Fino a che punto è possibile per un artista muoversi con disinvoltura tra diverse discipline? Sono ospiti di “Versus” Lorenzo Balbi e Alberto Zanchetta, per ragionare sulle conseguenze di una sempre più marcata interazione e sovrapposizione tra gli ambiti di ricerca.

Le canoniche e tradizionali definizioni di “pittore”, “scultore”, “fotografo”, “videomaker” (e così via) risultano oggi inappropriate per moltissimi artisti delle nuove generazioni. La commistione dei codici e dei linguaggi è una pratica talmente diffusa da rendere obsoleta una rigida suddivisione dei talenti in compartimenti stagni. Vero è, però, che nella maggior parte dei casi le idee devono sposarsi con la perizia tecnica per dar vita a messaggi efficaci e, in ogni settore, le abilità specifiche si acquisiscono attraverso percorsi di formazione specialistici. Lorenzo Balbi, direttore artistico del MAMbo ‒ Museo d’Arte Moderna di Bologna e responsabile dell’Area Arte Moderna e Contemporanea dell’Istituzione Bologna Musei, e Alberto Zanchetta, direttore artistico del Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, animano un nuovo confronto per la rubrica Versus.

Siete entrambi attenti osservatori del lavoro dei giovani artisti, che attraversano coraggiosamente (talvolta con un pizzico di sana imprudenza) la stratificata realtà delle possibilità espressive contemporanee. Vi sembra che prevalgano maturità e consapevolezza o approssimazione e superficialità?
Lorenzo Balbi: L’analisi della scena artistica emergente in Italia che ho avuto occasione di costruirmi grazie ad alcuni progetti che ho coordinato negli ultimi anni denota un’interessante polifonia di esiti espressivi. Ritengo che questo sia un effetto della eterogeneità nei processi di educazione artistica e dei diversi ambiti di provenienza, che si traduce in differenti pratiche artistiche e molteplici specificità. Personalmente non credo che consapevolezza o superficialità siano criteri di valutazione imputabili agli artisti che, dalla loro posizione, possono anche volutamente “stressare” queste categorizzazioni.
Alberto Zanchetta: Ravviso sia maturità che incespicano in flagranti ingenuità, sia approssimazioni dotate di un’invidiabile sprezzatura. Benché siano spesso eluse, le discipline continuano a esistere; è per questo motivo che sottopongo spesso i miei studenti a degli “esercizi di stile”, dimostrando loro che ogni disciplina può essere rivitalizzata con materiali o tecniche avulse alle proprie specificità. Decostruire e ibridare gli idiomi è stimolante, ma ciò che mi interessa veramente sono i metalinguaggi e la capacità (non la possibilità) di intervenire sulla sintassi come un virus.

Piero Fogliati, Prisma meccanico, 1992. Installation view at MAC, Lissone 2016
Piero Fogliati, Prisma meccanico, 1992. Installation view at MAC, Lissone 2016

Le sperimentazioni e le tendenze antispecialistiche sono connesse all’utilizzo di tecniche non convenzionali e di materiali extra-artistici, per lo più effimeri. Ha senso una riflessione sulla conservazione e sulla possibilità di restauro dell’arte contemporanea? Al di là delle posizioni radicali (ma coerenti) alla Sehgal, che non contemplano la produzione di oggetti tangibili, cosa c’è dietro il trend autodistruttivo? “Cupio dissolvi” o vista corta?
Lorenzo Balbi: Ritengo che dagli Anni Settanta l’uso di materiali degradabili, lo sviluppo di nuovi media, le performance e l’arte concettuale abbiano trasformato profondamente il lavoro dei restauratori, introducendo nuove specializzazioni e metodologie d’azione. Una riflessione sulla conservazione e sulla possibilità/modalità di intervento è doverosa soprattutto per quanto riguarda il coinvolgimento degli artisti che talvolta non accettano restauri, talvolta li permettono, talvolta ne approfittano per stravolgere gli originali. Thomas Hirschhorn afferma che: “Un’opera d’arte inventa il tempo”. Potrebbe essere il punto di partenza del dibattito.
Alberto Zanchetta: Sarebbe arrogante pensare che tutta l’arte debba essere salvaguardata. Fluxus e l’Arte Povera erano dello stesso avviso, prima di contraddirsi con la museificazione. Sarei dell’avviso di tramandare ai posteri un archivio che documenti tutte quelle opere che saranno destinate a deperire per negligenza del loro autore, ciò implicherà una maggiore etica da parte degli artisti. Concordo insomma con un cupio dissolvi, nel senso che il mito dell’arte eterna esiste solo in funzione della memoria (l’eternità è l’esatto contrario della vita, e visto che l’arte appartiene a quest’ultima credo possa anche accettare la propria morte).

