Nell’epoca del multitasking e della sovrapposizione dei ruoli, quali sono i compiti del critico e quali quelli del curatore? Sono figure concorrenti o destinate a convergere, potenziandosi a vicenda? Antonio Grulli e Chiara Bertola si confrontano sul tema in questo nuovo appuntamento con la rubrica “Versus”.

A partire dalla seconda metà del Novecento, figure eclettiche e personalità molto diverse (da Bruno Munari a Maurizio Cattelan) hanno contribuito al consolidarsi di una tendenza antispecialistica che è ormai diventata cifra del nostro presente. Parallelamente, la morfologia dell’arte contemporanea è mutata in maniera profonda, mettendo in crisi le strategie tradizionali della critica. Alle competenze storiche, analitiche e letterarie devono necessariamente aggiungersi capacità relazionali, inventive, organizzative, manageriali e pratiche, per delineare un professionista in grado di rispondere compiutamente alle rinnovate esigenze del mondo dell’arte. I ritmi frenetici imposti dal sistema rischiano però di condannare all’obsolescenza l’orizzonte metodologico della critica pura, generando un indiscutibile impoverimento in termini di approfondimento e problematizzazione. Antonio Grulli e Chiara Bertola animano la discussione, nel quinto match della rubrica Versus.

Esiste un terreno comune tra la critica e la curatela? Da un punto di vista professionale, fino a che punto è concepibile l’interscambiabilità dei ruoli e quali sono invece le funzioni esclusive?
Antonio Grulli: Il curatore oggi è un “problem solver”, la vaselina del sistema, rende più idratata e carina la superficie delle cose e fa scivolare meglio gli ingranaggi. Le gallerie lo chiamano per arrivare a un artista, viaggia da una fiera all’altra portando voci di corridoio, conosce tutti gli artisti del mondo ma li ha incontrati di persona solo dieci minuti. Il critico è un “trouble maker”, per sua natura anti sistemico. La critica al negativo non è funzionale al potere: l’analisi e la dissezione di un’opera o di un pensiero rallentano il flusso e sono come sabbia negli ingranaggi. Il critico crea sodalizi con pochi artisti, con cui lavora il più a lungo possibile e a cui non deve chiedere il curriculum perché conosce le loro opere.
Chiara Bertola: Penso che il critico e il curatore appartengano a due fasi storiche differenti. Hanno due storie ed evoluzioni diverse anche se alla fine sono due facce di uno stesso lavoro. Credo che il critico debba abbracciare la vastità delle manifestazioni artistiche e prendere una distanza che gli permetta di “teorizzarle”; mentre il curatore deve essere più specifico, andare più in profondità, ritagliare degli spazi di discussione e di scambio con l’artista e la realtà che lo circonda in maniera tangibile, engagé, puntuale. Penso invece che dovrebbe appartenere a entrambe le discipline quell’assunzione di responsabilità che porta a credere in quello che si sta scoprendo, scrivendo o promuovendo.

Terre vulnerabili. Exhibition view at HangarBicocca, Milano 2011
Terre vulnerabili. Exhibition view at HangarBicocca, Milano 2011

Sul versante deontologico, il curatore perde credibilità nel momento in cui cede alle logiche di interesse e al conformismo. D’altro canto, ogni critico deve costantemente arginare la tentazione narcisistica di impuntarsi sul proprio orizzonte teorico, quando questo è smentito dalle contingenze. Si può essere pragmatici senza tradire i propri ideali?
C. B.: Non è forse un equilibrio quello di cui stiamo parlando? Il famoso giusto mezzo? Sarebbe ingenuo pensare che vivere fuori dal cosiddetto “sistema” garantisca che questo mestiere venga fatto bene. Non penso si debba seguire solo una propria visione, anzi: si dovrebbe “vedere” a 360 gradi, lo diceva Antonio, senza che questo significhi il rinunciare a una certa coerenza, al coraggio e alla libertà, qualità fondamentali del curatore, sempre in bilico tra molte verità. Si cammina su un terreno mutevole e senza certezze e quindi bisogna stare attenti e tenere il timone bello dritto. Anche se ci sono molti modi di essere curatore, probabilmente tanti quante sono le sensibilità, è vero anche che c’è un’etica che può essere applicata senza uscire dal cosiddetto sistema.
A. G.: Concordo con Chiara, bisogna mantenere autonomia di lavoro e di visione dall’interno del sistema, da cui possiamo attingere energie e idee. E mai un critico deve partire dalla propria teoria, dalla propria ideologia, a cui cercare di adattare le opere, altrimenti sarebbe un accademico. La realtà e le opere sono il faro che detta la regola. Il critico deve dire il non detto, e l’indicibile, di queste opere, ma sempre partendo dalla realtà che si trova di fronte. Il critico sta per strada con l’artista, non in biblioteca.

