In viaggio a Cuba. Intervista a Ornaghi e Prestinari

Continua la saga di approfondimenti e interviste dedicati all’universo cubano. Dopo il reportage sull’isola caraibica e l’intervista a Carlos Garaicoa, oggi la parola va a una coppia di artisti italiani rientrati dalla residenza legata al progetto dello stesso Garaicoa.

L'Avana, 2016
L'Avana, 2016 - (c) Ornaghi&Prestinari

I due artisti milanesi Valentina Ornaghi (1986) e Claudio Prestinari (1984), rientrati in Italia il 19 febbraio scorso, hanno trascorso a Cuba sei settimane nel quartiere di Miramar, nell’ambito del progetto di residenza curato da Carlos Garaicoa. In questa intervista descrivono una Cuba ben diversa da come tutti se l’aspettano. E intanto sono in mostra anche a Milano, fino al 30 giugno presso The Open Box.

Cosa avete fatto a Cuba?
A gennaio abbiamo inaugurato la mostra YOU + ME = US con Loris Cecchini e Giovanni Ozzola nella nuova sede di Galleria Continua. I progetti li avevamo concepiti in Italia. Nell’arco delle settimane trascorse sull’isola, abbiamo interagito con pubblici diversissimi, dalle autorità politiche ai bambini, dagli spazi indipendenti ai direttori di museo. Il vero scopo della residenza, seguendo anche gli intenti di Carlos Garaicoa, è creare nuove connessioni fra artisti stranieri e la comunità dell’arte cubana.

Come si svolgeva una giornata-tipo della vostra residenza?
Metà giornata era dedicata ad appuntamenti e a visite, fra studi di artisti e curatori, ma anche ricercatori e studiosi. Ad esempio, ci è interessato conoscere Mayerín Bello, un’intellettuale, scrittrice e traduttrice cubana, docente di letteratura italiana all’Università dell’Avana, grande studiosa di Italo Calvino. Mentre durante l’altra metà della giornata lavoravamo in studio oppure andavamo in giro per la città. Nell’arco della residenza abbiamo fatto due presentazioni generali del nostro lavoro e numerosi open studio. E poi abbiamo realizzato una conferenza nello spazio di Galleria Continua. Attualmente anche altri artisti, cubani e non, stanno partecipando a questo ciclo di incontri, molto importanti per gli studenti della Escuelas Nacionales de Artes. Per loro non è comune avere di fronte un artista straniero. Mentre alla sera c’erano molte inaugurazioni ed eventi sull’isola.

Ornaghi&Prestinari, Pieno, 2015 - courtesy Ornaghi&Prestinari e Galleria Continua
Ornaghi&Prestinari, Pieno, 2015 – courtesy Ornaghi&Prestinari e Galleria Continua

Avevate libero accesso ad artigiani e a materiali, nel vostro studio?
Ci avevano affidato un budget per questo, ma a Cuba è difficilissimo trovare qualsiasi tipo di materiale. Dalla banale carta da disegno alle penne. Fortunatamente potevamo disporre di svariati tipi di strumenti da disegno che si trovavano già in residenza. Noi comunque dall’Italia abbiamo dovuto portare in valigia determinati materiali, come l’alabastro, che sarebbe stato impossibile rintracciare sull’isola. Anche lo staff di Garaicoa metteva a disposizione contatti con fornitori e artigiani di ogni tipo. Un giorno abbiamo dovuto fare un laboratorio con alcuni bambini e siamo stati messi alla prova nella ricerca di semplici tempere e tessuti.

Quali nuove ricerche avete intrapreso?
I materiali che avevamo a disposizione hanno in parte condizionato i lavori prodotti in situ. Abbiamo disegnato molto, progettato, rispecchiando esattamente i ritmi con i quali, solitamente, meditiamo sulle cose, le rifacciamo vivere a distanza, le modifichiamo, intersecandole dopo lunga decantazione delle idee iniziali. Se avessimo voluto realizzare un film, avremmo potuto, mentre una scultura in marmo sarebbe stata impensabile.