Durante il Forum dell’arte contemporanea italiana del 2015, a Prato, il tavolo di discussione coordinato da Francesca Grilli ha prodotto interessanti considerazioni sulla differenza tra interdisciplinarità e transdisciplinarità, promuovendo un’interpretazione del reale in senso olistico. Come valutate le esperienze che mirano a una marcata interazione tra arte e altri campi del sapere (scienze, psicologia, politica, agricoltura, sport)?
Alberto Zanchetta: Se il fuoco trasforma nella propria sostanza tutto ciò con cui entra in contatto, l’arte può fare altrettanto. Riverberare e/o fagocitare lo scibile umano è un approccio che invita a ridefinire i limiti, ad ampliarli, a superarli. Pur essendo un incrollabile estimatore de l’Art pour l’Art, non disdegno mai di poter orbitare in altri centri d’attrazione. I neologismi – che nella maggior parte dei casi scontano un’esistenza semantica ma non fenomenica – mi intrigano, ma anziché complicare i significati, perché non provare a semplificarli o sovvertirli? Per esempio, che succederebbe se ribaltassimo in positiva l’accezione negativa di indisciplina[rietà]?
Lorenzo Balbi: Il mondo contemporaneo è transdisciplinare, come emergeva dalla discussione del tavolo: “Non sono i nostri smartphone strumenti transdisciplinari?”. In questo senso è del tutto naturale che le esperienze artistiche si adeguino al nuovo contesto, rileggendolo e interpretandolo con i diversi linguaggi dell’arte. Se l’interdisciplinarità in ambito artistico tra varie discipline (danza, musica, teatro…) è assodata, il riferimento a discipline di ambiti diversi (scienze, psicologia, politica…) è da valutare come un interessante avvicinamento alla realtà olistica contemporanea. A doversi adeguare non sono tanto gli artisti quanto i dipartimenti di musei e università, per cui le discipline correnti (performance, body-art, videoinstallazione) rischiano una rapida obsolescenza.

Katarina Zdjelar. Ungrammatical. Installation view at Padiglione de l’Esprit Nouveau, Bologna 2018. Photo Matteo Monti
Katarina Zdjelar. Ungrammatical. Installation view at Padiglione de l’Esprit Nouveau, Bologna 2018. Photo Matteo Monti

Vorrei concludere con qualche riferimento concreto. Tra gli artisti italiani con meno di quarant’anni, sareste in grado di indicare almeno un “fuoriclasse”, che eccelle nella propria disciplina, e una personalità poliedrica, che invece sa mescolare benissimo le carte?
Alberto Zanchetta: Penso a Matteo Fato, che è solito documentare la relazione che esiste tra l’artista e il proprio mezzo espressivo; nelle sue opere esiste una necessità tutta interna, analitica e autoriflessiva, che è in grado di restituirci una visione ampia e completa del concetto di pittura, disegno e scultura. Viceversa, i CTRLZAK – Thanos Zakopoulos e Katia Meneghini – negano lo stile, abiurano le categorie e sfuggono a qualsiasi schema predefinito. La nomenclatura di arte, design o architettura è riduttiva nel loro caso, la sola regola che perseguono è quella di un’eterogeneità intrinsecamente coerente.
Lorenzo Balbi: Inaugurerò la mia programmazione al MAMbo il 21 giugno proprio con una mostra generazionale dedicata ad artisti italiani nati dopo il 1980 dal titolo That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e un metro e ottanta oltre il confine. La mostra, che riunirà i lavori di oltre 50 artisti, proporrà numerose possibili risposte a questa domanda alla quale oggi, per mantenere viva l’attenzione, posso rispondere che i “fuoriclasse” sono molti più di quanti si pensi. In quanto artisti, per me, non sussiste la distinzione tra chi lo è in una disciplina/medium/materia unica e chi lo è nel generare opere e progetti mescolandoli/unendoli/scambiandoli.

Vincenzo Merola

Versus#1 Christian Caliandro vs Ivan Quaroni
Versus#2 Sergio Lombardo vs Pablo Echaurren
Versus#3 Vincenzo Trione vs Andrea Bruciati
Versus#4 Chiara Canali vs Raffaella Cortese
Versus#5 Antonio Grulli vs Chiara Bertola
Versus#6 Sabrina Mezzaqui vs Giovanni Frangi
Versus#7 Alice Zannoni vs Matteo Innocenti
Versus#8 Gian Maria Tosatti vs Luca Bertolo
Versus#9 Lorenzo Bruni vs Giacinto Di Pietrantonio
Versus#10 Alessandra Pioselli vs Pietro Gaglianò
Versus#11 Marinella Senatore vs Flavio Favelli
Versus#12 Renato Barilli vs Ilaria Bignotti
Versus#13 Emilio Isgrò vs Marcello Maloberti

Dati correlati
CuratoriLorenzo Balbi, Alberto Zanchetta
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Vincenzo Merola
Nato a Campobasso nel 1979, è artista, insegnante di materie letterarie nelle scuole secondarie, giornalista pubblicista e operatore culturale. La sua ricerca si sviluppa a partire dall’interesse per le sperimentazioni verbovisuali e da una riflessione sul ruolo del caso e dei processi aleatori nella determinazione delle scelte e dei comportamenti individuali.
  • http://www.athanor-arte.com Domenico Ghin

    Si parla giustamente di superare l’obsoleta suddivisione in compartimenti stagni di stili e linguaggi, per poi classificare e analizzare gli artisti in base alle fasce d’età. Che si creino eventi e mostre direttamente negli uffici dell’anagrafe comunale.