Al via la rubrica che dà voce agli artisti italiani comparsi sulla scena negli Anni Novanta.

Cosa resterà di questi Anni Novanta. Si potrebbe parafrasare così la celebre canzone di Raf per analizzare la produzione artistica italiana del periodo.
E facendo oggi un bilancio sono evidenti forza e attualità di quelle ricerche, in cui pratiche relazionali in nuce, gesti minimi, intimismo, lirismo, poesia del banale e del quotidiano, ironia soffusa si intrecciano e ricorrono. Italia 90, la nuova rubrica di interviste di Artribune, ripercorre il lavoro degli artisti italiani che proprio in quegli anni hanno iniziato a esporre, ricostruendo, attraverso le loro testimonianze dirette, poetica e contesto di quei giorni e notti “magici”, sui quali anche il cinema ha posato ultimamente il suo sguardo. Gli Anni Novanta, insomma. Un pezzo di storia recente, ma già proiettata nel futuro. Si comincia con Marcello Maloberti (Codogno, 1966).

Il tuo lavoro spesso è fatto di persone e oggetti, come ti relazioni con essi e con gli spazi in cui ambienti le tue performance e azioni?
Lascio che le cose mi parlino, dando loro più respiro possibile. Cerco di coltivare l’istinto e di seguirlo. Amo gli spazi grandi e ampi, infatti è lo spazio che decide tutto e io mi faccio guidare e lo inglobo nel mio lavoro performativo. Persone, oggetti e spazi sono come elementi di una partitura uniti da un legame energetico. Amo che ci sia empatia, complicità tra le cose “non far fare alla rosa quello che la rosa non vuole fare”, o al contrario attrito e antipatia. Devono emergere delle alchimie misteriose.

Com’è cambiato il tuo lavoro dagli Anni Novanta a oggi?
La tua domanda è molto complessa e così vasta che potrei perdermi per strada… Mi apre molte visioni. Naturalmente Il mio lavoro è cambiato perché cambiano gli stimoli, i problemi, il mondo; e gli incontri con la vita sono sempre nuovi. Il mio lavoro infatti nasce soprattutto dall’incontro con l’altro perché gli altri mi portano a creare visioni inaspettate. L’umanità mi apre l’immaginazione. I lavori più belli sono come delle battute tra amici: il dialogo vivace con il mondo rende vivace il mio lavoro, e probabilmente più è forte questo desiderio migliore sarà il risultato. Riflettendo bene, però, la radice e le fondamenta sono sempre le stesse. In poche parole ricerco sempre quello stupore e quell’ingenuità dei miei primi lavori degli Anni Novanta, come Casa, con mia nonna sotto il tavolo, o La vertigine della Signora Emilia, in cui mia madre e mia nonna sono vestite con la tovaglia a scacchi bianchi e rossi da pizzeria. Devo dire che i miei studenti del corso di arti visive alla NABA riescono a tenermi sveglio. La loro giovinezza mi aiuta a tenere viva la mia ingenuità e lo stupore per la sacralità del mondo. A mia volta, non riesco a dividermi tra l’essere insegnante e artista, come disse il mio maestro Luciano Fabro. Per me l’insegnamento stesso è una creazione.

Marcello Maloberti, Marmellate, collage series, dettaglio, 2018. Courtesy l'artista & Galleria Raffaella Cortese, Milano
Marcello Maloberti, Marmellate, collage series, dettaglio, 2018. Courtesy l’artista & Galleria Raffaella Cortese, Milano

Come è cambiato il panorama dell’arte contemporanea?
Il panorama dell’arte contemporanea mi sembra sia uguale a prima, le dinamiche sono sempre uguali. Sfortunatamente è tutto più business, più spettacolo e meno ricerca autentica. Fare arte oggi è sempre più difficile, è come stare su una lama di un coltello. Tutto l’ambiente dell’arte insegue le mode del momento, ma certo luci vive e interessanti ci sono e si vedono… brillano, brillano!