Come sono cambiati alcuni punti di vista lungo il corso della residenza?
Inizialmente eravamo interessati all’abilità degli artigiani cubani di far rivivere gli oggetti, eravamo molto attratti dalla loro manualità. Ma, dopo aver parlato a lungo con loro, ci siamo resi conto che questa capacità di mettere in atto un riuso, una rifunzionalizzazione, è vissuta come un peso. Un obbligo imposto per mancanza di alternative. Per loro questa è semplice sopravvivenza. E nonostante noi guardassimo a questa modalità di arrangiamento di oggetti e situazioni come una sorta di sostenibilità, abbiamo cominciato a vederne l’accezione negativa. Il continuare a far funzionare a oltranza le cose è il simbolo di un lento logorio per i cubani. Ad esempio, ogni due giorni le loro macchine hanno bisogno di riparazioni. Per noi questo cambio di visione è stato importante: L’Avana sta crollando, architettonicamente. C’è una forte mancanza di mezzi, la loro tragedia è ancora in atto.

Ornaghi&Prestinari, Passo a passo,2016 - courtesy Galleria Continua
Ornaghi&Prestinari, Passo a passo,2016 – courtesy Galleria Continua

Riguardo all’Escuelas Nacionales de Artes, avete avuto notizia di interventi di ripristino?
Riguardo all’ISA, l’Istituto Superiore di Arte all’interno dell’ENA, pare ci sia la volontà di sistemare la parte incompiuta, ma non sappiamo altro e non c’erano lavori in corso. Avevamo cercato di fare alcune foto nelle aree “abbandonate”, ma un guardiano ci mandati via. Per accedere alla scuola abbiamo dovuto chiedere un permesso alcuni giorni prima, ci hanno schedati e ci hanno fatto attendere all’ingresso per diverso tempo. Gli stranieri è meglio che siano accompagnati da qualcuno del posto. I due architetti italiani che hanno fatto il progetto sono stati a L’Avana durante il nostro soggiorno, avremmo dovuto incontrarli ma non siamo riusciti.  Era la prima volta che tornavano a Cuba dopo la realizzazione della scuola. Era stato loro impedito di rientrare nel Paese perché avevano sorvolato in aereo l’area, per osservare l’opera architettonica dall’alto. Ed è vietato per questioni di sicurezza militare.

Com’è stato lavorare per una mostra così immediata rispetto al vostro arrivo e così estranea per il luogo che avete dovuto scoprire?
Non deleghiamo mai la realizzazione dei lavori, siamo interessati sempre a mostrare il processo del progetto fino al risultato finale costitutivo. Per noi, fare è pensare e il lavoro continua a cambiare in corso d’opera. Premesso questo, YOU + ME = US è stata una sfida e una scoperta. Noi abbiamo lavorato sul mezzo di contatto tra comunità cinese e cubana: la bicicletta. Le bici sono il mezzo di trasporto più diffuso, risultanti di pezzi di recupero di diverse parti del mondo. Così anche noi abbiamo inserito due sculture di alabastro sostituendole ai pedali.

L'Avana, 2016
L’Avana, 2016 – (c) Ornaghi&Prestinari

Quali spazi indipendenti avete visitato?
Sicuramente la FAC – Fábrica de Arte Cubano. Poi altri due spazi indipendenti, gestiti da artisti di diverse generazioni, spazi non rifiniti e con una programmazione sperimentale, situati in abitazioni private. L’appartamento è importantissimo, perché la casa per loro è la dimensione più naturale per incontrarsi ed esporre. Wilfredo Prieto, ad esempio, ci ha portato a visitare uno spazio che trasformerà in residenze per artisti, dopo un restauro che durerà all’incirca due anni. Anche Los Carpinteros vorrebbero creare una residenza per giovani curatori stranieri, all’interno della loro casa modernista.

Cuba vi ha colpito più dal punto di vista socio-politico oppure per il senso dello spazio, per il ritmo del tempo differenti?
Il cambiamento che tutti si aspettano a Cuba è molto più lento di quanto ci si aspetti. E i loro ritmi di vita sono conseguenza della crisi socio-politica che li accompagna. Parlando con i cubani, quest’apertura nei confronti dell’embargo è evidente per macro-avvenimenti, come l’arrivo di Obama o il concerto dei Rolling Stones. Ed è vero che gli americani stanno entrando a Cuba, inclusi molti collezionisti. Ma nelle piccole situazioni di tutti i giorni sono soprattutto i giovani a cercare cambiamenti immediati che provochino la loro curiosità.

Ginevra Bria

www.ornaghi-prestinari.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #31

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.