C’è anche un po’ d’Italia ai Bushwick Open Studios: il curioso design meditativo di Sergio Mannino

Scegliere un oggetto e metterlo al centro della propria meditazione. Parte da Baudrillard la riflessione sul design di Mannino, con la sua “camera dei rituali”, tra i momenti più significativi degli Open Studios di Bushwick, nel 2017 un po’ sottotono.

Bushwick open studios
Bushwick open studios

Sotto tono rispetto agli altri anni, si concludono i Bushwick Open Studios, l’evento più importante a New York condotto dagli artisti di Bushwick, che, per tutto un fine settimana, aprono i loro studi al pubblico, condividendo la loro produzione con il mondo esterno. Complice la temperatura straordinaria di 28 gradi, che ha agevolato la fuga dalla città, ma anche la gentrificazione del quartiere, che ha portato molti a non partecipare come simbolo di protesta, – o peggio ancora a spostare il proprio studio in zone più decentrate -, l’11esima edizione del festival ha regalato più soddisfazioni per strada e negli eventi collaterali delle gallerie che all’interno delle enormi ex fabbriche occupate dagli artisti.

Bushwick open studios
Bushwick open studios

ANCHE UN PO’ DI ITALIA A BUSHWICK

Tra le tante iniziative merita un approfondimento “Room For Ritual”, il pop-up show che presenta una selezione delle opere di Sergio Mannino, designer Italiano arrivato a New York circa 20 anni fa e approdato col suo studio a Bushwick da meno di un anno. “Ci siamo spostati qui da Dumbo, un quartiere sempre a Brooklyn che ormai era diventato location unicamente per appartamenti di lusso” spiega ad Artribune Martina Guandalini, Creative Director dello studio Mannino. “Anche Bushwick si sta gentrificando, ma al momento rimane un quartiere industriale e prevalentemente autentico, basta vedere il numero di artisti che vivono qua e uscire dalle strade principali, dove la percentuale ispanica è ancora alta. Passeggiare la mattina e trovarmi di fianco a operai, artisti, metalmeccanici o falegnami mi fa sentire in un’altra New York, quella dove le persone si sporcano le mani, e per noi progettisti è fondamentale essere vicini alla materia prima”.

Room for Ritual
Room for Ritual

THE ROOM FOR RITUAL

Parafrasando alcuni estratti di Jean Baudrillard riportati sul muro della pop-up gallery che ospita “Room For Ritual” e che introduce al lavoro di Mannino, l’oggetto avrebbe un ruolo drammatico nella società attuale: può eludere infatti e a pieno diritto la propria semplice funzione. Secondo Baudrillard quando le cose diventano troppo reali e vengono poste brutalmente, senza alcun tipo di mediazione con il soggetto, si cade nell’oscenità. La comunicazione non esiste realmente e viene sostituita da una mera contaminazione di tipo virale, che non ha più fascino o vero piacere. Da qui l’idea di Mannino di progettare oggetti che possano essere fruiti con un rituale in più, un significato che richiede del tempo per essere assimilato. In “Room For Ritual” lo spettatore è chiamato infatti a interagire con “Cento Storie #67” un mobile in legno di quercia tinto di rosso sul quale appoggiare un oggetto che abbia una storia e un significato personale.

MEDITARE SUGLI OGGETTI

Il tappetino Tatami invita, invece, a meditare davanti all’oggetto scelto. “Room For Ritual” fa parte di una ricerca iniziata dal designer italiano 15 anni fa: “Nel 2002 ho fatto una mostra a Milano intitolata Memphis Post-Design”, racconta Mannino, “nella quale ho disegnato 100 pezzi di design e realizzati 9. Quest’anno, che ricorre anche il centenario della nascita di Ettore Sottsass, curatore della mostra del 2002, ho deciso di produrre un altro oggetto di quella serie. Si tratta di un altare per gli oggetti. L’idea è quella di trasmettere che ogni oggetto può avere un’anima sua anche al di là della funzione stessa”.

– Veronica Santi

www.sergiomannino.com

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Veronica Santi
Laureata in Scienze Politiche e in Storia dell’Arte, Veronica Santi è critico d’arte, curatrice, scrittrice, autrice e regista di film documentari. Nel 2014 ha fondato Off Site Art, un'associazione di arte pubblica con sede all'Aquila. È Program Director per ArtBridge, New York. "I am not alone anyway" è il suo primo feature film sulla figura di Francesca Alinovi. Scrive recensioni per riviste di arte contemporanea e collabora con Artribune dal 2013. Vive e lavora tra l’Italia e New York.