Futuro remoto. Giulia Napoleone

Nuova veste per la rubrica dedicata agli artisti del presente, la cui carriera merita un approfondimento dettagliato. Il segno per Giulia Napoleone è una costante, punto di partenza e approdo per un’osservazione ravvicinata di una realtà ipotetica. Un percorso intenso, il suo: se esiste una leggerezza pensata e inafferrabile, essa risiede nel segno meditato di questa protagonista di molte vicende culturali italiane. All’insegna di un’autopoiesi segnica incessante, lavora in solitaria nella sua Tuscia. Dopo una vita di viaggi e frequentazioni preziose.

Giulia Napoleone, L'alba, 1968, olio su tela. Courtesy l'artista
Giulia Napoleone, L'alba, 1968, olio su tela. Courtesy l'artista

MURO, 1963. UN PUNTO DI PARTENZA
Tutto è partito da Muro, un inchiostro del 1963. Giulia Napoleone (Pescara, 1936) ha ventisette anni, sguardo curioso, dovuto alle intense frequentazioni con diversi intellettuali attivi in area romana, da Marino Mazzacurati a Carlo Levi e Alberto Moravia, conosciuti grazie a Ennio Flaiano. Roma diviene ben presto – sin dagli anni del liceo artistico e poi della scuola libera del nudo all’Accademia di Belle Arti – l’epicentro della sua vita, ma fin da allora si evidenzia una propensione al viaggio e alla scoperta di geografie e culture altre, testimoniata dalle escursioni nei paesi scandinavi e in nord Africa. Qui ritrae con la fotografia immagini talmente rarefatte da apparire quasi astratte. Sono sintesi estrapolate da paesaggi brulli, con angolazioni che spingono a una lettura decontestualizzata. In quel Muro c’è proprio questo, che poi sarà una costante in tutta la sua ricerca: la riduzione in chiave segnico-essenziale di qualcosa di tangibile, che però si scompone a tal punto da non essere più identificabile. L’anno successivo è al Premio Michetti e Marcello Venturoli la invita al Premio San Fedele.

Giulia Napoleone, Trittico, 1975, incisione. Courtesy l'artista
Giulia Napoleone, Trittico, 1975, incisione. Courtesy l’artista

ROMA CAPITALE DEL SEGNO
È però il 1965 l’anno decisivo: inizia a frequentare la sala studio della Calcografia nazionale a Roma, aperta alla fruizione libera degli artisti su iniziativa dell’allora direttore, Maurizio Calvesi. Lo studio diventa più intenso, parallelamente il segno assume una importanza ulteriore, probabilmente grazie al costante dialogo con un altro maestro che diverrà presto suo sodale, Guido Strazza. Si studiano le lastre e le incisioni dei maestri del passato e del Novecento – ancora si emoziona, Giulia, quando pensa alle lastre di Morandi –, si approfondiscono le tecniche e i processi, si conoscono le potenzialità delle carte e si innescano dialoghi intensi e propositivi. C’è un legame viscerale e al contempo impalpabile tra le incisioni di Strazza e quelle di Napoleone. Sono anni di costante esperienza attorno ai temi, alle attitudini e alle peculiarità del segno inciso, come emerge in tutta la sua antologia critica, pensiamo ai testi di Carlo Bertelli e Lorenza Trucchi pubblicati sul catalogo della mostra alla Calcografia (Edizioni della Cometa, Roma 1997) e nei testi a lei dedicati da altri autori, in particolare Giuseppe Appella. Sabbia lunare, Germina I, Ricerca di luce, Cielo – giusto per citarne alcune – sono opere, concepite con tecniche diverse, che rivelano un legame analitico e insieme intenso e poetico con l’ambito naturale. Giulia Napoleone costruisce composizioni che di volta in volta si strutturano con rinnovata progettualità, con uno sguardo alle avanguardie astratte e in particolare alla lezione di Klee – da cui mutua quello sguardo aereo e sorpreso verso i fenomeni tangibili nei luoghi abitati dalla natura –, al quale si ispira l’attenzione costante alle rivelazioni di ciò che è naturale.

Giulia Napoleone, Misura della memoria XXII, 2012, olio su tela. Courtesy l'artista
Giulia Napoleone, Misura della memoria XXII, 2012, olio su tela. Courtesy l’artista

