Capricci (V). Degradazione & androidi

La semplificazione culturale è una delle tendenze più diffuse del presente, rivelatrice di un degrado che coinvolge vari ambiti dell’esistenza, dal lavoro ai rapporti, fino alla musica e alla spiritualità. Quali soluzioni abbiamo per non trasformarci tutti negli androidi profetizzati da Philip K. Dick?

Syd Mead, Concept art per Blade Runner
Syd Mead, Concept art per Blade Runner

Stoccolma, 8 luglio. Degradazione. Copie a bassa fedeltà di se stessi: “Silenzio. Riverberava come un bagliore dalle pareti e dai pannelli di legno; lo percuoteva con una tremenda energia assoluta, come se venisse generato da un’immensa turbina. Saliva dal pavimento, dalla consunta moquette grigia. Si sprigionava dagli elettrodomestici rotti o semiguasti della cucina, macchine morte che non avevano mai funzionato da quando Isidore era andato ad abitare quella casa. Stillava dall’inutile lampadario in salotto e andava a mischiarsi a sé stesso, ad altro silenzio che calava dal soffitto macchiato di mosche. Riusciva in effetti a emergere da qualsiasi oggetto vi fosse nel campo visivo di Isidore, come se il silenzio volesse sostituirsi a ogni cosa tangibile. Quindi assaliva non solo le orecchie, ma anche gli occhi; in piedi davanti al televisore inerte, Isidore percepì il silenzio visibile e, a modo suo, vivo. Vivo! Ne aveva spesso avvertito l’austero avvicinarsi in precedenza; quando arrivava gli esplodeva in casa senza alcun rispetto, evidentemente incapace di attendere. Il silenzio del mondo non riusciva a tenere a freno la propria avidità. Non poteva aspettare ancora. Non quando aveva già virtualmente vinto” (P. K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? [1968], Fanucci Editore 2000, p. 44).

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(L’esistenza è un viaggio, ci dice Åsa. L’indipendenza è un valore sacro da difendere: è impensabile farsi condizionare dagli altri, farsi limitare, farsi dire che cosa fare e come vivere. Eppure, io stesso conosco moltissime persone ‒ mie coetanee, anche ‒ per cui l’essere condizionati dall’esterno, il rinchiudersi in una forma data, è diventata una specie di religione inconsapevole.)

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Syd Mead, Concept art per Blade Runner
Syd Mead, Concept art per Blade Runner

Stoccolma, 9 luglio. Ragionare sulla biologia – in chiave non solo individuale, ma storica – la Madonna con lo Spirito Forte vista nel Museo Storico Svedese: gli occhi spalancati, la bocca severa, la posa ieratica con le braccia aperte, un idolo di legno con gli abiti caratteristici del XII secolo, racchiude in sé tutta la spiritualità e la nobiltà e l’altezza del mondo, di ogni epoca e di ogni latitudine (fuori dall’Oriente e dall’Occidente, contiene ogni Oriente e ogni Occidente).
Non solo la storia la fanno i vincitori, ma la storia oggi come oggi tecnicamente non esiste neanche più. Ne abbiamo solo versioni degradate, copie a bassa fedeltà: come quelle che le guide recitano per i turisti nei musei delle città europee, racconti banali e semplificati per menti semplici, conditi di pettegolezzi e dettagli insulsi, fatti apposta per schiacciare la complessità e tutti i suoi addentellati. (Che succede nel momento in cui la semplificazione culturale raggiunge il punto di non ritorno? Diventiamo tutti androidi?)

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Stoccolma, 10 luglio. La degradazione è ovunque – da quando siamo nati, e da molto molto prima. Ovunque attorno a noi. Rapporti degradati – professioni degradate – testi degradati – musica degradata – volontà degradate – vestiti degradati – spiritualità degradata – opere degradate. Il rock’n’roll è nato come versione degradata del jazz: “Tutti cominciarono a dire che il jazz era morto. (…) Penso che una parte della promozione del free tra i critici bianchi fosse intenzionale, perché molti di loro pensavano che gente come me stesse diventando troppo importante nell’industria. (…) Dopo la promozione delle avanguardie, e dopo che il pubblico le ebbe abbandonate, quegli stessi critici le mollarono come una patata bollente. E all’improvviso tutti cominciarono a spingere la musica pop bianca” (Miles Davis). Non è un caso che subito dopo Davis si dedicasse praticamente in solitaria, fino alla metà degli Anni Settanta, nella fusione di jazz e rock nutrita di suoni elettrici, effetti elettronici e registrazioni multitraccia: il massimo di spontaneità e di autenticità può essere ottenuto per sottrazione, oppure – ugualmente ‒ attraverso l’impiego del più grande artificio.

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Syd Mead, Concept art per Blade Runner
Syd Mead, Concept art per Blade Runner

Stoccolma, 11 luglio. La teoria in base alla quale l’arte – quella significativa: l’altra, tutta l’altra, non conta nulla – è stata sempre e comunque subordinata al potere, ha avuto sempre bisogno del potere per esprimersi al meglio, è puerile (oltre a far acqua da tutte le parti). Anche perché taglia fuori intere porzioni, estremamente interessanti, di storia dell’arte – taglia fuori, per esempio, ciò che noi conosciamo come “storia dell’arte contemporanea” (i cento anni dagli Anni Cinquanta del XIX secolo alla metà del XX). Ci rivela semmai il tipo di percezione generale che caratterizza gli osservatori nati negli ultimi sessant’anni (i cosiddetti baby-boomers): è infatti una sorta di proiezione, o di “estensione conoscitiva”, della loro esperienza. Ma proiettare le condizioni che si sono esperite direttamente su un arco temporale molto più ampio è un abbaglio clamoroso. (E allora, se è così, la nostra esperienza invece com’è? Qual è? Che tipo di percezione storica e storico-artistica orienta?)

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).

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