Sul numero 40 di Artribune Magazine si parla di performance con Marina Abramović e Hermann Nitsch

Sul prossimo numero di Artribune Magazine analizzeremo nascita, sviluppi e futuro della performance, genere artistico che, tra tutti, meglio rappresenta e racchiude le istanze del secolo in cui è nato, il Novecento. Con due voci di eccezione: quelle di Marina Abramović e Hermann Nitsch.

Marina Abramović, The Kitchen V, Carrying the Milk, from the series The Kitchen, Homage to Saint Therese. Video installation, color 2009 ©Marina Abramović
Marina Abramović, The Kitchen V, Carrying the Milk, from the series The Kitchen, Homage to Saint Therese. Video installation, color 2009 ©Marina Abramović

Sul numero 40 di Artribune Magazine, che potrete trovare dal 2 novembre a Torino in occasione di Artissima e in 700 punti in tutta Italia, un lungo focus punta i riflettori sul genere artistico della performance, analizzandone nascita, sviluppi e protagonisti. Multiforme e pluridisciplinare, la performance è, tra i generi artistici, quella che più rispecchia le dinamiche proprie del Novecento, secolo in cui, non a caso, essa nasce e trova il terreno in cui affondare le proprie radici. Sconfinamento, frammentarietà, instabilità sono gli aspetti che caratterizzano la performance, ma sono anche gli aspetti che caratterizzano l’era contemporanea, sempre più fluida e ibrida. Se per secoli il sistema delle Belle Arti ha demarcato e catalogato generi, medium, tecniche e stili, con la performance sopraggiunge un sovvertimento dell’ordine stabilito, a partire dal medium utilizzato – il corpo diventa lo strumento privilegiato dei performer –, i tempi – l’azione performativa coincide con il processo artistico (e quindi con il risultato finale) –, per giungere al nuovo ruolo assunto dal pubblico – da spettatore ad attore, in alcuni casi anche protagonista.

La sala dedicata a Hermann Nitsch
La sala dedicata a Hermann Nitsch

LE INTERVISTE A HERMANN NITSCH E MARINA ABRAMOVIĆ

Dalle proto-performance futuriste e dadaiste alla performance di Anne Imhof alla Biennale di Venezia di quest’anno, passando dal dripping di Jackon Pollock, l’Azionismo Viennese, John Cage e Allan Kaprow, quelle di Hermann Nitsch (Vienna, 1938) e Marina Abramović (Belgrado, 1946) sono senza dubbio le figure più rappresentative non solo della performance, ma della storia dell’arte del Dopoguerra. Concependo l’azione performativa come un rituale – nel caso di Nitsch di tipo catartico, per Abramović come un momento spirituale per travalicare i confini del proprio corpo –, entrambi gli artisti hanno sfidato preconcetti, tabù e morale della società occidentale, mettendone alla prova la resistenza sensoriale e fisica. I due artisti ci raccontano delle loro performance più celebri – Nitsch spiega i significati sottesi al suo Teatro delle Orge e dei Misteri, Abramović l’importanza del rapporto col pubblico durante i suoi lavori, come The Artist is Present – , rivelandoci inoltre le loro considerazioni sui sentieri intrapresi oggi dalle nuove generazioni di performer.

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