è far diventare la Mole Antonelliana un pennone da centro commerciale di provincia, allora c’è un problema. Un grosso problema, che si chiama buongusto.

Marco Gastini - Luci d'Artista 2009, Torino, Galleria Subalpina
Marco Gastini - Luci d'Artista 2009, Torino, Galleria Subalpina

La consapevolezza dei propri limiti permette, talora, di superare quegli stessi limiti. Pare una frase dello Pseudo-Osho, anche se in realtà a Torino è successo proprio questo, negli Anni Novanta e per un paio di decenni a seguire. L’abbruttimento per la Fiat che chiudeva (l’estrema sintesi era ed è questa), lo spettro di diventare come Detroit, l’energia anche e soprattutto radicale per evitarlo è stata incredibilmente efficace e creativa.

La Mole nel 2017. Il volo dei numeri di Mario MERZ alla Mole Antonelliana
La Mole nel 2017. Il volo dei numeri di Mario MERZ alla Mole Antonelliana

LE LUCI D’ARTISTA

Un piccolo pezzo di tutta questa storia è rappresentato dalle Luci d’Artista: Torino ribadiva – coi fatti più che a parole – di essere la capitale italiana dell’arte contemporanea, magari non a livello di mercato ma di immaginazione e produzione. Torino, incredibilmente prima non solo in Italia ma in Europa, proponeva quel che stava facendo Napoli con la sua metropolitana, ovvero far dialogare spazi urbani e comuni con opere d’arte contemporanea realizzate ad hoc. Ribaltando, a Torino come a Napoli, i luoghi comuni appunto: nella fattispecie, le fruste luci natalizie, magari sponsorizzate dal dubbio gusto dell’associazione dei commercianti della zona o dalla parrocchia di quartiere, trovavano una rilettura inedita, nuova, addirittura entusiasmante, e favoriva la circolazione delle persone col naso all’insù, torinesi e non.

IN TEMPI DI VACCHE MAGRE…

Poi le vacche son progressivamente dimagrite, si sa, e le nuove produzioni (all’inizio tre all’anno) sono man mano scemate, qualche problema s’è presentato, ma tutto sommato non si era ancora arrivati alla stagnazione – anche se la direzione era quella. Non è dunque colpa dell’attuale sindaca e della sua giunta, che sta semplicemente confermando una tendenza, al di là dei proclami rivoluzionari.
Anche se, a dire il vero, l’anno scorso una novità ci fu: nell’ottica di aumentare l’attenzione per le periferie, si catapultò una delle Luci d’Artista (opera di Vanessa Safavi) ai confini dell’impero, senza uno straccio di spiegazione, senza coinvolgimento, senza niente di niente. E – giustamente: si può dire? – dei ragazzacci brutti-sporchi-cattivi si esercitarono con la fionda.
Pensi dunque che la lezione sia stata imparata, e invece no. In periferia almeno non si torna, ma alcune delle Luci finiscono in manutenzione. (Scusate: non ci sono altri dieci mesi utili alla bisogna? Non è un evento in linea di massima prevedibile, il Natale?) Mentre il colpo di teatro si annuncia e si avvicina, facendo impallidire “spelacchio” e il suo figlioccio, gli alberelli rachitici della Roma anch’ella pentastellata. Il colpo di teatro lo chiameremo Strobomole.

CHE ACCADE ALLA MOLE?

La Mole Antonelliana, simbolo di Torino, sede del Museo Nazionale del Cinema, è illuminata. Non è una novità, d’accordo. Ma stavolta niente serie di Fibonacci di Mario Merz e nemmeno luci natalizie, dio voglia, almeno un minimo discrete, sabaude. No: quest’anno, come disse la sindaca Appendino, “passiamo da 250 a 2.500 led”, in barba al motto cittadino che recita esageruma nen (“non esageriamo”). Il tutto grazie all’azienda energetica Iren, che proprio a Torino è stata fondata e che però, immaginiamo, avrà sottoposto un progetto alla Giunta.
Ma non è questo il punto, almeno per ora. Adesso il punto è la Strobomole blu elettrica sulla quale danzano in stroboscopia 2.500 led. Se il faro sulla Tour Eiffel vi pareva pacchiano, beh, tornate a Torino dopo l’Epifania. Tanto in città non c’è molto da fare.

– Marco Enrico Giacomelli

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.