Due artisti e un curatore provano a forzare il blocco della Diciotti e a comunicare con i migranti

Maria Domenica Rapicavoli, Luca Prete e la curatrice Katiuscia Pompili, tutti di origine catanese, sono da giorni sul porto di Catania insieme ad un presidio di cittadini comuni per protestare contro il blocco della nave Diciotti. E hanno provato nelle scorse ore a forzare il blocco e a comunicare con i migranti. Ecco come è andata…

Morse Action, l'azione di Maria Domenica Rapicavoli, Luca Prete e Katiuscia Pompili sul porto di Catania
Morse Action, l'azione di Maria Domenica Rapicavoli, Luca Prete e Katiuscia Pompili sul porto di Catania

Afa, caldo, pioggia, umidità e poi ancora sole cocente. Da giorni un presidio di cittadini comuni, via via sempre più numeroso, sfida le temperature non esattamente miti del porto di Catania per protestare contro la vergognosa decisione del governo italiano di non far sbarcare le decine di migranti bloccati da giorni sulla nave militare della Guarda Costiera italiana Diciotti all’interno del porto. Un presidio spontaneo che va avanti giorno e notte senza sosta. Tra questi anche due artisti e una curatrice, Maria Domenica Rapicavoli, Luca Prete Katiuscia Pompili, tutti catanesi di origini, che si sono uniti al presidio e hanno deciso di mettere in atto un’azione artistica finalizzata a stabilire un contatto con i migranti. Ecco come è andata.

IL CASO DELLA NAVE DICIOTTI

Da lunedì 20 agosto la nave militare della Guarda Costiera italiana Diciotti è bloccata nel porto di Catania con a bordo decine di migranti, soccorsi a Ferragosto, che il governo italiano non vuole far sbarcare. Secondo il ministro dell’Interno Matteo Salvini, il governo attende che gli altri stati europei si facciano carico di esaminare la richiesta di protezione internazionale (cosa che di norma spetterebbe all’Italia, visto che i migranti sono in Italia). Mercoledì 22 agosto sono stati fatti sbarcare 27 minori non accompagnati che si trovavano a bordo. Gli operatori sanitari, che hanno soccorso i ragazzi, hanno raccontato di una grave condizione di denutrizione e di disidratazione e della presenza di ferite e malattie causate dai mesi passati in Libia e dal lungo viaggio. Nel momento in cui scriviamo ci sono ancora 150 persone a bordo della nave, non si sa in che stato di salute, che da ieri hanno iniziato uno sciopero della fame collettivo. Una situazione gravissima, peggiorata dal fatto che la nave Diciotti non è attrezzata per fornire adeguate cure mediche e psicologiche per i migranti che si trovano a bordo.

LA SITUAZIONE VISTA DAL PORTO

Una situazione di stallo che le persone comuni, arrivate sul porto di Catania, seguono con crescente angoscia. Abbiamo raggiunto Katiuscia Pompili,Luca PreteMaria Domenica Rapicavoli, che da tre giorni sono sul porto di Catania,per farci raccontare che aria tira. “Arrivati sul porto ci siamo uniti alle persone che la sera prima avevano iniziato a presenziare la zona con l’intenzione di far sentire la propria presenza e di fare pressione sulla coscienza collettiva e magari sulle posizioni razziste e illegali del Ministro dell’Interno Salvini e del suo governo” racconta ad Artribune Katiuscia Pompili, “Per due giorni, mattina e sera, siamo state davanti alla Diciotti senza poter comunicare con i migranti sequestrati nella nave della Guardia Costiera. Volevamo fare qualcosa, qualcosa con i nostri mezzi, quelli esili ed estetici dell’arte”. Una condizione condivisa con gli altri due compagni d’avventura. “La causa primaria che mi ha spinto a fare questa piccola azione artistica è stata la rabbia”, le fa eco Maria Domenica Rapicavoli, “Questa situazione di impotenza, vedere la nave ancorata al porto della mia città, sapere che ci sono uomini e donne in condizioni igieniche e di salute precarie e che non possiamo fare nulla per aiutarli a uscire da questa situazione mi ha provocato uno stato di agitazione. Sentivo la necessità di comunicare con le persone sulla Diciotti, volevo che sapessero che io ero con loro, che come tutta la gente lì al porto da tre giorni, ero lì per loro, che sentissero la nostra presenza e il nostro supporto. Sentivo davvero il bisogno di poterci parlare, ma la distanza era tanta, perché è impossibile anche solo avvicinarsi alla nave”. Ed è forte la percezione negli artisti di quanto sia grave la limitazione della libertà personale degli individui. “Io sono dal lato giusto”, ribatte Luca Prete, “Loro sono a pochi metri dalla terra, vengono dal mare, unico approdo alla Sicilia che è un’isola, unica entrata che però gli viene preclusa. È in sé quasi un paradosso, perché i confini della Sicilia sono naturali, non nascono per questioni politiche e amministrative, venire dal mare è necessario, non è nemmeno una scelta. La libertà di movimento che io ho a loro è vietata, sono dichiarati clandestini. Il fatto stesso che una persona non possa sentirsi libera di muoversi senza essere identificata chiarisce quanto questa società cerchi di controllare i destini degli individui con la scusa della sicurezza collettiva”.

