Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Milano ‒ fino al 9 dicembre 2017. Il legame tra l’arte e un periodo storico complesso come quello a cavallo fra gli Anni Sessanta e Settanta è al centro della rassegna curata da Marco Meneguzzo. Una riflessione su una creatività ribelle, capace di parlare alle masse.

Mostre sugli Anni Settanta, in Italia come all’estero, se ne sono vista parecchie. Ma Marco Meneguzzo, che questa mostra sui fenomeni visivi maturati dal ’68 in avanti l’aveva in mente da tempo, ha pensato di costruirla in modo singolare: “Nel 2018 siamo giusto a mezzo secolo di distanza e la rievocazione era nell’aria.  Fortunatamente nessuna delle mostre che ho visto sin a ora era stata costruita con il taglio che ha quella che abbiamo allestito alle Stelline”.
Meneguzzo ha tralasciato ogni considerazione intorno al “generico rinnovamento” avvenuto sullo sfondo della cosiddetta “contestazione”.  Per concentrarsi invece sul lavoro di chi tentò di mettere in pratica un linguaggio dichiaratamente politico o addirittura ideologico.  Protagonisti di Arte ribelle sono dunque esclusivamente coloro che hanno riflettuto su concetti come “che cosa è popolare? Che cosa è un nuovo pubblico? Come si possono coinvolgere le masse in un’attività elitaria come l’arte?” Un modo di porsi che allora, in quella temperie, era tutt’altro che scontato.

Fernando De Filippi, striscione stradale, Milano 1979
Fernando De Filippi, striscione stradale, Milano 1979

GLI ESCLUSI E I PROTAGONISTI

Dalla mostra risultano volutamente esclusi artisti legati a correnti come l’Arte Povera e persino artisti come Enrico Castellani che, pur dichiaratamente schierato continuò, a utilizzare un linguaggio totalmente avulso dalle istanze ideologiche del “Movimento. Non compaiono autori che, come Piero Gilardi, proprio in virtù delle istanze rivoluzionarie di quel periodo, decisero di smettere qualsiasi produzione artistica considerata a quel punto superata per sostituirla con la militanza “dura e pura”.
Meneguzzo ha confessato candidamente di avere messo insieme una serie di opere e documenti che al mercato dell’arte oggi non interessano proprio. Per lo più recuperati dunque da collezionisti o negli archivi degli stessi artisti.
Chi sono allora i protagonisti di questa mostra? Dall’allestimento emergono tre gruppi distinti.  Il primo formato dal lavoro di artisti come Paolo Baratella, che utilizzavano la pittura, strumento tradizionale, ma aggiornato nei soggetti e tagliato con nuovi stilemi pop. Un secondo costituito dal filone concettuale che lavorava sulla trasformazione del linguaggio corrente. Da Gianni Emilio Simonetti, che utilizza i fumetti come Tex Willer per raccontare di Marx e Feuerbach, a Vincenzo Agnetti, che realizza aforismi politici in formato quadro, sino alle cancellature di Emilio Isgrò, a Ugo La Pietra o Gianfranco Barucchello.

La conoscenza di Krishna, fanzine “psichedelica”
La conoscenza di Krishna, fanzine “psichedelica”

DAL FUMETTO AL CINEMA

E poi c’è il terzo filone, forse quello più singolare dell’intera rassegna, che fa riferimento al disegno autogestito emerso da fanzine come Re Nudo, Fallo!, Robin Hood, Get ready, Pianeta Fresco… A questi disegnatori la pittura, l’arte concettuale o l’Arte Povera non interessano proprio: adottano invece uno strumento espressivo potente e popolare quale il fumetto. Tra tutti in mostra spiccano i lavori di Matteo Guarnaccia e del cileno Pablo Echauren, che disegnava allora per Lotta continua. Ma a ben vedere Guarnaccia, Echaurren e gli altri erano più “figli dei fiori” che “compagni” duri e puri, attenti più a questioni libertarie, al mutamento della morale sessuale e alla libertà di utilizzo di droghe psichedeliche che all’affermazione della “dittatura del proletariato”.  Rappresentavano un’anima che nel Movimento è sempre esistita ma era di ispirazione californiana anziché sovietica. Due anime senza punti di contatto politico e tanto meno artistico.
C’è un’altra piccola sezione che merita attenzione in questa mostra. È quella dedicata al cinema che, come il fumetto, assurge a strumento per raggiugere il maggior numero di contatti – diremmo oggi. Ci prova Fernando De Filippi, che era uso sino ad allora ad affiggere manifesti o distendere grandi striscioni anonimi in mezzo alla strada viaggiando ovunque. Lo fanno Ugo La Pietra e Mario Schifano, che arriverà a essere amico di Jean-Luc Godard. Esperimento anche questo non proseguito. Un seme al vento, come quasi tutto quel che è accaduto in quel periodo.

Aldo Premoli

Evento correlato
Nome eventoArte ribelle
Vernissage11/10/2017 ore 18,30
Duratadal 11/10/2017 al 20/01/2018
Generiarte contemporanea, collettiva
Spazio espositivoGALLERIA GRUPPO CREDITO VALTELLINESE
IndirizzoCorso Magenta 59 - Milano - Lombardia
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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualmente è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiesta” e direttore della piattaforma hyper local "SudStyle". Curatore indipendente di mostre che fanno da ponte tra arte e scienza. In Sicilia ha fondato “Mediterraneo Sicilia Europa onlus”, in Lombardia “La Cernobbina Art Studio”. Svolge attività di visiting professor per accademie del nord come del sud della Penisola.