Mac, Lione – fino al 15 gennaio 2017. Tutte le performance dell’artista belga riunite in una mostra di documentazione niente affatto “fredda”, che travolge con un enorme quantitativo di stimoli. E sugli altri due piani del museo, Street Art e opere monumentali presenti nella collezione.

La retrospettiva che il Mac dedica alle performance di Jan Fabre (Anversa, 1958) – allestita per la prima volta al Maxxi nel 2013 – presenta un colpo d’occhio notevole. In un’unica grande sala sono allestiti 800 oggetti tra fotografie, abiti, scenografie, sculture, disegni, assemblaggi, collage, video. Superato il disorientamento iniziale e l’impressione di caos, si percorre lo spazio prima con ansia di completezza, poi capendo che bisogna abbandonarsi alla molteplicità di stimoli di un allestimento così fitto. Eppure, oltre alle sensazioni, emergono chiaramente il concetto e la consapevolezza di Fabre, ovvero l’elaborazione teorica che precede l’opera e che la segue. Un’elaborazione che collega strettamente arte e mondo, gesto performativo e creazione di uno spazio sociale che rifletta sulla realtà e la trasformi. Almeno simbolicamente, per il tempo dell’azione.

CORPO CATALIZZATORE

Nelle performance di Fabre, il corpo dell’artista non è usato in maniera sacrificale, ma come catalizzatore di sensazioni, rapporti, spunti di condivisione. “È nostro sacro dovere studiare e liberare il corpo. A teatro e nelle arti visive. Il mio credo: l’arte è il padre, la bellezza il figlio e la libertà lo spirito”, scrive ad esempio Fabre nel 1983 in una delle tante dichiarazioni teoriche riportate sulle pareti della mostra. Ed è forse alla luce di questa concezione del corpo che si può contestualizzare anche una performance sorprendente (perché decisamente meno “solenne” del solito) come quella con cui Fabre ha aperto la retrospettiva lionese: ovvero un’ora ininterrotta in sella alla bici nel velodromo cittadino, cibandosi di bistecche crude durante la corsa.
A differenza di ciò che si potrebbe pensare sulla carta, la mostra, che evoca solamente le performance, documentandole, non spegne affatto gli ardori – espressivi e “politici” – di cui è intessuta l’arte di Fabre. Percorrendola, anzi, si è “aggrediti” da spunti multipli, che fanno vivere in prima persona la poetica dell’artista e che difficilmente possono lasciare indifferenti.

Jean-Luc Parant, Eboulement. Un envahissement - MAC, Lione 2016 - photo Blaise Adilon - © Adagp, Paris 2016
Jean-Luc Parant, Eboulement. Un envahissement – MAC, Lione 2016 – photo Blaise Adilon – © Adagp, Paris 2016

ICONE URBANE E INSTALLAZIONI

Sugli altri piani del Mac, poi, sono allestite altre due mostre. Wall drawings-Icōnes urbaines propone dieci autori di Street Art provenienti da tutto il mondo (Charley Case, Franco Fasoli, Wenna, Eliot Tupac…), scovati da Julien Malland, in arte Seth, artista e documentarista globetrotter. Le pareti del museo vengono usate a tutti gli effetti come muri urbani, evitando dunque il rischio della musealizzazione della Street. E il risultato è fresco e innovativo.
La terza mostra, infine, è Le bonheur de deviner peu à peu, che presenta opere dalla collezione del museo. Alcune di grande impatto, come la casa misteriosa di Eduardo Basualdo, di cui si devono attraversare le varie stanze, tra turbamento e stupore estetico; oppure l’enorme voliera di Cai Guo-Qiang o, ancora, l’ingente “archivio” di Ilya Kabakov. E all’interno della mostra due focus monografici sono dedicati a Mel Ramos e a Jean-Luc Parant.

Stefano Castelli

Lione // fino al 15 gennaio 2017
Jan Fabre – Stigmata – Actions & Performances 1976-2016
Wall drawings. Icōnes urbaines
a cura di Julien Malland e Herve Perdriolle
Le bonheur de deviner peu à peu
MAC
81 quai Charles de Gaulle
+33 (0)4 72691717
www.mac-lyon.com

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AutoreJan Fabre
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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.