Osservatorio curatori. Giulia Colletti

La ricerca delle nuove leve della curatela italiana stavolta si spinge fino a Glasgow, città di residenza semi-permanente di Giulia Colletti (Palermo, 1993). Un profilo dal respiro internazionale, con alle spalle numerose esperienze di grande rilevanza, tutte caratterizzate da un approccio inedito: luoghi, format, tematiche, ogni aspetto fa parte di un mosaico che mostra una concezione personale inedita, profonda e radicata nella contemporaneità.

Giulia Colletti. Photo Iman Tajik
Giulia Colletti. Photo Iman Tajik

Curare è una pratica relazionale che abbraccia logiche figlie di “differenti modernità” (Néstor García Canclini). La mia principale attività è studiarle, “cannibalizzarle” (Oswald de Andrade) e combinarle in un’assimilazione conflittuale. Nessun dominio è potenzialmente estraneo all’investigazione intrapresa con gli artisti. Curare è anche una pratica “occupazionale” (Julia Bryan-Wilson), attraverso la quale sfidare la specificità dello spazio espositivo. Il Regno Unito, e in particolare la città di Glasgow, mi ha offerto la possibilità di approfondire l’estetica post-industriale, attraverso la consapevole produzione curatoriale all’interno di siti in disuso o riadattati: una cabina telefonica, l’ex banca del lino, un impianto sportivo, e di recente una lavanderia a gettoni. Similmente, durante la mia ultima residenza a Città del Messico abbiamo proiettato un film sulla forza lavoro globalizzata dell’artista Ross Little all’interno di un’ex cella frigorifera nel mercato la Merced, distribuendo poi illegalmente copie del suo lavoro a Tepito. Ritengo sia un mio dovere invitare gli artisti con cui collaboro ad abbracciare circostanze che mettano in discussione la linearità interpretativa dell’opera. ‘Occupazionale’ è un aggettivo riferito non soltanto all’indagine sullo spazio, ma anche a un’attitudine che interroga la condizione contemporanea della produzione artistica e della sua precarietà. Interessata ai paradossi tra impegno e disimpegno nella cultura aspirazionale, ho iniziato il progetto autonomo FALTE, le cui iterazioni sono finora risultate in conversazioni aperte, mostre e talk performativi.

Ross Little, The Heavy of Your Body Parts and The Cool Air of the Air Condition, Frontera 115, Città del Messico 2018
Ross Little, The Heavy of Your Body Parts and The Cool Air of the Air Condition, Frontera 115, Città del Messico 2018

CRUDELE OTTIMISMO

Aver contribuito a realizzare la prima edizione di OFF-Biennale Budapest ha sicuramente consolidato il mio interesse nel divèrtere da esercizi critici collaudati, e nel far affidamento su nient’altro che non fosse già a disposizione. In seguito, l’aver affiancato Francis McKee e conosciuto la strategia open source che porta avanti alla CCA di Glasgow, mi ha confermato che protocolli e formati possono – e devono – essere corretti, senza per questo intaccarne la qualità. Ho tentato di adottare tali considerazioni in Conjunctive Tissue (2017), laboratorio nel quale l’artista Marco Giordano ha fisicamente “intessuto” il suo lavoro partendo dalle indicazioni dei suoi visitatori e dalla collaborazione con la performer Sue Tompkins. Oppure proponendo ad artisti internazionali – tra cui Elisabetta Benassi, Gabriele De Santis, Tessa Lynch, Jonathan Monk e Scott Myles – di spogliarci della sindrome da white cube attraverso la mostra One Missing Sock After Doing Laundry. Lauren Berlant parla di “crudele ottimismo” riferendosi a tutte quelle promesse di sicurezza lavorativa, parità di diritti e intimità che, di fatto, non si declineranno per la maggior parte di noi al futuro. Curare, in questo senso, può aiutare a rivolgere l’attenzione su dinamiche che attenuino la radicale impasse che respiriamo, senza per questo avere la pretesa di rivelare alcuna panacea.

Giulia Colletti

http://collettigiulia.com/

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #43

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Dati correlati
AutoriMarco Giordano, Sue Tompkins, Elisabetta Benassi, Gabriele De Santis, Jonathan Monk, Scott Myles
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Dario Moalli
Dario Moalli (Vigevano 1991) studia Storia e critica dell’arte all’università di Milano, nel 2013 si è laureato in Scienze dei Beni culturali, e da qualche anno vive stabilmente a Milano, dove vaga in libertà. Condivide l’interesse per l’arte con quello della musica, recentemente ha collaborato con deerwaves.com e con mescalina.it.