L’AZIONE DEGLI ARTISTI

Sotto il sole del porto di Catania, ci sentivamo impotenti, angosciati e arrabbiati”, ci racconta la Pompili, “ad un certo punto mentre discutevamo sul da farsi Luca Prete e Maria Domenica Rapicavoli hanno scelto di utilizzare il linguaggio MORSE. Un codice ante litteramdi quello digitale che anziché il sistema binario (1 e 0) utilizza l’alternanza di punti e linee, Luca ha trovato un’app che traduce le parole in fasci di luce e Maria Domenica Rapicavoli ha costruito un telaio per amplificare il segnale che abbiamo mandato con lo smartphone”. È nata così, in maniera spontanea, Morse Action, l’azione partita dagli artisti che, in pochi minuti, ha coinvolto tutte le persone presenti sul molo. “L’idea di scegliere il MORSE come linguaggio per comunicare è venuta contemporaneamente a me e Luca Prete”, sottolinea la Rapicavoli, “forse perché in forma di luce o sirena è uno dei codici ancora utilizzati in mare, il fascio luminoso ricorda anche l’uso del faro come indicatore per i naviganti in pericolo. Volevamo che questa piccola azione fosse condivisa dalla gente comune e dagli attivisti che da giorni si trovano al porto, così abbiamo invitato i presenti a scrivere ognuno un messaggio da voler inviare ai reclusi sulla nave della guardia costiera, anche alcuni bambini si sono uniti a noi. È stata una cosa nata in modo naturale e che mi ha permesso per la prima volta di collaborare con Luca che conosco dai tempi della scuola, quindi si è aggiunta anche una componente emotiva”. La tecnologia in questo caso è stata di grande aiuto. “Abbiamo utilizzato un’app perché l’unico modo che, forse, ci permetteva di arrivare ai migranti sulla Diciotti”, ci spiega Prete. “Il problema a quel punto era di tipo comunicativo, chi avrebbe raccolto i messaggi di speranza, supporto e accoglienza che lanciavamo? Il MORSE ha bisogno di essere decodificato e non sappiamo se qualcuno dei marinai lo avrebbe condiviso. Ma il valore che abbiamo dato all’azione è di tipo simbolico e collettivo e la presenza e l’azione in questo caso sono più importanti della comprensione delle parole.” Un’azione destinata ad avere un seguito come ci rivela Katiuscia Pompili.L’arte ha spesso il problema di ripiegarsi un po’ su se stessa e solitamente ha tempi di esecuzione lunghi perché nasce da riflessioni complesse e quindi non agisce direttamente sui fatti di cronaca; inoltre lavorare in gruppo è spesso difficile ma è un po’ quello che spero sempre che accada”, ci dice la curatrice catanese, “Per me aver lavorato insieme a questi due artisti, aver contribuito a innescare una relazione e una situazione per questa piccola ed estemporanea azione è un grande valore aggiunto perché significa che l’arte è viva e vive a contatto con quello che accade, cosa che ormai la politica non fa. Abbiamo pensato che inserire Morse Action all’interno di un progetto in progressche ho creato a Torino che si chiama Bordi/Borders/Bords fosse del tutto naturale, visto che con MDR volevamo già fare una mostra insieme sviluppando questo concept”. Tutte le immagini dell’azione.

–       Mariacristina Ferraioli

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Mariacristina Ferraioli
Mariacristina Ferraioli è giornalista, curatrice e critico d’arte. Dopo la laurea in Lettere Moderne con indirizzo Storia dell’Arte, si è trasferita a Parigi per seguire corsi di letteratura, filosofia e storia dell’arte presso la Sorbonne (Paris I e Paris 3). Ha conseguito il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha vinto la Residenza per Curatori della Dena Foundation for Contemporary Art presso il Centre International d’Accueil et d’Echanges des Récollets di Parigi. Ha lavorato al Centre Pompidou collaborando alla realizzazione della mostra “Traces du Sacré” e ha pubblicato un testo critico sul catalogo della mostra. Ha coordinato l’ufficio Master dell’Accademia di Belle Arti di Brera e ha curato mostre sia in Italia che all’estero. Redattrice di Artribune, collabora stabilmente con Cosmopolitan Italia, Marie Claire Maison, Le Quotidien de l'Art. Ha conseguito un dottorato in Comunicazione e mercati: Economia, Marketing e Creatività presso l’Università Iulm di Milano, è docente a contratto presso diverse istituzioni e fa parte del team curatoriale di ArtLine, progetto d’arte pubblica del Comune di Milano nel parco di CityLife.