Qual è il tuo rapporto con la quotidianità?
Il quotidiano mi annoia, ma le mie giornate fortunatamente non sono mai uguali. Cerco di sporcarmi con la realtà e fuggo nelle librerie d’arte antica o nei musei di arte antica che sono le mie isole di gioia dove trovo pace e dimentico me stesso. Bisogna dimenticarsi per poter essere in grado di accogliere. L’arte contemporanea del presente, invece, difficilmente mi fa fare salti di gioia perché mi sembra sia tutto un po’ prevedibile.

Come la metti in scena nei tuoi lavori?
La quotidianità, le mie fisse e le mie ossessioni escono pulite e si ampliano nei miei lavori. Raid, per esempio, l’ultima azione fatta al Museo Pecci e curata da Cristiana Perrella, è nata dal suono dei libri caduti nel mio studio, è uno spavento sonoro e visivo; non a caso “il mio lavoro nasce da uno spavento” è una frase che ripeto da venticinque anni. I miei lavori sono le esperienze che vivo tutti i giorni, sono gli incontri, i rapimenti, gli innamoramenti che, nonostante non sappia mai dove mi stanno portando, so che è giusto inseguire.

E la memoria, il ricordo, che ruolo svolgono?
La memoria per me è l’oggi. Ci sono ossessioni di ricordi che circolano nella mia testa ma non hanno mai un senso nostalgico, non amo l’estetica del ricordo e della memoria. Non vedo né sento polvere sui miei lavori. Tutta la battaglia tra passato presente e futuro si svolge nell’istante che scompare.

Marcello Maloberti, Marmellate, collage series, dettaglio, 2018. Courtesy l'artista & Galleria Raffaella Cortese, Milano
Marcello Maloberti, Marmellate, collage series, dettaglio, 2018. Courtesy l’artista & Galleria Raffaella Cortese, Milano

Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Le mie ispirazioni sono sempre diverse. Sono stupori, incontri inaspettati con il mondo. Amo molto parlare, anche semplicemente parlare con un amico o con una persona che incontro per caso crea una scintilla alchemica.

Non sei praticamente mai tu il protagonista diretto delle tue performance. Da cosa nasce questa scelta?
Hai ragione, ma nel mio lavoro vedo sempre dei corpi di persone con vite diverse. Credo che il mio lavoro sia più un lavoro di “performatività allargata”, cioè legato a un senso più ampio della performance, e meno a come veniva intesa negli Anni Sessanta-Settanta, anni in cui penso che l’idea del corpo dell’artista sia stata indagata con successo. Ritengo che oggi sia possibile incontrare la complessità del mondo in un corpo collettivo, ovvero in un corpo politico. Io mi ritrovo solo nelle battaglie. Appaio e scompaio così come appariva Caravaggio nelle sue meravigliose opere. Ho la sensazione di essere già abbastanza presente nel mio lavoro e quindi penso sia meglio sottrarmi un pochetto. Ma mai dire mai, chissà se un giorno realizzerò un’azione in cui sarò io l’unico protagonista.

Qual è un tuo progetto non ancora realizzato?
Ho moltissimi progetti mai realizzati, ne ho scritti circa cento, elencati in modo maniacale, che non hanno ancora visto la luce. Addirittura mi capita di sognare non solo le mie mostre mai fatte, ma anche quelle degli altri. Dirti ora un progetto sarebbe come rivelare un segreto, mentre amo quando rimangono ancora nel sottosuolo. Un sottosuolo di un bosco di montagna.

Arianna Rosica

https://www.marcellomaloberti.com/

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AutoreMarcello Maloberti
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Arianna Rosica
Responsabile dei Progetti speciali per Artribune, è stata caporedattrice di Flash Art Italia. Ha curato mostre e progetti speciali in musei e spazi espositivi pubblici e privati, in Italia e all’estero (Biennale di Praga, Industria Superstudio - New York, MARCA - Catanzaro, Galleria O. - Roma, L’ARCA - Teramo, Galleria Francesco Pantaleone - Palermo, Museo MADRE - Napoli). Ha ideato per la Fondazione Capri il progetto Travelogue. Tra i progetti recenti, l’ideazione, con Gianluca Riccio, del Festival del Paesaggio di Anacapri e la curatela, sempre con Gianluca Riccio, della mostra di Sandro Chia per il Festival di Ravello. Ha curato il talk Game Changer per la Iqos Embassy di Milano.