Documenta 14 alla prova del secondo giorno. Con qualche sprazzo di luce

Piccola panoramica dal secondo giorno di visita a documenta 14 in quel di Kassel. Restano i tanti e profondi dubbi, che avevamo già maturato ad Atene e che durante il primo giorno erano stati confermati. Anche se, finalmente, qualcosa di interessante sta emergendo.

documenta14, installation view Kassel
documenta14, installation view Kassel

Le prime impressioni da documenta a Kassel ve le abbiamo raccontate ieri: in estrema sintesi, la rassegna non ci ha convinto, così come non ci aveva persuaso l’extension ateniese del mese scorso. La seconda giornata di visita conferma sostanzialmente la valutazione iniziale, pur con qualche barlume di positività che viene a rischiarare una rassegna che resta segnata da tare pesanti: sopravvalutazione del ruolo dell’arte, paternalismo geopolitico, didascalicità nell’affrontare e proporre tematiche delicate e di scottante attualità.

ALCUNI PROBLEMI IRRISOLTI

A queste si aggiunge, soprattutto qui a Kassel, una generale sciatteria curatorial-organizzativo-allestitiva: grafica discutibile, way-finding inesistente, lavori di allestimento in estremo ritardo, generale impianto curatoriale che fatica spesso a trovare una sua scorrevolezza, con sedi importanti come la Neue Galerie traboccanti di opere (e dove la traccia del discorso si perde continuamente, innanzitutto quando si trascinano opere d’arte antica all’interno di sale gremite di lavori con cui non c’è alcun dialogo. Qui si salvano in pochi, e fra questi Gianikian e Ricci Lucchi, Maria Lai, Geta Bratescu, Maria Eichhorn) e altre sedi decisamente poco centrate (ben venga anche l’aspetto ludico, ma il bar messo in piedi nel giardino del Kulturzentrum Schlachthof in cosa ha a che fare con l’arte? È sufficiente affidarlo a Magdalena Campos-Pons e Neil Leonard affinché diventi tale, pur nella sua declinazione relazione?).

PER ORA VINCONO LE POSTE

Si diceva tuttavia che alcuni sprazzi di luce si intravedono. Ed è in fondo abbastanza fisiologico, trattandosi di innumerevoli sedi e di decine di artisti: foss’anche solo per ragioni statistiche, prima o poi qualcosa dovrà pur funzionare. Quanto alle sedi, succede soprattutto alla Neue Neue Galerie, che poi è la sede delle Poste. Qui si ricasca comunque nella didascalicità (il tema portante è – guarda un po’ – la partenza e l’arrivo, il viaggio, e pure la mail art) ma l’allestimento è ben calibrato, il discorso è piuttosto chiaro e lineare, il livello delle opere decisamente alto. Peccato soltanto che l’80% dei visitatori non si accorgano dell’esistenza di un mezzanino e un primo piano oltre al grande piano terra espositivo: facciamo appello all’organizzazione di documenta affinché renda un po’ meno fortunosa la scoperta di scale e ascensori. Anche perché le opere più belle sono quelle più nascoste. Detto ciò, qui lo spazio è punteggiato dai performer di Maria Hassabi, dalla complessa installazione di Máret Ánne Sara, dall’inchiesta condotta dai sempre più interessanti Forensic Architecture (qui insieme alla Society of Friends of Halit, in memoria della nona vittima in terra tedesca di un gruppo di neonazisti dediti all’assassinio a sfondo razziale), dalla spaventosa carrellata di Daniel García Andújar che aggiorna i Disasters of War resi famigerati da Goya e – culmine perturbante dell’intera sede – dalla videoinstallazione Realism di Artur Zmijewski che ritrae una serie di uomini a cui è stato amputato un arto.

ALLA RICERCA DI GEMME DEGNE DI NOTA

Altrove è invece necessario cercare singole opere che risollevino l’attenzione e il livello qualitativo. Ponendo l’asticella all’entry level, di qualche efficacia è la piramide posta al Nordstadtpark da Agnes Denes, che invita i frequentatori a piantarvi all’interno piantine e fiori. Dotata della consueta forza sintetica la performance di Regina Josè Galindo documentata nel suo nuovo video El Ombre proiettato al Palais Bellevue (domani vi racconteremo invece della performance, questa volta live, che si sta tenendo allo Stadtmuseum). Ottimo anche il piccolo focus su Anna Asja Lacis al Grimmwelt, il cui merito va al “research curator” Andris Brinkmanis. Una menzione anche per Gaura Gill all’Hessisches Landesmuseum – soprattutto: visitate il museo, che è un mezzo capolavoro di allestimento, ragionamento museologico e finalità squisitamente politico-inclusive.

Marco Enrico Giacomelli

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • http://doattime.blogspot.it/ doattime

    Interessante, io trovo che sia perfettamente in sintonia col presente più autentico, lontano da certe pratiche oramai evidenziate nella loro inutilità, superano l’effetto modaiolo e fighetto, finalmente nomi freschi e capaci di una criticità ampia, l’arte è proprio viva ….

  • Angelov

    Si, senz’altro un avvenimento culturale di portata planetaria in grado di esaltare l’aspetto scenografico dell’arte visiva contemporanea; tanto è vero che al suo interno non poteva mancare appunto la massiccia presenza di Performance.
    Le componenti tradizionali del corpo teatrale: drammaturgia, regia, performance attoriale e pubblico sono qui rappresentati da critici, curatori, artisti e, last but not least, il pubblico.

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