COERENZA E SPAZIO
Viaggia molto, visita musei e studi d’artista, ma Roma rimane, ancora una volta, il punto d’approdo. Siamo ormai nella seconda metà di un decennio tumultuoso e Napoleone sembra non sfiorare nemmeno quanto nella sua città si andava sviluppando in quella temperie. Segue una sua strada, che si lega anche ad alcune esperienze di radice astratta, ben interpretate in Italia da diversi artisti – da Kengiro Azuma ad Alina Kalcinska, chiaramente ognuno con la sua cifra. Ma quello della Napoleone è un segno estremamente preciso, che non genera geometrie, ma partiture smaglianti e insieme eteree. La Pop Art era già sbarcata in Italia, piazza del Popolo diviene lo snodo di un fermento che Mario Schifano e i suoi compagni di strada sanno esprimere bene. La lezione di Burri e Scialoja sembra digerita e superata. Dall’informale alla Pop all’Arte Povera, il passo è (apparentemente) breve. Accade tutto nell’arco di pochi anni, c’è energia e dialogo intenso. Arriveranno poi Pino Pascali, Jannis Kounellis e l’Attico di Fabio Sargentini diventa un laboratorio incontenibile di energia e sperimentazione. Ancora una volta Giulia Napoleone rimane fedele alla sua linea, non si lascia trascinare da ciò che avviene nella sua città, non sceglie altre vie. La sua rimane coerente a quella tracciata dall’astrazione storica: tracciare un segno è tracciare un simbolo di comunicazione. Le sue partiture scompongono lo spazio, lo rielaborano, ne avviano uno inedito, indefinibile. Lo stesso avviene nella pittura. I chiaro-scuri la definiscono, alcuni dettagli rinviano al mondo della particelle, soprattutto nelle incisioni, ma lo spazio di intervento della Napoleone va oltre, perché ha un afflato poetico, mai freddo o scientifico.

Giulia Napoleone, Lungo viaggio 4, 2013-2015, inchiostro su carta. Courtesy l'artista
Giulia Napoleone, Lungo viaggio 4, 2013-2015, inchiostro su carta. Courtesy l’artista

IL PRESENTE
“Amo la parola, lavoro molto sui versi”, il suo gesto segnico misurato, controllato, adesso va in scena in un piccolo paese della Tuscia, all’insegna delle costanti frequentazioni con la poesia e l’editoria più sofisticata, anche nel solco della sua antica amicizia con il compianto Vanni Scheiwiller. Il lavoro è quotidiano, concentrato su un’incessante ricerca delle vertebre intrinseche del segno, quello delle incisioni e degli inchiostri, su carte sempre più preziose. “Sono venuta in campagna, d’altronde il lavoro si svolge in solitudine”, ci congeda così. E in questa ammissione c’è tutto il suo lavoro, concentrato e autonomo, fuori dal sistema dell’arte, nonostante una storia intensa di mostre ed esperienze, pensiero e azioni.

Lorenzo Madaro

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Lorenzo Madaro
Lorenzo Madaro è curatore d’arte contemporanea e docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di belle arti di Catania. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È critico d’arte dell’edizione romana de “La Repubblica” e di “Robinson”, settimanale culturale del quotidiano Repubblica; collabora anche con Arte Mondadori, Artribune, Espoarte, Atp Diary e altre riviste ed è consulente del Polo biblio-museale di Lecce per attività curatoriali e di comunicazione. Nel 2021 è stato membro della commissione di selezione del Premio Termoli, insieme a Giacinto Di Pietrantonio, Alberto Garutti e Paola Ugolini, a cura di Laura Cherubini; e nello stesso anno Advisor del Premio Oliviero curato da Stefano Raimondi. Nel 2020 è stato tra gli autori ospiti del Festival della letteratura di Mantova, con un intervento incentrato su alcune lettere inedite di Germano Celant dedicate a due artisti italiani degli anni Sessanta, Umberto Bignardi e Concetto Pozzati. Tra le mostre recenti curate o coordinate, Gianni Berengo Gardin. Vera fotografia (Castello, Otranto 2020); Umberto Bignardi. Sperimentazioni visuali a Roma (1963-1967) (Galleria Bianconi, Milano 2020); Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro (Galleria Fabbri, Milano, 2019); ‘900 in Italia. Da De Chirico a Fontana (Castello di Otranto, 2018); To Keep At Bay (Galleria Bianconi, Milano 2018); Spazi igroscopici (Galleria Bianconi, Milano 2017); Mario Schifano e la Pop Art italiana (Castello Carlo V, Lecce, 2017); Edoardo De Candia Amo Odio Oro (Complesso monumentale di San Francesco della Scarpa, Lecce, 2017); Natalino Tondo Spazio N Dimensionale (Galleria Davide Gallo, Milano, 2017); Andy Warhol e Maria Mulas (Castello Carlo V, Lecce 2016), Principi di aderenza (Castello Silvestri, Calcio - Bergamo 2016), Leandro unico primitivo (promossa dal Mibact in diversi musei pugliesi, 2016); Spazi. Il multiverso degli spazi indipendenti in Italia (Fabbrica del Vapore, Milano 2015). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce. Ha pubblicato diversi cataloghi, saggi e contributi critici su artisti del Novecento e della stretta contemporaneità e insegnato Storia dell’arte contemporanea, Fenomenologia delle arti contemporanee e Storia e metodologia della critica d’arte all’Accademia di Belle Arti di Lecce.