Quali, tra le mostre recenti da voi curate o tra quelle più influenti dei vostri colleghi, considerate esemplari sul piano metodologico? Quali testi (anche tra le vostre pubblicazioni) segnalereste per profondità di analisi e capacità di lettura del presente?
C. B.: Un curatore/critico che è stato per me di grande ispirazione è Jean-Hubert Martin. Attraverso di lui ho scoperto l’arte di Kabakov e Magiciens de la Terre mi ha indicato il senso di libertà e di apertura che sono vitali per l’arte. Poi, la visione di flusso e compresenza delle cose e dell’arte nel tempo, di Alessandro Mendini, è sempre stata per me una visione maestra (magistrale il suo allestimento alla Triennale di Milano). Per quanto riguarda il mio lavoro di curatore, una mostra che ho amato particolarmente, perché imprevedibile e sperimentale, è stata Terre Vulnerabili all’HangarBicocca (2010-2011). Era un progetto che cresceva nel tempo lungo un anno. Le opere degli artisti erano come piante in un giardino e la mostra diventava un organismo vivo e portava gli artisti a confrontarsi su temi che ritengo centrali per capire il presente e stare al mondo oggi.
A. G.: Tra le mostre che più mi porto dentro vi sono: la Biennale di Berlino di Cattelan/Gioni/Subotnik per il livello poetico ed emozionale raggiunto; la recente Painting 2.0 che ho visto al Mumok di Vienna, perché dimostra che, al contrario di quello che accade solitamente oggigiorno, è meglio avere una mostra piena di capolavori e con un concept debole che un concept fortissimo e opere deboli; la mostra All of the Above, curata da John Armleder al Palais de Tokyo nel 2011, perché dimostra che spesso gli artisti sono più bravi, liberi e coraggiosi dei curatori. Tra le mie mostre metto Oggetti su piano, realizzata nel 2015 alla Fondazione del Monte di Bologna e il rispettivo testo in catalogo. Altri due testi che penso rispecchino bene una parte del mio lavoro critico, anche rispetto a questa doppia intervista, sono il Manifesto per un’istituzione come spazio di inquietudine e il recente Curatori italiani vs artisti italiani.

Maurizio Cattelan, Ali Subotnick, Massimiliano Gioni. Photo Jason Nocito, 2006
Maurizio Cattelan, Ali Subotnick, Massimiliano Gioni. Photo Jason Nocito, 2006

L’importante funzione di indirizzo culturale della critica e della curatela viene sempre più spesso scavalcata dal mercato. Gli artisti, grazie al successo commerciale e al riconoscimento del pubblico, ottengono una legittimazione tale da generare sconfinamenti e confusione di ruoli. Reciproco riconoscimento e obiettivi comuni possono aiutare critici e curatori a guadagnare autorevolezza?
A. G.: Sono favorevole agli sconfinamenti; alcune delle mostre più belle che ho visto sono state curate da artisti, e mi trovo spesso a leggere i loro testi trovandoli al livello di quelli fatti da critici d’arte affermati. È vero, sono ruoli differenti, ma penso che questi ruoli possano essere svolti anche dalla stessa persona. Pensiamo anche al lavoro di un artista come Philippe Parreno, al modo in cui interpreta la sua pratica come “curatela” e al modo in cui ne parla. E sicuramente riconoscimento e comunanza di obiettivi sono importanti e possono rafforzare l’indipendenza del critico e del curatore, figure che spesso (quasi sempre) convivono nella stessa persona, anche nel mio caso.
C. B.: Sono tante le componenti che costruiscono il “sistema” entro cui si crea la fortuna di un artista e anche di un curatore. Ma, rimanendo sul terreno della cura dell’arte, anche se questo è un mestiere difficile, fraintendibile, non facile da definire e che si può praticare in molti modi, di una cosa sono convinta: che dietro un buon artista e una buona mostra c’è sempre un buon curatore. Molti non pensano che si tratti di una figura fondamentale e la credono sostituibile, ma il buon lavoro di un curatore esiste e si vede, magari non immediatamente e nemmeno con evidenza, ma negli anni si vede. Poi va benissimo anche che gli artisti curino le mostre: sono modi di esprimere la propria creatività. Ho adorato la mostra di Maurizio Cattelan a Palazzo Cavour a Torino. È stata anche una lezione. Così come ho amato molto la mostra di Ugo Rondinone per John Giorno a Parigi. Ma il lavoro di un curatore è comunque diverso da quello dell’artista, ed è diverso l’esito della cura.

Vincenzo Merola

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CuratoriChiara Bertola, Antonio Grulli
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Vincenzo Merola
Nato a Campobasso nel 1979, è artista, insegnante di materie letterarie nelle scuole secondarie, giornalista pubblicista e operatore culturale. La sua ricerca si sviluppa a partire dall’interesse per le sperimentazioni verbovisuali e da una riflessione sul ruolo del caso e dei processi aleatori nella determinazione delle scelte e dei comportamenti individuali.

2 COMMENTS

  1. Ma dove sono i critici in Italia? E cosa fanno? scrivono libri o video su Facebook? Non vedo la critica in Italia, ma tanti curatori e tantissimi artisti deboli e omologati per essere selezionati dal curatore di turno. Senza critica e senza pubblico le mostre sono vuoti mascherati da pieni. Anche in questi dialoghi ci si fanno i complimenti a vicenda, senza alcuna reale visione critica.

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